Berlusconi s’allinea ai sovranisti e la destra si unisce sul maggioritario

Al netto della propaganda (“Siamo uniti e compatti””) e delle false lusinghe al limite della circonvenzione d’incapace (Berlusconi al Quirinale!), la vera svolta del centrodestra dopo il vertice dei tre leader riguarda l’eterna questione della legge elettorale. Davanti a una timida ripresa della discussione sul proporzionale, Salvini, Meloni e Berlusconi oppongono una netta chiusura e rilanciano anzi su un sistema ancor più maggioritario rispetto all’attuale Rosatellum, che assegna un quarto dei seggi alle coalizioni.

Illusioni del vecchio leader

L’interesse della leader di Fratelli d’Italia e del segretario leghista è evidente: ridurre al minimo i rischi di una saldatura dopo il voto tra le forze di sinistra e quelle di centro – se mai riusciranno a organizzarsi – e di ritrovarsi magari un Mario Draghi a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. Ma Berlusconi? Il vecchio leader sostiene con lealtà l’attuale governo, in Europa è convintamente nella cosidetta maggioranza Ursula (con popolari, socialisti e liberali) e non manca occasione di esprimere ammirazione per l’ex presidente della Bce che vorrebbe alla guida del Paese anche in futuro. E allora perché la capitolazione nei confronti dei due leader sovranisti? Davvero crede che a 85 anni, con un passato tanto divisivo e con un fardello giudiziario non ancora archiviato, possa ambire al Colle? Oltretutto i suoi cedimenti rischiano di far deflagrare definitivamente Forza Italia, dove sono numerosi e di peso gli esponenti più o meno apertamente ostili ai tentativi di annessione della Lega.

Vertice a tre con cani

Ancora una volta, comunque, la legge elettorale torna al centro della scena non per le esigenze di un sistema chiaramente imperfetto, ma per pure convenienze politiche. Si sentono ripetere anche in questa occasione i luoghi comuni che hanno accompagnato tutte le virate verso il maggioritario: far prevalere la volontà del popolo, conoscere la sera del voto chi guiderà il Paese, eccetera eccetera. Ma proprio da destra sono venute le più clamorose smentite ai questi propositi: nellla prima fase dell’attuale legislatura – per dire – chi ha scelto la Lega ha visto usare il suo voto per governare con Conte e Di Maio anziché con Berlusconi e Meloni. E andando un poì indietro nel tempo, i voti di Forza Italia (all’epoca assai meno moderata) avevano contribuito a far nascere i governi di Mario Monti, prima, e di Enrico Letta, poi, lasciando all’opposizione la Lega e gli altri alleati della destra.

Il problema è che anche nel centrosinistra le idee appaiono alquanto confuse. Il Pd ha sempre oscillato in modo abbastanza disinvolto tra maggioritario e proporzionale. Lasciando da parte le filosofie e i protagonisti di una storia ormai lunga (e anche noiosa) , resta agli atti l’impegno preso in occasione del via libera al taglio dei parlamentari: assieme alle altre forze del centrosinistra, i democratici si sono impegnatii infatti a cambiare in senso proporzionale la legge elettorale in modo da ridurre i danni e gli effetti ultramaggioritari della riforma costituzionale voluta dagli alleati populisti. In quell’occasione – tanto per cambiare – fu Matteo Renzi a far saltare il patto: un sistema proporzionale, magari con uno sbarramento significativo, rischiava di rendere ancora più marginale la sua Italia Viva. I movimenti al centro, l’idea di una aggregazione più competitiva con Calenda e magari i fuoriusciti di Forza Italia, starebbero ora facendo cambiare di nuovo idea al senatore di Rignano.

Il vecchio Mattarellum

Ma ormai non se ne farà più niente. L’idea di un ritorno al proporzionale sembra tramontata nella villa romana di Berlusconi. A meno che il centrodestra non riesca a rendere ancora più maggioritario l’attuale sistema. Il rischio esiste. Il leader del Pd, Enrico Letta, ha infatti guardato sempre con favore al vecchio Mattarellum, nella convinziione probabilmente di rendere più agevole la rinascita dell’Ulivo. Ma a parte i giudizi non proprio unanimi su quella stagione, si rischia un errore simmetrico rispetto a quello del vecchio leader di Forza Italia. Rafforzare il fronte sovranista non conviene né al centro né alla sinistra, ma soprattutto non conviene al Paese.