Berlusconi filo Putin, Tajani non può fare il ministro degli Esteri

Il governo futuro legato a un applauso. Quello che i deputati vecchi e nuovi di Forza Italia hanno tributato al loro leader martedì pomeriggio e che un video clandestino (che qualcuno, complice, ha fatto uscire) ieri ha meritoriamente consegnato alla politica e al giudizio degli italiani. Le immagini e il sonoro erano stati una specie di dichiarazione di fede: Silvio Berlusconi aveva raccontato la guerra in Ucraina con gli argomenti e, quasi, le parole di Vladimir Putin e aveva concluso tirando in scena nei panni del “vero colpevole” Volodymyr Zelensky, apostrofato con i modi che usano i bulli: “Quel…non fatemi dire, meglio che non parlo”. Parole chiarissime e sconcertanti, che Berlusconi ha cercato goffamente di rimangiarsi prima con una telefonata in diretta alla maratona di Enrico Mentana e poi anticipando una dichiarazione che il Corriere della Sera pubblica stamani in cui lamenta di essere stato frainteso, di essere stato vittima di chissà quali tagli e manipolazioni. Un tentativo di nascondere la crudissima realtà dei fatti dietro un muro di ipocrisia che rende quel che è accaduto, se è possibile, ancora più grave. E vergognoso l’atteggiamento di chi, fra i suoi interlocutori politici, farà finta di crederci.

Quanti hanno applaudito? Tutti? Un gruppo sparuto, una minoranza? La maggioranza dei deputati forzisti, come l’audio abbastanza confuso lascerebbe intendere? Che cosa è andato veramente in scena in quell’aula della Camera martedì pomeriggio, dopo che il leader respecté et bien aimé, come si diceva di Kim Il Sung, aveva straparlato in ogni sede e prima che straparlasse di nuovo a beneficio di tutte le tv e delle agenzie di stampa disseminando di mine quelli che, almeno in teoria, dovevano essere gli ultimi metri della lunga corsa di Giorgia Meloni verso il traguardo del potere?

Quanti hanno applaudito la controverità sulla guerra tra Russia e Ucraina raccontata da Berlusconi non è una curiosità da consegnare alla cronaca dello psicodramma in cui si è andato trasformando il cammino del centrodestra diventato destra-destra verso il governo del paese. È una scottante questione politica che riguarda la nascita stessa del governo e, se nasce, del suo cammino futuro. Perché – lo sanno tutti – le truppe di Forza Italia sono essenziali per la tenuta numerica della maggioranza e, quindi, del governo avvenire. Se il partito si spacca, con i fedelissimi incollati al Capo  e un’altra parte pronta a prendere il largo attratta dalle melodie cantate dalle sirene del terzo Polo…Addio sogni di gloria. Lo ha capito perfettamente Giorgia Meloni, la quale mentre molti dei suoi, insieme con una parte dell’informazione già intimidita dal potere prossimo venturo, cercavano di buttare acqua sul fuoco ha sbattuto brutalmente le carte sul tavolo: il governo nasce soltanto se tutti quelli che ne fanno parte sono uniti con me, ovvero con l’Occidente, con l’Ucraina, con Zelensky e contro la Russia. Chi non ci sta è fuori e non transigo, anche al prezzo di non farlo, il governo. E tornare a votare, è il seguito non detto ma chiaro per tutti.

Drammatizzazione

Una drammatizzazione d’un passaggio che era già ben drammatico di suo anche per l’incalzare dei tempi. Mentre lo show putiniano di Berlusconi carpito dall’agenzia La Presse (onore al merito) andava in onda nella maratona di Mentana, alla Camera e al Senato venivano votati i vicepresidenti, i questori e i segretari d’aula: l’ultimo adempimento atteso dal Quirinale per rendere noto il calendario delle consultazioni per la formazione del governo. Si comincia stamani e si chiude domani, venerdì, con la delegazione degli uomini e le donne della coalizione che ha vinto le elezioni. Tutti insieme, pur se la rinuncia all’idea di andare per parti separate presa giorni fa in un momento di precaria bonaccia con Berlusconi & company, è parsa a un certo punto del pomeriggio di ieri vacillare perché son cominciate a girare voci sulle “difficoltà” che i consiglieri del Quirinale avrebbero prospettato a Mattarella sull’opportunità politica di ricevere, insieme con gli altri, l’autore della clamorosa putinata trasmessa in tv con argomenti esattamente contrari a quelli usati dal Presidente in tutte le occasioni in cui c’è stato da parlare della guerra.

