Bioetica e nuovi diritti
il silenzio della politica

Fine vita o fine politica? La scelta della Corte di Assise di Milano di non assolvere né condannare Marco Cappato per il suicidio del DJ Fabo, ma di rinviare il tutto alla Consulta può essere vista, per metterla in termini calcistici, sia come assist che come autogol. E’ indubbio che con la loro decisione i giudici e i pm di Milano hanno fornito all’Alta Corte la grande opportunità di definire superato un reato, quello di aiuto al suicidio, ereditato dal Codice Rocco dell’ordinamento fascista e, come ha notato Michele Ainis, certamente non più in sintonia con il comune sentire e nemmeno con la Costituzione. Il guaio è che questo lancio perfetto (la palla giusta, al momento giusto) non è solo merito dei giudici di Milano e del coraggio ostinato di Marco Cappato: è anche, soprattutto, demerito della politica in generale e del Parlamento in particolare che non hanno saputo né voluto affrontare le grandi questioni bioetiche, aggiornando e adeguando il dibattito sui diritti della persona alla luce delle nuove conoscenze mediche e tecnologiche.

Come è facile immaginare, questa doppia natura (assist dei giudici o autogol della politica) rischia di produrre effetti diversi se non perversi: che succederà se la Consulta stabilirà, come è probabile e auspicabile,  che l’articolo 580 del codice penale, nella parte in cui prevede l’aiuto al suicidio, non è legittimo dal punto di vista costituzionale? La prima conseguenza, sicuramente positiva, sarà che ci saranno dei giudici, non a Berlino, ma a Torino, Milano, Firenze, Venezia, in tutta Italia insomma, che anziché affidarsi al naso e all’esperienza per interpretare un articolo ambiguo e anacronistico, applicheranno alla lettera quanto sentenziato dalla Consulta: cioè che consentire a una persona di porre fine alla propria vita perché vissuta in condizioni ormai insopportabili non è reato. Il secondo effetto è che, se la politica non batterà un colpo, Marco Cappato e altri come lui continueranno i loro viaggi in Svizzera, accompagnando chi, non potendo farlo in Italia, dovrà varcare le Alpi per morire. Già, in mancanza di una regolamentazione esplicita, coraggiosa e aggiornata sulla delicata tematica del fine vita, il suicidio assistito resterà comunque una pratica carbonara, impossibile da realizzare in Italia senza cadere nelle maglie di un’indagine giudiziaria ex post. Per essere chiari, la vicenda Fabo/Cappato ha compiuto il primo chilometro di una maratona difficile e importante, ma toccherà alla politica compiere il resto del percorso. E qui i dubbi lievitano. Perché è vero che il Parlamento, come ultimo atto prima dello scioglimento, ha mostrato un po’ di attenzione ai temi del fine vita approvando la legge sul testamento biologico, ma non va dimenticato che quella decisione, arrivata in piena zona Cesarini, ha mandato in soffitta, se non nel cestino, un’altra legge importante come quella sullo Ius Soli, a conferma che le questioni che riguardano diritti e dignità non sono tra le priorità dell’attuale dibattito politico: se c’è tempo bene, altrimenti amen. Infine perché aleggia tuttora il sospetto che senza il richiamo di Papa Francesco, che a fine novembre aveva invitato a riflettere seriamente sui limiti da porre all’accanimento terapeutico, difficilmente il Parlamento avrebbe trovato la spinta per approvare in extremis quella norma.

E qui arriviamo al punto. Senza la disobbedienza di Marco Cappato, il coraggio di Beppino Englaro, l’ostinazione di Piergiorgio Welby e, in fondo, persino l’esortazione di Papa Francesco, saremmo davvero riusciti a compiere quei passi, timidi ma importanti, lungo la strada della bioetica e dei nuovi diritti? E’ vero che quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, ma siamo sicuri che su questi temi la politica debba stare sugli spalti a guardare anziché entrare in campo a correre e sudare?

Secondo l’Istat ogni anno in Italia mille malati si tolgono la vita e altri mille tentano di farlo. Una ricerca del Mario Negri del 2007 riportava che ogni anno 20.000 malati terminali vedono accelerata la loro fine a seguito dell’intervento dei medici. Umberto Veronesi nel 2014 parlò esplicitamente di eutanasia clandestina: “Al malato terminale che negli ultimi giorni di vita con dolori violentissimi chiede l’iniezione per morire serenamente gli viene negata e se il medico la fa può essere accusato di omicidio. Molti però lo fanno, è un movimento sott’acqua che si trova a lavorare in maniera clandestina”. Sicuri che la politica non abbia nulla da fare e niente da dire?

