Bonino: la grande truffa
dell’invasione inesistente

INTERVISTA Un orecchio per le domande di strisciarossa, l’altro per il telefono perché c’è da gestire, a Malta, la grana della nave Open Arms che è stata sequestrata e il cui equipaggio rischia, ora, l’arresto. Emma Bonino non è ottimista sulla Grande Questione che domina i nostri giorni: l’immigrazione e la bruttissima piega che sta prendendo lo spirito pubblico in materia. In Italia e in Europa. Il pessimismo della ragione c’è tutto, l’ottimismo della volontà dovrebbe, come dice lei, “trovare qualche appiglio” e non pare così facile.

Ti avevamo chiesto questa intervista per parlare dell’idea avanzata da Virgilio Dastoli su strisciarossa sulla disobbedienza civile contro gli atti del governo italiano che violano convenzioni e leggi internazionali sui salvataggi in mare. Ora è come se soggetti e oggetti di questa disobbedienza non ci fossero più. Non ci sono più navi delle ONG che raccolgono profughi, ci pensano le motovedette libiche. Le persone continuano a morire in mare, ma tutto il problema si è spostato dentro la Libia, nei campi in cui sono rinchiusi quelli che vengono riportati indietro.

La vostra idea che si potesse proporre la disobbedienza civile a un corpo militare dello stato come la Guardia Costiera italiana era ingenua. Quanto alle navi delle ONG bisognava mettere nel conto che gli equipaggi, come si vede ora, rischiavano l’arresto.

Ma Salvini era arrivato a sostenere che la Guardia Costiera avrebbe dovuto ignorare gli SOS…

Infatti gli hanno risposto, spiegandogli che era inconcepibile.

E che cosa dobbiamo fare, almeno per fermare i naufragi?

Dobbiamo pretendere che si raddoppino o si triplichino le navi di Frontex, di Sophia, di Temis o come diavolo si chiamano le operazioni delle strutture europee. Non volete le ONG? E allora i profughi salvateli voi. Non si può accettare l’alternativa per cui o muoiono oppure vengono messi nelle mani degli equipaggi della guardia costiera libica, di cui spesso non si sa neppure chi siano veramente, che li portano nei campi dove vengono torturati, stuprati, ricattati. Perfino la Commissione europea, che non pecca certo di eccesso di buonismo, ha raccomandato di non rimandare i profughi in Libia. Per il resto non è facile dire quel che si deve fare. Qualche piccolo passo è possibile come suggeriamo con la European Stability Initiative o come si sta muovendo il Parlamento europeo, approvando una risoluzione che elimina quello che abbiamo chiamato il “reato di soccorso”. Vedi a che punto siamo? Quando io ero piccola, ad essere un reato era l’omissione di soccorso. Nel clima mefitico che si è sparso sull’Italia e su tutta l’Europa è difficile trovare appigli cui aggrapparsi. Anche Macron, che a tanti parve una speranza, inclina verso il sovranismo.

Rischiamo di perdere Schengen?

Sì, anche se il pericolo della chiusura del Brennero pare per il momento evitato. Qualcuno deve aver fatto vedere al cancelliere Kurz i conti di quanto costerebbe la chiusura, oltretutto all’inizio della stagione turistica, e di quanti pochi siano i profughi che hanno attraversato quel confine negli ultimi mesi. Una cifra ridicola. E non è certo l’unica. Il Consiglio d’Europa ha calcolato che dall’inizio dell’anno siano stai 63 mila gli arrivi di extracomunitari. Stiamo facendo tutto questo bailamme per 63 mila persone che arrivano in un continente di 500 milioni di persone. È una crisi inventata.

Prendiamo la storia della Lifeline approdata a Malta. Il governo della Valletta ha preteso che i 239 profughi venissero distribuiti tra 8 paesi: fa meno di 30 persone a paese. Meno di niente. Eppure c’è voluta una trattativa, e qualcuno si è rifiutato.

