Biodiversità ed equità: una catena giusta per una vera sovranità alimentare

È stato il meme di questi primi giorni di Governo, come se il resto del programma fosse passato in secondo piano: il ministero dell’Agricoltura affidato a Francesco Lollobrigida, già capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, oggi aggiunge una parte al proprio indirizzo con la nuova dicitura “Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare”. Al netto del sarcasmo il concetto della Sovranità Alimentare non appartiene a ricordi di inizio Novecento quando veniva bonificato l’Agro Pontino, ma ha un primo e prossimo precedente oltralpe, con la medesima dicitura presente nel Governo Macron e affidata a Marc Fesneau, uno che quando non è impegnato in politica si diverte cacciando animali selvatici con arco e frecce – (non è una battuta, potete controllare).

Una sovranità alimentare anti-neoliberista

agricolturaLa sovranità alimentare non parte però con intenti liberali come nell’accezione Macron e presumibilmente anche nella versione italiana, ma con intenti nettamente antitetici, cioè anti-neoliberisti: parte da paesi come l’Ecuador, il primo a inserire la sovranità alimentare all’interno della costituzione, per poi estendersi a Venezuela, Mali, Bolivia, Nepal e Senegal.
Per questi paesi il concetto è presto detto: un’economia che sia in grado di reperire dall’interno la stragrande maggioranza delle riserve alimentari senza dovere dipendere dalle economie globalizzate all’interno delle quali i piccoli bacini economici e di popolazione inevitabilmente sono destinati a rimanere schiacciati. E parallelamente dare ai produttori (che in quei paesi sono per lo più singoli contadini, certo non colossi della produzione agroalimentare) la possibilità di vendere al corretto prezzo per il sostentamento delle proprie attività.

Detto così, applicato a economie emergenti o fragili, il modello sembra idilliaco ma soprattutto antitetico con gli orientamenti politici del Governo da pochi giorni saliti al potere. Alcuni aspetti vanno insomma fin da subito rilevati: chi sosterrà il prezzo di un aumento (giusto, giustissimo) della produzione agroalimentare? Perché se la risposta è “i cittadini” questo significa trovarsi di fronte a piatti di pasta che andranno a costare due volte o due volte e mezzo il prezzo attuale. Viceversa andrebbe fatto finalmente un controllo serio della catena distributiva che non può sopravvivere diminuendo i margini di ritorno economico dei produttori, ma che deve necessariamente essere sabotata dall’interno, con meno passaggi e dinamiche differenti (potrebbe capitarvi ad esempio in questi giorni di recarvi in un supermercato romano, acquistare carote prodotte a Rieti ma stoccate in qualche magazzino milanese prima di ritornare nella regione d’origine, con quasi un migliaio di km di viaggio al posto di poche decine).

Tutelare la diversità agroalimentare

Perché in fondo tutti vorremmo una catena giusta, umana per dirla alla Seamus Heaney, anche dal punto di vista agroalimentare, ma dove la dignità sia data a chi produce e a chiagricoltura consuma, come in questa poesia di Giselda Pontesilli, tra le autrici di punta di quella rivista epocale che è stata alcuni decenni fa Prato Pagano.

Mentre così, in silenzio / andiamo verso casa, / io leggo su un cartello per la strada / “Frutta e verdura. Produzione propria” / e subito, seguendo un po’ le indicazioni, / arriviamo sull’aia di una casa / ordinata, con vasi grandi e piccoli / di fiori, innaffiati da poco. / Un cane abbaia. Esce sul balcone / una signora anziana, che dice: / “È lì, il negozio. Arriva mio nipote” . / Sotto l’ampia tettoia a noi indicata / dove ci sono asparagi, spinaci, / fragole, porri, uova, insalata, / viene un ragazzo pronto, premuroso / e forse un po’ distante, un po’ pensoso.

E nel testo successivo Giselda Pontesilli tocca un nuovo tema, altrettanto importante, la produzione e la diversità agroalimentare, perché l’autosufficienza anche sovranizzata non può volere da una parte dire perdere tutto il complesso sistema di arricchimento del patrimonio culturale che anche a tavola possiamo acquisire, e dall’altra non può escludere dall’alimentazione tutto quello che non siamo in grado noi di ottenere attraverso i nostri territori; banalmente, ad esempio, il caffè che tanto amiamo, ma così tanti cibi etnici che amiamo e che abbiamo imparato ad includere nelle nostre tavole, parte magari non della nostra tradizione primaria, ma di quella di chi vive nei nostri condomini e porta i figli nelle nostre stesse scuole. Ecco: a quelle persone che già si vedono tolta la possibilità di cittadinanza per leggi che dubito si modificheranno durante il prossimo governo, togliere la possibilità di accedere ai cibi delle proprie tradizioni potrebbe essere un’ulteriore beffa difficile, stavolta è il caso di dirlo, da digerire.

Gli compriamo lattuga, cime di rapa / dodici uova asparagi… / “E le fragole?” – chiede – / “Le volete?” / “Alle fragole” – dico – “si danno / troppi veleni, generalmente”. / “Sì, è vero” – con mio stupore / ammette lui sinceramente. / “Vicino Roma” – gli dico – “in campagna / dove stavamo prima / mia madre e io vangavamo ogni tanto / un quadrato di terra: / gli levavamo l’erba, / gli davamo concime di galline / e mettevamo a dimora le piantine / di fragole: nient’altro ! / acqua abbondante, frequenti zappatine…. / E che fragole venivano, / che odore, che sapore ! Ci si faceva / anche un po’ di marmellata ! / “Si, è bello” – risponde lui timidamente – “coltivare per sé, semplicemente”.

Giselda Pontesilli, Ditta Al Farabi, Il Ponte del Sale, 2006.