E’ vero, l’Italia ha approvato finalmente una legge che consente di decidere, anzitempo, se vogliamo che il nostro corpo venga tenuto in vita anche quando la mente se ne è andata per sempre. E’ un passo importante, ma non risolve le questioni, complesse e sempre più numerose, che i progressi della medicina e della tecnologia stanno ponendo al concetto stesso di vita. Quello che la riflessione bioetica sta mettendo a fuoco, nel silenzio totale della politica, è che la vita è un diritto, non un dovere. E come ha scritto Umberto Veronesi nel suo ultimo libro, Il diritto di non soffrire: “Imporre a un individuo (in nome di che? da parte di chi?) di vivere penosamente una vita non più voluta significa violare la sua libertà”. E’ quello che aveva ben compreso Piergiorgio Welby quando scrisse un’accorata lettera aperta a Giorgio Napolitano che il Presidente fece sua con una risposta pubblica, evidentemente inascoltata, auspicando un confronto politico sul tema dell’eutanasia “nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento”. E’ quello che Antonio Fabiani non si stancò di ripetere dopo quel maledetto incidente d’auto che lo costrinse per due anni e nove mesi a vivere in un letto cieco, tetraplegico, dipendendo ora per ora, giorno per giorno dalle cure e dall’assistenza dei familiari.

L’eutanasia e il suicidio assistito sono entrambi vietati in Italia e punibili dal codice penale: Marco Cappato, per aver messo in contatto e portato Fabo alla clinica Dignitas vicino a Zurigo ha rischiato (in realtà rischia ancora) dai 3 ai 12 anni di carcere.

Facciamo un po’ di chiarezza. L’eutanasia consiste nel porre fine alle sofferenze di un malato terminale che lo richieda in modo inequivocabile attraverso un’azione medica. Nella forma attiva questo avviene tramite la somministrazione di un farmaco letale (in genere pentobarbital di sodio che provoca arresto cardiaco), nella forma passiva significa sospendere le cure e i trattamenti indispensabili per tenere in vita il paziente. Nel suicidio assistito è il paziente stesso che, dopo averne fatto richiesta e dopo un percorso regolamentato e sotto controllo medico si somministra da solo il farmaco che porrà fine alla propria vita. E’ lui e non altri a poterlo fare. E’ il caso di Fabo che, non potendo più muovere le braccia e le gambe in seguito a un incidente automobilistico, ha azionato la flebo con la pressione dei denti. L’assistenza non riguarda dunque la somministrazione finale del farmaco, ma le diverse fasi del ricovero compreso, come nel caso di Marco Cappato, l’organizzazione e il trasporto di una persona incapace di muoversi.

Nel resto d’Europa il quadro è assai variegato, ma sono già dieci i Paesi che dal 2001 in poi hanno deciso di evitare le “zone grigie” e varare leggi appropriate: in Francia è permessa l’eutanasia passiva ma non quella attiva e il suicidio assistito; in Spagna sì all’eutanasia passiva e al suicidio assistito, no all’eutanasia attiva; in Olanda sono ammessi l’eutanasia, attiva e passiva, e il suicidio assistito; in Belgio sì al suicidio assistito anche per i minori se la malattia è in fase terminale e con l’autorizzazione dei genitori. In Svizzera, dove il suicidio assistito è ammesso da 77 settantasette) anni, sono cinque le cliniche che lo praticano anche per cittadini stranieri e si trovano tra Ginevra, Zurigo, Berna e Basilea. Il costo è tra i tre e i  diecimila euro che vanno versati sul conto della clinica. Poiché non si tratta di “eutanasia attiva”, che non viene praticata, il paziente deve essere in grado di compiere il gesto che porterà alla somministrazione dei farmaci, anche a costo di premere il pulsante con la bocca come nel caso di Fabo. Se le condizioni del paziente non gli consentono di compiere il gesto finale, i medici non possono fare nulla.

Aspettiamo dunque la sentenza della Consulta. Nel frattempo però diamo un’occhiata alle diverse leggi prodotte negli ultimi anni in  Europa sulle questioni del fine vita: scopriremo che le risposte possibili sono tante e tutte complesse, ma nessuna di loro contempla un articolo fascista del 1930. Ci volevano Fabo e Cappato per farcelo notare?