Quando un tema non è più basato sui fatti ma sulle percezioni, che peraltro sono state indotte con strumenti manipolativi da leader con un forte seguito, è inevitabile che la ragione si perda. Guarda la reazione di Salvini alle cifre fornite da Boeri sugli immigrati. Bastava leggere mezzo papiello per sapere come stanno le cose e giustamente il presidente dell’Inps gli ha fatto notare che a sostenere quelle cose non era lui, ma erano i fatti, incontrovertibili. Si gioca sulla paura indotta, che è un ottimo strumento per fare campagna elettorale e un pessimo strumento per governare. Ma Salvini è in campagna elettorale permanente e non ha voglia di governare. Lo ha detto a Pontida: io guardo alle elezioni europee del 2019, alla Lega delle Leghe. Le voci della ragione sono poche. A parte qualche nome importante, che so, Saviano, Boeri, qualche organizzazione di rappresentanza sociale, come timidamente la Confapi Veneto, pare proprio che nessuno voglia esporsi.

C’è la chiesa cattolica.

Sì, anche se non tutta. Ma mi pare proprio che non ci sia verso di suscitare una mobilitazione popolare. Mi diceva l’assessore Majorino che per organizzare la tavolata della solidarietà di Milano…

Che è riuscita molto bene…

Benissimo. Ma ci sono voluti tre mesi di lavoro, con tutta l’amministrazione del Comune alle spalle. In termini di iniziativa spontanea, dal basso, siamo a zero. D’altronde il clima è quello che è. Questo spirito nazionalista, razzista è come una malattia infettiva: il contagio è rapidissimo ed estirparla è molto lento e difficile.

Ha fatto impressione la reazione alla foto dei bambini morti nel naufragio. Tempo fa la foto del bimbo morto sulla spiaggia turca suscitò un’ondata di commozione. Stavolta è stata trattata come ordinaria amministrazione.

Peggio. L’evento è stato “coperto” con la fake news che si trattava di bambolotti. È un segnale molto preoccupante.

Torniamo al che fare. Non si potrebbe riprendere l’iniziativa dei corridoi umanitari? Qualche esperienza, molto positiva, c’è stata.

Sì. Bisogna dire che il sistema SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che riunisce i Comuni che forniscono assistenza all’integrazione) funziona, anche se su 8 mila sindaci solo un migliaio si sono attivati. Ma mi pare di capire che Salvini si prepara ad abolirlo. Ormai non passa giorno che non ci sia una qualche sua boutade (al momento del colloquio non lo sappiamo ancora, ma il ministro dell’Interno ha dato disposizione perché ci sia più “rigorosità” (sic!) nella concessione delle protezioni umanitarie, ndr).  Ne inventa una al giorno per coprire il fatto che quando è arrivato al ministero gli debbono aver fatto capire che espellere 500 mila persone come aveva promesso in campagna elettorale non si può proprio fare, neppure mettendo in piedi il più grande ponte aereo o navale della storia.

Lui però ora un argomento ce l’ha: pian piano gli sbarchi non ci saranno più.

Certo, i profughi muoiono in Libia. Ma questa è una conseguenza della linea Minniti. Salvini ha precedenti autorevoli, diciamo così.

Una differenza la vedo. Per Minniti le cose orribili che accadono in Libia erano, per così dire, un effetto collaterale, indesiderato, che almeno a parole si diceva di voler eliminare. Per Salvini no: che la gente soffra e muoia in Libia non è minimamente un problema. Purché non arrivino da noi.

Ma Minniti sapeva come tutti noi che questi poveri cristi sono tenuti in carceri private, vessati in ogni modo, uccisi, ricattati, le donne stuprate. Sono usciti fior di libri e di inchieste giornalistiche che lo raccontano e anche il bel film di Andrea Segre “L’ordine delle cose” che descrive esattamente la situazione. È vero: loro escono da quell’inferno e noi li rimandiamo in quell’inferno. Ci hanno presentato come un grande successo il fatto che in Libia sono entrate le organizzazioni delle Nazioni Unite. Ma loro possono monitorare solo i campi ufficiali, una decina. Il resto è off limits. Salvini quando ha fatto iul suo viaggio in Libia se ne è uscito dicendo che sono campi di “ottima qualità”. Ma, come dimostra il video che lui stesso ha messo in rete, ha visitato un solo campo dell’Unhcr non ancora in funzione.

