Bombe su Babij Jar, la Russia attacca la memoria dell’Olocausto

Trentatremilatrecentosettantuno. Dobbiamo allo scrupolo burocratico di un certo Otto Rasch, all’epoca generale della Wehrmacht e comandante della Einsatzgruppe C, se sappiamo esattamente quanti ebrei furono uccisi in due giorni, il 28 e il 29 settembre del 1941, nel fossato di Babij Jar, alla periferia di Kiev. Va aggiunto, però, che poi le uccisioni continuarono fino a poche settimane prima che i sovietici riprendessero la città, il 6 novembre del 1943. Così non s’è mai saputo quanti fossero i cadaveri quando un Sonderkommando capitanato dall’ufficiale delle SS Paul Blobel a metà agosto di quell’anno ordinò a 327 prigionieri di esumarli e bruciarli perché nessuno potesse esibirli come prove di quello che era successo. Più di centomila, s’è detto, ma nessuno ha mai potuto contarli. Anche perché i corpi, con il passare del tempo, avevano fatto tutt’uno col terreno e chissà quanti sono ancora là, parte della terra.

Questo è Babij Jar, a due passi dal centro della città sul Dnepr che i russi di Vladimir Putin stanno cercando di assediare e intanto bersagliano di missili, bombe e granate. Il memoriale è non troppo lontano dalla torre della televisione che, come s’usa nelle guerre moderne, è stata presa di mira per privare gli assediati della vista e della conoscenza di quel che sta accadendo loro intorno. Le bombe che gli sono piovute addosso, danneggiando la menorah d’acciaio e il gruppo scultoreo del mausoleo e smuovendo quella terra forse erano destinate all’altro obiettivo: la torre.

Forse, ma forse no. Forse non si è trattato di quello che nel gelido stile dei bollettini militari viene definito un “danno collaterale”. Forse è proprio Babij Jar, invece, che chi ha ordinato l’attacco voleva colpire. Il simbolo, la memoria. Perché la guerra si fa anche così e la storia di quel luogo ha dentro di sé molta cattiva coscienza, molte ragioni di risentimento tra due popoli che furono, e non sempre si sentirono, un popolo solo ai tempi, che sembrano così lontani, della fratellanza sovietica.

La storia

La storia, dunque. È la fine di settembre del 1941. Tre mesi dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, l’aggressione dell’Unione Sovietica, le armate tedesche hanno travolto le difese russe, circondano Leningrado a nord e si preparano alla grande battaglia per prendere Mosca. Al seguito dei soldati ci sono delle truppe speciali, create dalla fervida fantasia dei dirigenti nazisti: le Einsatzgruppen, gruppi di intervento formati da uomini dell’esercito, delle SS e della polizia militare, che debbono garantire l’ordine tedesco nelle zone via via conquistate. Il loro compito principale è stroncare ogni forma di resistenza e “ripulire” il territorio. Presto si capirà che il loro lavoro consiste essenzialmente in due compiti: eliminare fisicamente i dirigenti comunisti, i commissari del popolo e poi, sempre di più, “risolvere il problema ebraico”. Le Einsatzgruppe hanno già dato prova di svolgere bene il proprio compito compiendo stragi sistematiche nella Polonia occupata e nei paesi baltici, ma alla fine dell’estate, cacciati i sovietici dalla sacca di Kiev si trovano in quella che è considerata un po’ la capitale della grande comunità degli ebrei ashkenaziti orientali. La città, in cui insieme con l’ucraino si parlano l’yiddish e il russo, ha poco più di un milione di abitanti e prima della guerra gli ebrei erano almeno 200 mila. All’avvicinarsi dei nazisti molti sono fuggiti, ma qualche decina di migliaia non ha fatto in tempo e si è trovata intrappolata quando la città è stata circondata.

La mattina del 28 settembre sui muri compare un manifesto firmato dal Generalmajor Eberhardt, comandante militare della piazza, in cui si legge: “Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni sono convocati alle ore 8 di lunedì 29 settembre 1941, all’angolo fra le vie Melnikovskij e Dochturov (vicino al cimitero). Dovranno portare i propri documenti: danaro, valori, vestiti pesanti, biancheria. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgomberati per rubare sarà fucilato”. Molti intuiscono la trappola e riescono a uscire dalla città in extremis, ma la maggioranza decide di obbedire: pensano che saranno deportati. Un rabbino, magari senza crederci ma solo per infondere un po’ di speranza, dice che forse saranno addirittura spediti in Palestina.

La conta di chi va a morire

Così la mattina dopo il luogo del raduno è pieno di persone: vecchi, donne e bambini, soprattutto, perché gli uomini (proprio come accade in questi nostri giorni) sono stati arruolati nell’Armata Rossa prima che arrivassero i tedeschi e ora sono più a est a organizzare la resistenza sulla strada di Mosca. A piccoli gruppi sono obbligati a lasciare le loro povere cose e vengono portati sul ciglio della scarpata. Qui viene detto loro di spogliarsi. A questo punto è chiaro che cosa sta per accadere, ma fuggire ormai è impossibile e si comincia a sentire il rumore delle mitragliatrici e delle armi automatiche.