Voci che, ovviamente, non hanno trovato alcuna conferma, ma che testimoniano l’esistenza di un problema reale che sta assestando forti scossoni d’incertezza a un cammino che, dopo le liti dei giorni scorsi, i foglietti incendiari di Berlusconi, gli elenchi degli improperi dedicati a Giorgia diventata poi “signora Meloni”, l’andata a Canossa in via della Scrofa, la nuova giornata di passione consumatasi martedì sembrava faticosamente riacchiappata dai pompieri scesi in campo su tutto il fronte.

E invece, ecco la bomba. Della quale potrebbe rimanere vittima, insieme con certezze e speranze della destra-destra per un inizio senza (troppi) intoppi, uno dei principali protagonisti della tragicommedia che è andata in scena in questo tormentato inizio di legislatura: Antonio Tajani.

Precipitosa sconfessione

Ieri sera colui che fu forse il più fedele tra i fedelissimi del gran capo si è precipitato a prendere le distanze. Prima ha fatto un comunicato per riempire di elogi il Parlamento europeo che ha conferito il premio Sacharov al popolo ucraino en bloc e poi ha fatto sapere che interverrà oggi al gruppo del PPE per ribadire il pieno sostegno alla resistenza, il totale appoggio al presidente Zelensky e la più ferma condanna dell’aggressione russa. Tutto il repertorio, insomma, della retorica pro-Kiev e tutto il contrario di quello che aveva detto Berlusconi. Che lui non ha mai nominato: come se non esistesse.

Ma basterà questa precipitosa sconfessione, anche un po’ ingenerosa, d’una trentennale solidarietà politica per salvare a Tajani il posto di ministro degli Esteri, che porta con sé anche l’onore (con pochi oneri e buone remunerazioni) di vicepresidente del Consiglio?

In realtà già ieri mattina, prima della nuova sceneggiata berlusconiana, il palazzone bianco della Farnesina aveva cominciato a sfumare per gli effetti della prima, quella di cui si aveva avuta contezza martedì pomeriggio: l’annuncio della ritrovata amicizia con Putin. S’era già delineato il problema che si sarebbe posto al Presidente Mattarella e, anche prima, alla ancora non presidente Meloni: possono la politica estera dell’Italia e, intanto, la reputazione del paese essere affidate al “coordinatore” (qualunque cosa significhi) di un partito il cui capo assoluto ha dichiarato di essersi scambiato pochi giorni fa doni alcolici e letterine “dolci” con il Nemico Pubblico Numero Uno delle comunità politiche cui l’Italia appartiene?

A giudicare dal commento di colui che viene descritto dai media come il “più stretto collaboratore” di Meloni, il vecchio-nuovo presidente del gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Francesco Lollobrigida, la risposta era : “Antonio Tajani – aveva detto – ha avuto sempre un atteggiamento lineare sulla politica internazionale, è un esponente di punta del Ppe e credo sia sconveniente coinvolgerlo” nelle putinaggini del suo capo. Poi però, poiché viviamo giorni in cui le certezze sul futuro governo tendono a farsi molto ballerine, l’esponente di FdI, la cui aderenza al pensiero della sua leader è garantita anche dall’intimità familiare, aveva anche aggiunto: “Al di là del ruolo che incarnerà in futuro”. E chi doveva capire, capisse.

Ipocrisia

L’ipocrisia che colora fin dall’inizio la tragicommedia di questa presa del potere romano da parte della destra triumphans, insomma, aveva trovato così il suo (provvisorio) clou. La vicenda che coinvolge Berlusconi e Tajani infatti ha due aspetti. Il primo riguarda l’ex presidente del Consiglio. Che lui avesse un debole per Vladimir Putin non era certo un mistero e per quanto potesse sembrare sommamente impolitico e anche abbastanza immorale che avesse trovato il modo di esternarlo proprio adesso, nel momento in cui si sta formando il futuro governo dell’Italia e i missili russi piovono su tutta l’Ucraina uccidendo e distruggendo, non c’era, in fondo, da stupirsi più di tanto.