Ci sono anche atti ufficiali dell’ONU che denunciano le persecuzioni. Il comitato del Consiglio di Sicurezza per la Libia ha denunciato, per esempio, che il capo della Guardia Costiera di Zawiya, Abd Al-Rahman Al-Milad, è direttamente implicato nel traffico e va personalmente con la sua motovedetta a “prendersi” i profughi in mare per portarli nei campi che controlla.

La nostra politica fa sì che ne sbarchino di meno e ne muoiano di più. È come se quando gli ebrei riuscivano a scappare dal Terzo Reich noi li avessimo presi e rimandati in Germania. Ma questo non si può dire.

E perché non si può dire, scusa?

Io non me ne faccio un problema. Certo, è sacrosanta l’idea che la Shoah sia stata un caso unico nella storia e quindi non è giusto fare paragoni. La storia è diversa ma il meccanismo è lo stesso. Noi sappiamo benissimo che li torturano, ma pur di non vederli qua da noi quel lato della medaglia non lo guardiamo. Lontano dagli occhi lontano dal cuore. La mia esperienza di commissaria per le questioni umanitarie mi dice che quando si allontanano i testimoni, come le ONG e la stampa, sta succedendo qualcosa di drammatico e non si vogliono occhi che non siano asserviti. Tutta l’ostilità verso le ONG si spiega così. Non c’è mai stata alcuna connivenza, le loro iniziative in mare sono state sempre promosse e coordinate dalla Guardia Costiera italiana.  La realtà è terribilmente semplice: rimandiamo i disperati in Libia senza un progetto: chi vivrà vedrà. Magari nella speranza che si diffonda la voce che l’emigrazione è tanto terribile e che le persone smettano di partire. Chi nutre questa speranza, nei paesi da cui i profughi arrivano non ci ha messo mai piede. Anche i nostri nonni venivano respinti, ma poi ci riprovavano due, tre, cinque volte e anche molti di loro sono affogati. Non dobbiamo capire solo la dinamica che spinge quelli che scappano dalle guerre, ma anche quella di chi si mette in viaggio per sfuggire alla fame. Si tratta di un’opzione di vita che noi dovremmo conoscere più di altri. Poi c’è l’altro luogo comune: aiutiamoli a casa loro. È una tematica che noi radicali conosciamo bene. Negli anni ’80 quel visionario di Pannella diceva: guardate che il Mediterraneo non è l’Atlantico, è un laghetto. O noi ci occupiamo dell’Africa o l’Africa si occuperà di noi. Aiutare gli africani a casa loro è un compito che richiederà due, tre generazioni, ammesso che impariamo ad aiutarli davvero, che lo facciamo meglio di come abbiamo fatto finora, dando un po’ di soldi ai dittatori perché controllino meglio i loro sudditi.

Certo, è difficile vedere la trama di un progetto globale per affrontare il problema delle diseguaglianze e, quindi, delle migrazioni.

Ne parlavo giorni fa con Antonio Vitorino, che per la prima volta ha sostituito un americano alla guida dell’OIM, l’organizzazione mondiale per le migrazioni. C’è un’enorme difficoltà a cogliere il problema nella sua dimensione globale. Ora domina lo spirito di “prima gli italiani”, “prima i maltesi”, “prima gli ungheresi”: alla fine saremo tutti ultimi. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che non è in atto un’invasione: qualche centinaio di migliaia di arrivi in un continente di 500 milioni di abitanti non è un’invasione. Eppure si ragiona come se lo fosse e ognuno vuole difendere se stesso. Il liberale Guy Verhofstadt al Parlamento europeo ha detto che l’unico criterio del recente Consiglio europeo, l’unico punto sul quale erano tutti d’accordo è stato “not in my backyard”.

Non ti pare il fallimento dell’Europa?

