Boniperti, ci lascia il goleador che ha fatto sognare l’Italia post bellica

Dici Giampiero Boniperti e pensi alla Juventus come intima predilezione, sogno e (quasi) malattia, affezione che trascina lungo tutta una vita gioie e dolori, gli scudetti e l’Heysel. Della squadra più amata e odiata d’Italia il dirigente e campione nato a Barengo nel Novarese e morto a 92 anni perché anche il cuore delle rocce alla fine si sgretola, è stato per cinquant’anni un simbolo-bandiera forte almeno quanto l’Avvocato Agnelli, in campo per 443 partite e cinque scudetti dal’46 al ‘61 e dietro la scrivania da dirigente, presidente e amministratore delegato capace di vincere tutto il possibile in Italia e in Europa.

Inserito dalla Fifa tra i migliori calciatori di sempre

Chi si è alfabetizzato al calcio negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta lo ha sempre non solo visto ma pure pensato a strisce bianconere, divisa a collo tondo in maglina o camicione impreziosita dalla macchia rossa della fascia da capitano e da 148 gol, tanti e che servono a capire che parliamo di un grande del football, inserito dalla Fifa nel 2004 tra i 125 migliori calciatori di sempre, ricco di  48 caps in Azzurro, unico italiano convocato per il match di Wembley tra Inghilterra e il Resto d’Europa dell’ottobre ’53, quando, nello spettacolare 4-4 finale, aveva segnato una doppietta ed esibito una prestazione sopraffina al fianco di  mostri sacri come Nordahl e Kubala. Era il giovane, possente centravanti che dava lustro all’Italia post-bellica e tentava di lenire, spesso con successo, il dolore e il vuoto lasciato dalla tragedia di Superga, che aveva azzerato non solo il Grande Torino ma la stessa nostra rappresentativa nazionale.

Il “supertrio” con Muccinelli e Hansen

I suiveur del dopoguerra, su spalti gremiti – la tv non aveva ancora fagocitato il gioco meraviglioso del pallone – lo hanno applaudito e rispettato, ai tempi del primo supertrio con Muccinelli e John Hansen e successivamente, quando, con l’incedere dell’età, giostrava un po’ più dietro, da centrocampista avanzato e  suggeritore, ai magici John Charles e Omar Sivori, il divino zurdo, il mancino che aveva portato a Torino, città-fabbrica, il crepitio dei botti carnevaleschi, la genialità fuori dalle righe.

Tecnicamente ineccepibile, elegante nella corsa, acrobatico all’occorrenza come il suo compagno di squadra, il centromediano Parola, duro nei contrasti a dispetto di un viso da ragazzo-bene, coi capelli biondi e ondulati, Giampiero Boniperti venne maliziosamente ribattezzato dalle torcide avversarie “Marisa”: bellino, pulitino, mai uno sgarro sul prato o coi suoi dirigenti. E sì, aveva il look del liceale, del figlio di famiglia benestante, in un’epoca in cui i giocatori sembravano già vecchi e a trent’anni e sfoderavano talvolta profili duri e patibolari. Poi lo vedevi in un derby col Torino e ogni sospetto di femminei languori (ché poi le donne sono d’acciaio, ma questo è un altro discorso) spariva davanti ai contrasti, alla sua “garra”, al suo istinto di lotta sudamericano. Boniperti, che aveva profondamente sofferto la perdita dei suoi migliori avversari, i dominanti granata, da Valentino Mazzola, prototipo ante litteram del giocatore totale, a Bacigalupo, da Ballarin a Maroso, da Grezar a Menti a Loik, mai aveva smesso di patire in modo speciale il derby torinese. Del resto, da dirigente, sarebbe poi diventata proverbiale la sua fuga dalla tribuna del Comunale durante l’intervallo: 90 minuti di trepidazione assoluta per la Juve erano troppi per questo Primo Tifoso – ammissione di Gianni Agnelli – che del bianconero era intriso a vita.

Boniperti (al centro) con Sívori (sinistra) e Charles

Boniperti mai si era sognato di svestirsi, da celebrato campione, dei suoi colori, anche nei Campionati stenterelli prima dei successi mietuti col trio che lo comprendeva insieme al gigante buono gallese e al cabezón argentino. D’altra parte i giocatori erano ai tempi vincolatissimi e Giampiero, poi, al bianco e al nero era incatenato. Boniperti, Charles, Sivori, un tris come nei Settanta del Trap con Causio, Boninsegna e Bettega, negli Ottanta con Platini, Rossi, Boniek. Tanti di quei campioni erano arrivati a Torino per merito del suo occhio sopraffino di testimone, per decenni, del calcio migliore.

Si era tolto gli scarpini per sempre il 10 giugno del ’61, a soli 33 anni al termine della partita finita 9-1 per la Juve contro i giovani dell’Inter, polemicamente schierati dal presidente Angelo Moratti al posto della prima squadra: la partita, già data vinta ai nerazzurri a tavolino per invasione di campo a Torino, venne fatta ripetere, suscitando ovvie polemiche, visto che Umberto Agnelli ricopriva, oltre a quella di presidente bianconero, la medesima carica in Federcalcio.

Lo stile del calciatore e del dirigente

Giampiero aveva già un’età ragguardevole per il calcio dei tempi, e però aveva fisico integro, Perché mollare? Probabile, anche se mai accertato, che Boniperti avesse sgradito la forzatura juventina, nonostante il suo motto principe, “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, che l’avrebbe accompagnato nella sua lunga carriera dirigenziale. Lui portò alla Juve, tra mille altri, Del Piero e prima l’amato Scirea. C’era lui a trattare gli ingaggi con gente del calibro di Tardelli e Rossi ed era insieme inflessibile e astuto. D’altra parte, a sottolineare la sua scaltrezza concreta e terragna, c’è la storia, mai smentita che, da giocatore, si facesse premiare con una mucca gravida per ogni gol segnato. Lui aveva detto: “Non sono un santo; se ho peccato l’ho fatto soltanto per difendere il mio club” e, riservato oltre misura, aveva scucito poche parole sullo scandalo di Calciopoli. Poche, addolorate per la discesa in B ma significative, perché escludevano qualsiasi complotto ai danni della Juve. Una volta questa cosa qui, nella maison bianconera, si chiamava stile.