Bologna e i portici: le “stanze in più” del popolo patrimonio dell’umanità

Non ci speravano più i bolognesi. E, invece, a sorpresa, è arrivato quel riconoscimento che attendevano da decenni: i portici di Bologna patrimonio dell’umanità Unesco. A dare la battuta d’arresto all’operazione era stato il fatto che il Comune aveva presentato un progetto apparentemente irrazionale comprendente, oltre ai porticati medievali e rinascimentali, un portico moderno, costruito nel Novecento e per di più in periferia. La presenza del cosiddetto Treno, il lunghissimo porticato costruito all’estremità del quartiere Barca, l’ultima propaggine di Bologna, dietro al quale tramonta il sole e che in prospettiva sembra davvero un lungo convoglio piegato in una dolce curva, aveva fatto storcere il naso a più di un commissario Unesco.

I pochi palazzi senza portico sono quelli nobiliari

Ma il Comune ha tenuto il punto perché anche quel portico, che sorregge un’infilata di case popolari, abitato dai cittadini più poveri, è espressione dell’animus loci di Bologna. Infatti i portici, già nel XIII secolo, nacquero per le esigenze del popolo non certo dei signori, per ampliare le modeste abitazioni costruendo all’esterno una stanza che doveva essere sostenuta da pilastri. Una stanza magari da affittare già allora ai tanti studenti, compreso il ventenne Dante Alighieri, che soggiornavano in città per frequentare le lezioni dell’Alma Mater. A dimostrazione di ciò, i pochissimi palazzi del centro storico privi di portici sono quelli nobiliari.

A rimettere in corsa l’ipotesi portici di Bologna patrimonio dell’umanità è stato il commissario Unesco del Brasile, che forse più di altri conosce il concetto di periferie. E così il riconoscimento è arrivato, a sancire quello che è il significato vero del portico: l’accoglienza, lo stare insieme, il camminare affiancati chiacchierando anche nel cuore della notte con qualsiasi tempo, il prolungamento della casa sulla strada. Del resto, pure il portico più famoso, quello lungo quasi quattro chilometri che con in suoi 666 archi conduce alla basilica di San Luca, fu costruito grazie a un “passamano”, alla collaborazione di tantissimi cittadini che formando una catena umana permisero di trasportare i materiali fino alla cima del colle, suddividendo tra tanti la fatica e dimostrando che l’unione delle forze permette di raggiungere grandi traguardi. Insomma, i portici oltre a essere il segno identitario della città rappresentano un po’ i bolognesi, nella loro sintesi di aperto e chiuso, pubblico e privato, individuale e collettivo.

Sessanta chilometri di varie misure

E visto che tra centro e periferia di spazi porticati ce ne sono quasi sessanta chilometri, ogni bolognese si sente un po’ proprietario di un pezzettino di quel patrimonio dell’umanità anche perché, fin dal medioevo, la manutenzione dei portici è onere dei proprietari di casa. Ma ogni portico della città è diverso dall’altro e ha le sue caratteristiche. Ci sono quelli alti, costruiti nel medioevo quando le leggi prescrivevano vi potesse passare un uomo a cavallo e con il cappello, e quelli altissimi come quello di palazzo Isolani in Strada Maggiore (13 metri) o quello della Curia arcivescovile in via Altabella che sembra voler sancire fin dal XIII secolo chi comandava in città. Tra gli edifici moderni il portico più alto è quello della casa editrice Zanichelli in via Irnerio, sorretto da pesanti colonne di marmo, perfetto esempio di architettura fascista monumentale.

Il portico più largo è il lungo spazio coperto che affianca la basilica dei Servi in Strada Maggiore, un vero set cinematografico, utilizzato da Pasolini per ambientare la passeggiata del suo “Edipo re”, mendicante, vecchio e cieco. Lo stesso Pasolini, vissuto a Bologna fino alla laurea, che da ragazzo amava passare i pomeriggi sotto un altro portico, quello della Morte (il nome deriva dal fatto che nei secoli passati vi era un ospedale in cui venivano portati i moribondi e i condannati al patibolo), dove c’era – e c’è ancora – una grande libreria con espositori in ferro di libri usati e rarità. Il portico della Morte incrocia quello del Pavaglione, sotto il quale passeggiava Carducci per andare alla libreria Zanichelli dove aveva il suo studio. E’ il salotto buono della città, luogo dello struscio e dello shopping, il cui angolo con via Rizzoli viene da tempo immemore chiamato dai bolognesi “al cantòn d’imbezell” (l’angolo degli imbecilli) per l’abitudine dei nullafacenti di sostare a guardare chi passa e a chiacchierare con conoscenti occasionali. Il progenitore dell’Umarell è nato lì, sotto un portico.

Ma poi, quell’alternarsi di ombre e di luce, che crea conforto d’estate, d’inverno può diventare inquietante quando dietro a ogni colonna si cela l’incognito. Non a caso Bologna è una città di giallisti ed è il luogo ideale per ambientazioni noir. Le fughe degli archi raccontano storie e sotto ogni arco si cela una porta. Essere patrimonio dell’umanità è un riconoscimento adeguato: i portici sono di tutti, uno spazio privato aperto al pubblico, dove si può passare o sostare, e dove ancora fanno i nidi le rondini.