Almeno fino alla riscrittura della storia della guerra fatta con gli argomenti e le parole di Putin che s’è sentita ieri, e fino all’altolà di Meloni, l’ipocrisia degli alleati era pronta a mettere una pezza anche su questo ennesimo strappo. L’uomo è quello che è. È vecchio, è stanco, è disilluso, fatica ad accettare che la “ragazzina” d’un tempo sia nelle condizioni di metterlo in riga e che lo faccia non solo senza scrupoli ma anche con un certo percepibile sadismo.  La biologia ha i suoi diritti e la psicologia le sue facili spiegazioni. La rivelazione sulla ripresa dei rapporti con l’uomo del Cremlino avrebbe fatto un po’ di rumore, avrebbe rinvigorito i sospetti in patria e, soprattutto, all’estero, ma poi…

Il problema non è solo Berlusconi, ma anche Tajani, il ministro degli Esteri in pectore che se Meloni e i dirigenti della destra-destra hanno un minimo di decenza e di coerenza in pectore dovrà resterà. Poiché se è vero che la massima biblica per cui le colpe dei padri non ricadono sui figli è evidentemente estendibile anche ai leader di partito e ai loro sottoposti, nessuno avrebbe avuto il diritto di prendersela con il “coordinatore”. Ma Tajani, invece di tacere e aspettare che la tempesta passasse, con la buona intenzione di andare in soccorso del capo ha combinato un disastro. Pensando, ingenuamente, che le parole sulle “dolcezze” con Putin fossero state riferite indirettamente da qualcuno dei partecipanti all’assemblea dei gruppi parlamentari, ha sostenuto che esse erano in realtà una dichiarazione di Berlusconi del 2008, di un tempo cioè in cui declamare amicizia con il despota del Cremlino non era poi così deplorevole come oggi. Non sapeva, lo sciagurato, che quelle frasi del gran capo erano state registrate e che a sentirle dalla viva voce di Berlusconi non si poteva avere il minimo dubbio sul fatto che si riferissero al presente e non al 2008. E che, come se non bastasse, esistesse anche un’altra registrazione, ancora più imbarazzante della prima.

Tre considerazioni

Quali considerazioni si possono trarre da questa vicenda?

La prima riguarda le divisioni e le lotte interne che stanno lacerando Forza Italia: quelle registrazioni qualcuno l’ha fatte. Se per caso qualcuno volesse pensare che si sia trattato di una machiavellica manovra orchestrata dallo stesso Berlusconi o da chi gli è vicino per far comunque trapelare la sua posizione ostile alla linea di politica internazionale del futuro governo, dovrebbe comunque trarne la conseguenza che la manovra sarebbe stata condotta senza e anzi contro il “coordinatore” del partito. L’applauso di cui dicevamo all’inizio ma anche il mormorìo di dissenso che pure c’è stato sono la prova provata che dentro Forza Italia è in atto una guerra che potrebbe sfociare, anche in tempi rapidi, in una scissione. Quali effetti avrebbe questa eventualità sulla formazione del governo o sulla sua stabilità futura è un’incognita assoluta.

La seconda considerazione riguarda la tenuta della maggioranza. Dei problemi che si stanno ponendo fin dalla sera stessa della vittoria elettorale della destra-destra sono pieni i giornali e parlano continuamente la Rete e tutte le tv. Non c’è da aggiungere alcunché, se non la speranza, forse un po’ ingenua, che anche l’ipocrisia più sfacciata non possa non trovare, alla fine, i suoi limiti invalicabili. Dobbiamo far finta di credere che i suoi foglietti incendiari Berlusconi li avesse davvero scritti per sé e non per i teleobiettivi e che gli improperi puntigliosamente elencati sotto il nome di quella che poi sarebbe diventata per lui la “signora” Meloni fossero l’innocente resoconto del malumore dei “suoi”? Che Ignazio La Russa fosse sincero quando ha dichiarato di “condividere ogni parola” di Liliana Segre e non abbia sentito, tornando a casa, il bisogno di chiedere scusa al busto di Mussolini? Che Lorenzo Fontana non sia una specie di poliziotto della morale iraniano trapiantato in Padania, ma un moderato e ragionevole gestore di un’ala del parlamento? Molti lo faranno come molti, la maggioranza, lo fecero quando sancirono con un voto in Parlamento che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak.

Ma è la terza conseguenza della vicenda quella più immediata. Tajani ha mentito. E lo ha fatto in merito alla questione più importante e più delicata per la politica estera del nostro paese in questo momento. Per quanti chilometri di distanza possa prendere oggi da Berlusconi non può fare il ministro degli Esteri dell’Italia.