Bersani: in Emilia
si vince proponendo
idee nuove e radicali

In Emilia Romagna si vince. Ma attenzione: dopo le elezioni, tutta la sinistra deve cambiare radicalmente, solo così si potrà invertire la tendenza anche sul piano nazionale. Dopo il lancio (due sabati fa a Bologna) della lista “coraggiosa, ecologista, progressista”, che riunisce buona parte della sinistra fuori dal Pd e si presenta nella coalizione a sostegno di Stefano Bonaccini, e dopo l’assemblea nazionale di Articolo Uno (sabato scorso a Roma), Pierluigi Bersani apre la campagna elettorale in quel di Campagnola, nel territorio della bassa reggiana.

Sul palco insieme a lui, la giornalista Chiara Geloni e Federico Amico, presidente regionale dell’Arci, sicuro candidato consigliere della lista “coraggiosa” alle elezioni del 26 gennaio.

In sala molta gente, età medio-alta, buon campione di quel pezzo di tradizione politica emiliana che, dopo aver visto l’ex Partitone semidistrutto dagli anni renziani, ora guarda con preoccupazione l’assalto leghista alla più inespugnabile (finora) delle vecchie roccaforti.

Bersani, perché si vince?

“Questa regione è la sala macchine del riformismo italiano. I suoi amministratori non solo hanno fatto buone cose per i propri cittadini, ma in alcuni campi hanno offerto spesso buone idee e buone esperienze alle politiche nazionali. Ci dicono che si può fare meglio? Certamente, non bisogna adagiarsi sugli allori. Però si può anche fare peggio, o no? Su piano dei risultati, l’Emilia Romagna non teme confronti con nessuna altra regione italiana. Però…”.

Però?

“Primo: non basta elencare i risultati fin qui ottenuti, è il momento di proporre nuove idee. Di spiegare come si intendono affrontare i problemi di oggi – le nuove esigenze sanitarie, la crescita della popolazione anziana, la piena integrazione dei bambini nati da genitori di origine straniera… – con il coraggio e con l’apertura al cambiamento che l’Emilia Romagna ha sempre saputo dimostrare in altre fasi della sua storia. Secondo: bisogna riconoscere che ci sono stati anche degli errori. Faccio un esempio: il presidente Bonaccini è stato molto tempestivo nel presentare alcune obiezioni alla cosiddetta plastic tax che l’attuale governo vuole varare. Ecco, magari sarebbe stato opportuno essere altrettanto tempestivi quando un altro governo varò il jobs act, o la legge della buona scuola”.

Errori che bastano a giustificare un interrogativo – chi vince le elezioni regionali? – finora mai non dico formulato, ma nemmeno immaginato?

“Intanto chiariamo una cosa: fu demenziale, cinque anni fa, dopo le precedenti regionali, far finta di nulla di fronte al segnale clamoroso di una astensione al 63%. In Emilia Romagna, non so se mi spiego! Quello era, avrebbe dovuto essere, il vero shock. Chi guidava allora il Pd disse che l’importante era aver vinto, il resto contava niente. Una follia, davanti al vento di destra che già si avvertiva e che ha investito molte parti del mondo. Neanche questa regione poteva rimanerne immune. Tra l’altro, con un po’ di memoria, è facile ricordare che i primi sforamenti leghisti dal bacino lombardo-veneto c’erano già stati ai tempi di Bossi”.

Adesso, dicono gli analisti, siamo quasi a un accerchiamento: la dorsale Modena- Ravenna a sinistra, il resto permeabile alla penetrazione leghista. Sembra anche (ri)emergere l’antica divisione tra città e contado, per usare un termine desueto.

“Anche questo non è un fulmine a ciel sereno. Si è venuto sempre più sfilacciando quel legame di reciprocità che, almeno dalle nostre parti, garantiva un certo equilibrio politico, sociale, culturale. Come sinistra ci abbiamo messo del nostro, pensa alla vicenda grottesca della abolizione delle Province, poi mai davvero abolite però messe in ginocchio finanziariamente e istituzionalmente. Tra chi dirigeva il Pd all’epoca andava per la maggiore questa teoria: affamale che poi finiscono. Un altro errore grande. E’ necessario invece mettere mano alla ricucitura di un equilibrio del territorio, tra grandi e piccoli centri, tra città e provincia”.

