Bielorussia, la Ue
si muove ma con cautela
E anche Putin

La Bielorussia non è l’Ucraina, a Minsk non c’è il Maidan, la protesta europeista del 2014 che ha innescato la crisi più seria nei rapporti fra la UE e la Russia di Putin, l’annessione della Crimea, la guerra combattuta nel Donbas, l’ingresso di militari e volontari russi nel territorio ucraino, migliaia di morti e l’abbattimento di un aereo di linea con 176 persone a bordo. E le sanzioni alla Federazione russa. I legami di Minsk con Mosca sono molto forti e su più piani, culturale, religioso, economico soprattutto: Mosca vanta un credito di almeno 8 miliardi di dollari verso la repubblica ex sovietica ed è in procinto di rifinanziare il debito, la rifornisce di petrolio al 50 per cento del prezzo, procedono con lentezza negoziati per una integrazione paritaria fra i due stati, una processo che potrebbe avere una forte accelerazione la settima prossima, quando è previsto a Mosca l’incontro fra Lukashenko e Putin. Sul tavolo ci sono l’apertura dei confini e l’avvicinamento dello standard salariale bielorusso a quello russo, l’utilizzo di porti russi per il trasporto del petrolio raffinato in Bielorussia.

Al trentatreesimo giorno di proteste contro Lukashenko – costate 7000 arresti, alcuni morti e l’esilio o l’imprigionamento delle protagoniste del movimento “Insieme” – nelle piazze del paese non sventolano le bandiere europee ma quelle bianche e rosse del paese, gli studenti vanno a scuola e all’università vestiti di bianco e di rosso, i colori diventati simbolo della mobilitazione, che chiede rinnovamento e democrazia, in piazza c’è una nuova generazione che chiede di guardare al futuro ma non mette in discussione la collocazione geopolitica dello Stato.

Sono elementi sufficienti a spiegare la cautela che contraddistingue l’atteggiamento dell’Unione Europea, che sta approntando una lista di personaggi a cui applicare sanzioni individuali. Misura ben più leggera delle sanzioni allo Stato, finalizzata a condannare le violazioni dei diritti umani e politici senza mettere in discussione il ruolo di Stato-cuscinetto che la Bielorussia assolve per Mosca. È probabile che nella lista rientri il ministro degli interni bielorusso ma molto improbabile che vi si trovi lo stesso Lukashenko, il quale mostra grande sicurezza dicendo ai giornalisti che non ha alcuna intenzione di lasciare, “non è per questo che il popolo mi ha eletto”.

Implicita autocritica?

C’è anche, nella cautela europea, un’implicita autocritica alla gestione della crisi ucraina? È possibile ma ancora difficile a dirsi, anche perché c’è un altro dossier aperto che coinvolge direttamente la cancelliera Angela Merkel e la presidenza tedesca del Consiglio europeo: l’avvelenamento di Aleksej Naval’nyj con il Novichok, agente nervino le cui tracce – trovate dai medici tedeschi – sono considerate una firma che rivela il coinvolgimento di apparati russi. Sulla vicenda Naval’nyj si è ancora alle richieste di chiarimento con Mosca, non è chiaro se Merkel voglia spingersi fino a bloccare Il Nord Stream 2, il gasdotto che collegherà dal 2021 direttamente Russia e Germania dal Baltico.

Più di una fonte, a cominciare dal governo ielorusso, considera le due questioni collegate, per Minsk la reazione europea alla vicenda dell’oppositore russo è come dire a Mosca “attenti al contagio delle proteste democratiche”. Al contrario, secondo un articolo di Nona Michelidze pubblicato sul sito dello IAI, l’avvelenamento di Naval’nyj è la risposta preventiva degli apparati russi al rischio di contagio delle proteste.

Eppure, alla cautela europea (gli Stati Uniti sono sostanzialmente assenti dall’agone) sembra corrispondere la cautela di Putin. Nell’ambito di una discussione di approfondimento organizzato dall’Ispi con Aldo Ferrari e due giornaliste esperte dell’area Micol Flammini e Orietta Moscatelli, le due esperte hanno escluso intenti annessionistici russi, che avrebbero effetti controproducenti. Le annessioni costano e la Bielorussia è già significativamente pesante per i contribuenti russi e, per di più, i legami di amicizia fra i due paesi sono tali che anche nell’opinione pubblica russa sarebbero incomprensibili degli atti di forza.

Sembrerebbe, insomma, che al momento Lukashenko abbia il sostegno politico di Mosca ma, se la situazione dovesse evolversi a favore dello schieramento di opposizione, Putin non avrebbe remore a parlare anche con loro e, eventualmente, svolgere un ruolo di mediazione.