Berlusconi, la farsa è finita. La sua resa mette nei guai il centrodestra

Divisivo. Una candidatura divisiva. Un uomo divisivo. E’ stato l’aggettivo più contestato dagli alleati di Berlusconi che hanno ampiamente mostrato di preferire che gli avversari alla salita al Colle del loro (sulla carta) leader andassero a rivangarne il passato politico, personale e giudiziario piuttosto che sottolineare un aspetto con cui ora si trovano loro a fare i conti.

E sì, il passo indietro o di lato che dir si voglia, reso noto per interposta persona, senza neanche degnare gli alleati di un collegamento Zoom, e men che mai di un caffè a Villa Grande, ha dimostrato che l’ex Cavaliere divisivo lo è davvero. Ma innanzi tutto della sua coalizione. Che tale era già. In modo tale da non garantirgli neanche molti dei voti dati per certi sulla carta. E lui lo ha capito. Senza parlare della fuga degli scoiattoli in realtà da subito troppo pochi.

Berlusconi alla fine si è convinto. Ha ceduto alle pressioni dei fedelissimi amici Gianni Letta e Confalonieri, a quelle dei figli, decisiva Marina. Data la comunicazione si è fatto portare al San Raffaele, sembra per per esami di routine. Un appuntamento forse più serio del previsto dato che è stato ricoverato. Ha dunque risoffiato dalle parti di Arcore il vento del 2011, quando davanti all’evidenza dei fatti e la pressione dell’Europa, andò a dimettersi dal presidente Napolitano per lasciare il posto a Mario Monti, prima di essere costretto comunque a farlo. Un passo indietro anche allora, accolto da contestazioni. Piovvero monetine come già era successo a Bettino Craxi. Questa volta la rinuncia è stata comunicata in un clima diverso dalla senatrice Licia Ronzulli, affiancata dal coordinatore Antonio Tajani, che ha letto il comunicato d’addio riprendendosi così, entrambi, il loro ruolo dopo l’invasione di Vittorio Sgarbi. e dei suoi scoiattoli.

Da Arcore tristezza e delusione

Triste, deluso, amareggiato, malato, ma intenzionato fino all’ultimo a dare le carte col passaggio nel comunicato in cui ha investito Mario Draghi della responsabilità di restare a Palazzo Chigi. Rafforzando, con questa indicazione di lavoro la possibilità del prosieguo della legislatura fino a scadenza naturale, ma spaccando nei fatti il suo fronte rimasto finora in apparenza coeso in difesa della candidatura del Grande Vecchio. Ma la cui rinuncia è stata intesa come un liberi tutti dalle seconde file che non vedono l’ora di diventare protagonisti. Riconoscimento dovuto all’anziano ingombrante che si è messo da parte e via alle distinzioni, alle distanze non solo formali che dell’ipotetica granitica maggioranza di centrodestra ne fanno un cumulo di macerie.

Il cerchio magico di Berlusconi resta compatto attorno al capo ferito. Si vedrà in seguito. Per ora condivide in pieno le parole ascoltate anche nei passaggi un po’ forzati. Quello in cui l’ex cavaliere in disarmo sostiene senza prove di essere stato sollecitato da più parti alla candidatura e anche di “avere i numeri sufficienti per l’elezione”, affermazione perlomeno azzardata. Ma di aver deciso di farsi da parte sempre in nome “dell’interesse del paese che amo” vecchio di quasi trent’anni ma evidentemente sempre valido.

Non ci sta Giorgia Meloni al prosieguo della legislatura. Fosse stato per lei galvanizzata dai sondaggi, che sempre sondaggi sono, a votare ci sarebbe già andata da tempo. Che importa la pandemia, i morti, la crisi economica se si intravede la possibilità di una destra di governo santificata dalle urne in modo tale da portare per la prima volta una donna alla guida del governo? Anche se, ma questo è solo un possibile retro pensiero, Draghi al Quirinale toglierebbe un candidato forte con cui forse misurarsi nella prossima tornata elettorale. Ma la miopia è caratteristica della scarsa capacità politica dei tempi che stiamo vivendo. E quindi l’ossessione della Meloni è quella di andare a votare il prima possibile. Senza valutare il rischio sconfitta che nel segreto dell’urna c’è sempre.

Matteo Salvini anche, alle prese con il ruolo di colui che è in grado di sbrogliare una matassa che appare sempre più intricata, è affascinato dall’idea di Draghi al Quirinale nonostante l’altolà di Berlusconi.

Salvini con la voglia di Viminale

Secondo i suoi calcoli con l’attuale premier al Colle si potrebbe arrivare ad un governo nuovo in cui ci sarebbe posto per i leader ed anche per i centristi che da tempo lo rivendicano. Ritornare al Viminale per prendere di nuovo di mira gli immigrati è diventata, anche questa, una ossessione.

Quindi, tolto dal percorso il macigno Berlusconi, ora ci si può impegnare a cercare un candidato/a per il Colle capace di mettere insieme le diverse anime del centrodestra e di convincere il centrosinistra che al momento, dopo un incotro tra i vertici di Pd, Movimento Cinquestelle e Leu, alle prime votazioni, sembra intenzionato a votare scheda bianca per poi far convergere i voti al più presto possibile su una personalità condivisa. Che potrebbe essere anche Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio, già ministro nel governo Monti. Più di un candidato di bandiera per Enrico Letta, anche se Matteo Renzi, da par suo, ha subito liquidato la candidatura.

La rosa spinosa di centrodestra

Berlusconi con Manfred Weber

I nomi del centrodestra sono i soliti circolati in questi giorni. La presidente del Senato Elisabetta Casellati, Marcello Pera, Giulio Tremonti, Letizia Moratti. Il king maker Salvini, con la supervisione del suocero Denis Verdini che è ai domiciliari ma dà molti consiglia via mail e di persona, fa telefonate su telefonate alla ricerca di una possibile personalità del centrodestra tale da sfondare il tetto dei 505 voti alla quarta votazione. Per ora sembra abbastanza difficile che la vicenda si concluda così rapidamente. A meno che non escano subito allo scoperto i candidati cosiddetti coperti. Uno è Pierferdinando Casini. Che l’arco costituzionale se lo è fatto tutto data la sua costante presenza in parlamento da decenni. Dalla Dc ad andare dall’altra parte. L’ultima volta è stato eletto senatore nelle liste del Pd.

Comunque mancano poche ore per capire qualcosa di più sui fatti reali e non sui retroscena. Prima chiama alle 15 dal 24 gennaio. Scaglionati causa Covid i grandi elettori si misureranno con la sicurezza allestita all’interno di Montecitorio. E nel parcheggio della Camera dove saranno accolti con auto propria o ambulanza i malati e i positivi che non vorranno mancare all’appuntamento. Si comincia.