No! Mi sembra che sia quello che gli stati membri hanno voluto, che hanno perseguito in modo tetragono. L’Europa comunitaria può piacere o non piacere (a me per esempio non piace la politica agricola), ma c’è. C’è una struttura democratica, c’è il Parlamento europeo, il commercio internazionale, la concorrenza. Il fallimento totale è l’Europa delle Nazioni, cioè il Consiglio europeo nel quale i capi dei governi si riuniscono con la regola dell’unanimità, la quale non c’è quasi mai e quando c’è viene smentita due ore dopo il comunicato finale nelle conferenze stampa delle delegazioni nazionali. Quella che non funziona e rischia di portarci alla disgregazione, se andiamo avanti così, è l’Europa intergovernativa.

Il problema è l’assetto delle istituzioni europee, tu dici.

Al vertice di Tampere, nel 1999, il commissario Vitorino fu incaricato di elaborare una proposta di riforma. Lui la presentò ed essa venne bocciata. Da allora la Commissione ha rinunciato ad avere competenze per esempio sulle frontiere esterne, che ogni stato considera gelosamente proprie o sull’integrazione. L’Europa che c’è funziona, per questo diciamo che ce ne vorrebbe di più, non di meno. E guardate che funziona bene. Io ho fatto l’ultima campagna elettorale nel nord e ho visto ricchezze che si fondano sulla base dell’Europa che c’è e non capisco proprio perché la gente voti la Lega. Le imprese vivono di export (esportazioni intraeuropee, soprattutto), non c’è disoccupazione, anzi hanno difficoltà a trovare manodopera qualificata.

Mandano i figli a fare l’Erasmus, fanno il week end a Parigi con pochi euro…Tu dici che il problema dell’Europa è in buona parte istituzionale. E però c’è un’ondata di irrazionalità nello spirito pubblico.

È alimentata da questi gradassi, che usano un linguaggio squadristico e che hanno imposto una grande truffa, l’invasione che non c’è. Quando senti leader politici di grande popolarità dire che i migranti sono in crociera, parlare di taxi del mare o sostienere che i profughi vivono negli alberghi a tre stelle, queste cose entrano nelle menti delle persone. Viviamo in una atmosfera mefitica, dalle grandi alle piccole cose: la signora bene che dice che non va a farsi visitare dal ginecologo perché è nero o il bullo che picchia la ragazza in fila al bancomat dicendo vattene a casa tua. Questo razzismo diventa molecolare. La banalità del male, ci ha insegnato Hanna Arendt, è proprio questo: ognuno, per la sua parte, diventa un esecutore. Poi c’è il ministro che interrompe un viaggio in America perché “in Italia è in discussione la tenuta democratica del paese”, dopo che si è scatenata una campagna infame perché un prete ha portato dei bambini neri in piscina.

Il razzismo è l’altra faccia del sovranismo, che pare trionfante in tanta parte d’Europa. Ci si può consolare con il pensiero che le alleanze tra i nazionalisti sono difficili, perché i nazionalismi tendono inevitabilmente a confliggere fra loro. Così si fa fatica a immaginare la “Lega europea delle Leghe” evocata da Salvini a Pontida. E però il sovranismo avrà un ruolo importante nelle prossime elezioni europee, sia a destra, prepotentemente, sia a sinistra dove pure esistono riserve e opposizioni all’Europa. Come contrastarlo? Non c’è la possibilità che si faccia se non una lista almeno una coalizione federalista che si aggreghi intorno a un candidato alla presidenza della Commissione?

Lo spirito federalista è sempre stato minoritario e ha avuto successo finché ci sono stati grandi leader che spingevano in quella direzione. Stiamo cercando di discutere la possibilità di costruire reti di alleanze con i Ciudadanos spagnoli, i liberal-democratici del gruppo ALDE al parlamento europeo, i liberali di sinistra di D66 nei Paesi Bassi.

Non hai citato una sola formazione di sinistra.

Il problema è trovarla, questa sinistra. I socialisti e i socialdemocratici dal punto di vista della costruzione federale o comunque più democratica dell’Europa sono sempre stati un po’ sordi e continuano ad esserlo. C’è da sperare che cambino.