“Blocco” di Kaliningrad, pericolosa partita per mettere all’angolo la Russia

Ma c’era davvero bisogno di aprire un nuovo fronte di tensione con Mosca? Le autorità russe hanno reagito con molta energia e con toni decisamente aggressivi a quello che definiscono il “blocco” di Kaliningrad da parte della Lituania. In realtà, si è andato chiarendo con il passare delle ore, non di un vero e proprio blocco si può parlare. I lituani – ha spiegato il ministro degli Esteri di Vilnius Gabrielus Landsbergis impediscono il passaggio solo dei treni che portano dal territorio russo o bielorusso alla exclave sul Baltico e viceversa materiale oggetto delle sanzioni comminate dall’Unione europea (acciaio, materiali in metallo, materiali da costruzione, cemento, combustibili, prodotti tecnologici). Le altre merci, compresi gli approvvigionamenti alimentari, possono continuare a transitare sul territorio lituano. In realtà – ha sostenuto anche il responsabile della politica estera e della sicurezza Josep Borrell – il governo di Vilnius non fa altro che applicare le direttive dell’Unione.

Le cose veramente non stanno proprio così, come hanno sottolineato tutte le fonti di Mosca alzando in modo drammatico i toni della controversia: pretendendo di decidere quali prodotti possano passare e quali no, il governo di Vilnius viola clamorosamente un accordo raggiunto tramite una dichiarazione comune UE-Federazione russa del 2002, cioè nella fase in cui si preparava l’ingresso della Lituania nell’Unione che sarebbe stato concluso due anni dopo. In questo accordo, relativo al transito di persone e merci, si considerava che il transito stesso dovesse essere considerato traffico interno alla Federazione russa. I viaggiatori da e per l’exclave ricevevano uno speciale visto di passaggio, che non poteva essere rifiutato dalle autorità lituane, le quali non potevano sindacare su quali merci trasportassero i convogli. Qualcosa del genere esiste anche altrove. Tra l’Austria e l’Italia, ad esempio: i treni che viaggiano tra il Tirolo orientale e quello occidentale attraversano per diversi chilometri il Sud Tirolo ma restano treni austriaci, che trasportano persone e merci austriache, sulle quali l’Italia non ha giurisdizione.

Tempi andati. Per inquadrare storicamente la questione, va considerato che oggi i rapporti tra i paesi dell’Unione e la Federazione russa sono drammaticamente più tesi che nel 2002, quando si era in piena fase distensiva, e lo sono certamente per colpa della politica aggressiva di Putin e come effetto dell’invasione dell’Ucraina. Dal punto di vista giuridico, però, le autorità di Mosca qualche ragione dalla parte loro sembrerebbero averla.

Comunque stiano le cose, è indubbio che la mossa di Vilnius – sia stata essa decisa in autonomia oppure concordata con Bruxelles, come farebbe intendere la dichiarazione di Borrell – drammatizza un fattore di conflitto che finora era latente ma che ora diviene potenzialmente molto pericoloso. I dirigenti di Mosca sono molto sensibili alla condizione della loro exclave sul Baltico e lo sono diventati ancor più da quando si è fatta concreta la possibilità che Svezia e Finlandia entrino nella NATO.

Un porto strategico

L’oblast di Kaliningrad, che copre il territorio della antica Prussia orientale ed è abitato da 430 mila russi, ha un’importanza strategica fondamentale, incuneato com’è tra la Polonia e la Lituania. La città portuale è base della flotta russa del Baltico, nella regione è schierata una guarnigione fra le più numerose a ben armate della Federazione e vi si trova una serie di basi missilistiche dalle quali potrebbero essere lanciati, tra gli altri, i micidiali Iskander, in grado di raggiungere in pochi minuti sette capitali europee (Berlino, Copenaghen, Varsavia, Vilnius, Riga, Minsk e Kiev). Sia gli Iskander che anche vettori tattici di minore gittata possono essere armati di ordigni nucleari, la cui presenza nella regione è considerata cosa certa dagli osservatori militari. Nel momento in cui Stoccolma e Helsinki aderissero allo schieramento occidentale, Kaliningrad sarebbe l’unico grande porto russo sul Baltico per lo più sgombro dai ghiacci d’inverno e non “strozzabile” con un blocco navale come invece sarebbe, con relativa facilità, San Pietroburgo.

Il corridoio di Suwalki

L’estrema delicatezza degli assetti strategici nell’area è accentuata da quello che c’è a sud dell’oblast, il cosiddetto “corridoio di Suwalki” (Suwalki gap). Si tratta di una striscia di territorio a cavallo della frontiera tra la Polonia e la Lituania: lungo 105 chilometri e largo una settantina, dalla frontiera meridionale dell’exclave raggiunge il territorio della Bielorussia.