A sentirti parlare, non solo di Emilia, viene pensare che la stessa nascita del Pd, del quale sei stato cofondatore e poi segretario, non sia stata un evento granché benefico per la sinistra. Lo dicono ormai in parecchi.

Pierluigin Bersani“Qui il discorso è lungo, vorrei evitare semplificazioni. Anche perché, fino al 2013, va pur detto che abbiamo vinto in gran parte delle città e delle regioni. La deriva è venuta dopo. Personalmente, non mi pento di aver contribuito alla nascita del Pd, magari mi pento di un’altra cosa: avevo una idea diversa, più a sinistra, di cosa dovesse essere quel partito, forse dovevo combattere di più per quell’idea, anche candidandomi fin dalle primarie che furono vinte da Veltroni. Ma a dirlo allora, sembrava di bestemmiare in chiesa: prevalse la ragion di partito, che dentro la componente ex Pci-Pds-Ds sosteneva l’inopportunità di innescare divisioni e conflitti interni”.

Tornando alle elezioni emiliane, non si è ancora sciolta l’incognita dei Cinque Stelle.

“Quella è una incognita che riguarda ogni cosa, dal governo nazionale in giù. La loro natura e i loro meccanismi di discussione e di decisione, semplicemente, rendono difficile, spesso impossibile, qualsiasi indirizzo organico, di lungo respiro. Io, quando mi capita di parlare con qualcuno di loro, lo ripeto sempre: se non fate un congresso, o una cosa che gli assomigli, poi se volete chiamatelo anche Ugo, non ne verrete mai a capo. Per le elezioni emiliane non so cosa faranno, se daranno una mano in qualche modo alla coalizione di centro-sinistra, se si presenteranno separatamente con il proprio simbolo, se non parteciperanno affatto. Quale che sia la loro scelta, dopo le elezioni per loro la questione si riproporrà in ogni altra circostanza. Ma il centro-sinistra sbaglierebbe, adesso e anche dopo, se li considerasse un soggetto tale e quale alla destra. Al contrario, vanno incalzati sui contenuti”.

Adesso, in vista del 26 gennaio, a sinistra è nata questa lista “coraggiosa, ecologista, progressista”. Il solito cartello di sigle e siglette destinato a sciogliersi il giorno dopo le elezioni?

“Mi auguro e credo di no. L’obiettivo è contribuire alla vittoria della coalizione di centro-sinistra rappresentata da Stefano Bonaccini aggregando attorno alla nostra idea di governo regionale gli elettori di sinistra che non si riconoscono nel Pd. Ma anche e soprattutto offrendo un punto di riferimento a quel mondo del civismo democratico, dell’associazionismo, dell’ambientalismo che non si riconosce in nessun partito, però vuole dire la sua e intende reagire al rischio che si affermino partiti e culture del tutto estranee e ostili alla storia della nostra regione”.

C’è stata la grande manifestazione delle “sardine” a Bologna, che forse si replicherà in altre città.

“Appunto. Chi è sceso in piazza lo ha fatto spontaneamente, non ha un contenitore politico. Ci dice che là fuori, per fortuna e nonostante tutto, c’è un mondo che aspetta, che pretende che la sinistra ricominci a fare degnamente il proprio mestiere. Basta con la remissività, basta con la rassegnazione. E’ anche da cose come questa che tra alimento la mia convinzione sulla necessità, dopo le elezioni regionali, di una vera e propria costituente della sinistra, grande e inclusiva, in grado di parlare al cuore e alla testa delle persone. Dovrebbe esserne interessato anche il Pd, che non può pensare di cavarsela con qualche ritocco, qualche modifica al proprio statuto. In questo senso, se le elezioni andranno come io penso, l’Emilia Romagna potrebbe indicare ancora una volta un percorso in netta contro-tendenza, di grande impatto sul piano nazionale”.