Le vittime sono disposte in modo che quando vengono colpite cadano direttamente nel fossato a formare uno strato che, quando è completato, viene coperto con la terra. Qualcuno non muore subito e cerca di risalire sulla scarpata, ma diventa solo un bersaglio da tirassegno. Quando le persone vengono allineate, nude, sul ciglio vengono contate per ordine di Rasch e così è arrivato fino a noi il numero delle vittime: 33.371, forse qualcosa in meno, perché qualcuno – pare una sessantina di persone – è riuscito a sopravvivere schiacciato per ore sotto i cadaveri dei compagni e della terra e a dileguarsi all’arrivo delle tenebre.

La mattanza dura finché c’è luce e la sera il Generalmajor Eberhardt può riferire orgoglioso a Berlino che Kiev è ora una città Judenfrei, senza più un ebreo. Di massacri meglio “riusciti” di Babij Jar, annoteranno i contabili della morte del regime, ce ne saranno in tutta la guerra soltanto due: il pogrom di Odessa (50 mila morti) e la “strage della festa del raccolto” con la liquidazione del ghetto di Lublino e del campo di Majdanek nel novembre del ’43 (42 mila uccisi).

Ma a Berlino non tutti sono contenti. Heinrich Himmler in persona ha molte riserve su quel modo di procedere alla “soluzione del problema ebraico”. Le fucilazioni di massa sono un metodo arcaico. Per uccidere tante persone ci vuole troppo tempo e soprattutto è troppo forte lo stress per i soldati. Molte delle foto che sono arrivate fino a noi di Babij Jar (ce ne sono parecchie e chissà quante ne esistono ancora nascoste in qualche archivio privato o negli album di famiglia), scattate prima che i comandi tedeschi le vietassero alla truppa, mostrano soldati che sorridono o scherzano mentre sparano, ma Himmler e i suoi sanno che nelle Einsatzgruppe ci sono stati problemi. Anche ai più cinici può fare impressione il sangue che sporca le divise e schizza sulle mani e sulle facce. Particolarmente insopportabili per i militari sarebbero – si legge in un rapporto ordinato da Himmler – le fuoriuscite di materia grigia quando viene dato il colpo di grazia. In fondo – dirà lo psicologo dell’esercito invitato alla conferenza del Wannsee dedicata alla pianificazione della “soluzione finale” qualche mese più tardi – anche per gli operatori dei mattatoi si studiano misure per addolcire gli aspetti più brutali del loro lavoro…

Heinrich Himmler

La “sensibilità” di Himmler porterà allo studio di sistemi più asettici per le uccisioni di massa. Prima l’uso dei gas di scarico dei camion e poi, perfezionando le ricerche, le camere a gas. Il record vantato da Eberhardt, oltre 30 mila ebrei liquidati in un solo giorno, verrà presto surclassato ad Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Chełmno, Bełzec, Sobibor, Majdanek.

Una memoria scomoda

Alla fine di novembre del ’43 l’Armata Rossa libera Kiev, ma la storia che ricomincia per Babij Jar è certo meno tragica dei centomila morti che nasconde sotto terra, ma è molto scomoda per il potere che ha vinto la guerra. C’è un problema molto grosso: la strage è stata compiuta dai nazisti, ma non c’erano solo loro quel giorno, e nei giorni precedenti e in quelli venuti dopo. C’erano gli uomini della polizia ausiliaria ucraina e allora gli ucraini erano cittadini sovietici. Il terzo elemento del sillogismo è devastante sotto il profilo dell’autostima e della propaganda sovietica: dei cittadini della “Patria Gloriosa”, il paese dei soviet e della Grande Guerra Patriottica proclamata da Stalin hanno partecipato a uno degli episodi peggiori del peggior crimine della Storia.

Certo, gli ucraini non sono stati gli unici collaborazionisti che in Europa si sono schierati dalla parte di Hitler e non sono stati gli unici a dar forza al proprio antisemitismo dietro al disegno dello sterminio coltivato dal nazismo. Ma a Mosca il prezzo di quella presenza non vogliono pagarlo. Meglio tacere, glissare, minimizzare. Dimenticare Babij Jar. Evgenij Evtušcenko che scrisse un poema che cominciava con le parole “Non c’è un monumento a Babij Jar” e Dmitrij Šostakovič che l’aveva musicato furono caldamente invitati dai bonzi del ministero della Cultura a “moderare i toni”.

Bisognerà aspettare il 1991 e la caduta dell’Unione Sovietica perché qualcuno si ricordi che alla periferia della capitale della nuova repubblica nata dalla dissoluzione dell’Impero c’è il luogo di una memoria storica così importante. Allora vengono eretti una Menorah e un monumento che nei corpi straziati richiama la strage. Ma l’imbarazzo resta e si sposa a un’altra cattiva coscienza che l’Urss ha trasmesso alla Russia e all’Ucraina verso gli ebrei in casa propria. Considerati con sospetto, aiutati ad ottenere subito il passaporto quando decidono di andarsene in Israele.

Che segnale viene, allora, dall’affronto violento esercitato contro quella memoria? Se non è stato un “danno collaterale”, che cosa voleva dire la Russia di Putin agli ucraini richiamando l’attenzione del mondo su Babij Jar? Ricordare il passato “nazista” dei suoi nemici di oggi che non si vogliono sottomettere, quelli che, nel suo discorso più farneticante prima dell’aggressione, ha detto di voler “denazificare”? Forse ha dimenticato che quella è anche la sua storia.