Il corridoio ha una storia antica di conflitti aperti e di tensioni tra la Polonia, la Lituania e la Bielorussia e si trova al centro della zona che da sempre i russi guardano con timore come la possibile area di sfondamento di un’eventuale invasione dall’occidente, anche se va detto che né Napoleone né i nazisti se ne servirono quando invasero la Russia. Ma se il Suwalki gap fa paura ai russi, vale anche il contrario dal punto di vista degli occidentali e oggi il corridoio ha un posto privilegiato nei piani della NATO: se i russi, o i bielorussi, dovessero impadronirsene spaccherebbero la continuità territoriale dell’alleanza tra la Polonia e le Repubbliche baltiche, che diventerebbero tutte e tre un’isola completamente circondata dai nemici russi e bielorussi. È proprio questa prospettiva che ha motivato la serie di decisioni della NATO che hanno portato a un considerevole rafforzamento della presenza militare alleata, con forze di intervento rapido cui partecipa anche l’Italia.

È in questo contesto che va considerato il senso politico dell’iniziativa lituana. Chi l’ha decisa – a Vilnius o a Bruxelles – ha sicuramente messo nel conto l’escalation alla quale assistiamo in queste ore. C’è da sperare che si resti sul piano verbale e sulle minacce solo propagandistiche, ma il tono di certe dichiarazioni è davvero inquietante. In una nota inviata al governo lituano il ministero degli Esteri di Mosca chiede la revoca immediata del blocco annunciando, altrimenti, “contromisure”, ha definito “apertamente ostili” le azioni di Vilnius e ha chiesto “l’immediata cancellazione di queste restrizioni” altrimenti “la Russia si riserva il diritto di agire in difesa dei propri interessi nazionali”.

Commentatori dei soliti talk show incendiari che vanno in onda sulle tv ufficiali parlano apertamente di aggressione diretta all’entità statale russa, con tutte le conseguenze minacciate più volte da Putin: “risponderemmo ad ogni aggressione che minacciasse l’esistenza della Federazione”. Più prudentemente il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, parlando di una decisione “illegale e senza precedenti”, ha detto che la situazione è grave ma richiede “una profonda analisi” prima che vengano adottate risposte “adeguate”.

Rischio escalation

La “profonda analisi” porterà a qualche avventurosa iniziativa sul corridoio di Suwalki? Al momento appare improbabile, ma la spregiudicatezza delle mosse passate di Putin non lascia certo tranquilli.  L’occupazione di quel territorio, reclamata già dai più estremisti, potrebbe essere motivata con la necessità di “salvare” Kaliningrad dalle conseguenze del blocco sulla popolazione. Necessità che però per ora non esiste affatto, come ha saggiamente dichiarato il governatore dell’oblast Anton Alichanov assicurando che gli approvvigionamenti di beni essenziali non sono in pericolo, che in ogni caso è stato già previsto un aumento delle navi merci dal resto della Federazione e che non ha motivo di essere la corsa agli acquisti che si è verificata in modo caotico quando si è diffusa la notizia dell’iniziativa lituana.

Il Mar Nero visto dal satellite

Restano da spiegare i motivi di fondo che hanno spinto Vilnius (e Bruxelles?) verso questa deliberata escalation. La tesi della pura e semplice applicazione delle sanzioni alla Russia è molto debole, sia sul piano giuridico, come abbiamo visto, che sul piano politico. L’impressione è che la mossa sia funzionale alla strategia che una parte degli europei della NATO, e precisamente la Polonia e i tre paesi baltici, stanno cercando di imporre in direzione di un atteggiamento più aggressivo nei confronti della Russia. In questa ottica avrebbero un senso le iniziative vòlte a ridurre drasticamente, se non a eliminare del tutto, la presenza di presìdi russi nel Baltico per fare di quel mare, con l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia, una sorta di “lago occidentale”. C’è già chi teorizza una sorta di sistema dei due mari, con uno spostamento degli interessi russi dal Baltico al Mar Nero, in sintonia, d’altra parte, con una tradizionale tendenza imperiale russa verso i mari del sud.

Intanto chi teme la guerra e le escalation che la preparano può rifugiarsi nella nostalgia di un tempo neppure troppo lontano, quando alla città patria di Immanuel Kant veniva offerta la chance di avviarsi alla rinascita degli antichi splendori di Königsberg nella collaborazione economica, commerciale e culturale tra la Germania riunificata e una Russia che sembrava, allora, aver scelto di avvicinarsi davvero all’occidente. Sono passati solo una ventina d’anni, ma sembrano secoli.