Berlinguer ti voglio bene, Marco Fumagalli: “Il suo pensiero resta attuale”

Quelli che seguono sono ampi stralci da una conversazione per il bimestrale Infiniti Mondi con Marco Fumagalli, segretario nazionale della FGCI , poi deputato Pds. Ultimo impegno politico SEL dal 2009. Parlando di Enrico Berlinguer.

NAPPI. Tanti di noi sono venuti alla politica proprio per il suo esempio. E oltre noi stessi, com’è che ti spieghi questa sua capacità di essere ancora presente nella ricerca, nel confronto anche, nonostante tutti gli abbandoni che ha subito insieme a tante deformazioni anche del suo pensiero?

FUMAGALLI. A cento anni dalla fondazione del PCI, e a più di 30 dal suo scioglimento, il suo fantasma si aggira ancora tra di noi. In questi anni abbiamo visto agitare l’anticomunismo senza più i comunisti, mentre per tanti altri permane una nostalgia per quella storia. Quella storia è irrepetibile, appartiene al passato, ma riflettere su di essa penso che sia utile, anche dinnanzi alla condizione disastrata della sinistra in Italia. Senza dubbio Berlinguer è la figura più ricordata e rimpianta di quella storia, sia da chi condivideva le sue battaglie, sia da chi le avversava. Diverse sono le ragioni.

Ha pesato sicuramente la sua morte, su quel palco di Padova dove fino all’ultimo ha combattuto il male che lo stava portando via, nello sforzo dell’ultimo appello al voto davanti al suo popolo. Immagini drammatiche che ci rimandano la forza di Berlinguer.

Nel grande affetto e nella stima verso Berlinguer, c’è l’apprezzamento del suo rigore morale, del suo stile in qualche modo ascetico, senza concessioni né alla demagogia né alla falsa popolarità. Penso ai suoi comizi, ricorderai, in cui nulla era lasciato alla demagogia, al solleticare la pancia della piazza, ma erano come lezioni davanti a migliaia di persone, fatte di ragionamenti, di date, anche di cifre, forse a tratti un po’ noiose, ma che ti costringevano a pensare, a ragionare.

E penso alla sua coerenza, l’essere sempre dalla parte della libertà, della democrazia, del lavoro, della giustizia e della pace. Famosa è la risposta a Gianni Minoli durante una intervista, che gli chiede di cosa andasse più fiero, e Berlinguer rispose «di essere rimasto fedele ai miei ideali di gioventù». Nel mondo di oggi in cui tutto è spettacolo, in cui trasformismo e opportunismo sono dilaganti, tutte queste possono apparire come cose di un lontano passato, rinchiuse in vecchi ricordi. Io penso che non sia così, ma che la politica può riprendere dignità e consenso se ritrova persone, dirigenti, che abbiano quei caratteri. Soprattutto i giovani hanno bisogno di esempi, di persone coerenti di cui possano fidarsi, e si può capire così il seguito che hanno due persone così diverse per età e per storia come Sanders e Greta.

Per questo penso che la stima verso Berlinguer sia proprio da ricercare nella sua alterità, che ritengo ancora attuale.

Infine, a Berlinguer è riconosciuto il grande merito di avere rinnovato profondamente la storia e la cultura dei comunisti italiani. C’è un’immagine che vale più di mille parole. È il 1977, e su un palco immenso, in occasione del 60° anniversario della rivoluzione d’ottobre, davanti a tutta la nomenclatura, Berlinguer prende la parola, pare piccolo, quasi fragile, ma le sue parole hanno una forza dirompente, e parlano del valore universale della democrazia.

Ma c’è anche un paradosso da cui non voglio sfuggire. Talvolta la critica più feroce e demolitrice è venuta da parte di ex dirigenti comunisti. Non riguarda la generazione di Berlinguer, in cui il rispetto e l’affetto nonostante le differenze politiche non è mai venuto meno, ma la generazione seguente. Non c’è solo il libro di Miriam Mafai, “dimenticare Berlinguer”. C’è altro, una critica soprattutto all’ultimo Berlinguer, accusato di astrattismo, fino a sostenere che la questione morale è stata propedeutica all’antipolitica dei giorni nostri. Da cosa nasce questo bisogno di liberarsi di Berlinguer? Come mai invece per la nostra generazione permane forte stima e affetto? E riguarda compagni che hanno assunto anche posizioni opposte in tornanti decisivi come la svolta, penso a noi due contrari ma anche a Folena e Cuperlo che erano favorevoli. Non ho una risposta chiara, e temo sempre le semplificazioni e gli schematismi.

Enrico Berlinguer e l'Unita allo sciopero generale del 1984
Enrico Berlinguer e l’Unita allo sciopero generale del 1984

Certamente noi abbiamo incontrato il PCI e Berlinguer quando il distacco dai paesi dell’est era ormai maturato. I ritardi nel giudizio su quei paesi hanno segnato meno la nostra generazione. Ma per molti, prima di noi, ha avuto un peso determinante il tema del governo, del potere, di porre fine a un’opposizione che durava da decenni. Ricordi quella frase, “non siamo più figli di un Dio minore?” Tradotta significa che è giunto il nostro momento, tocca a noi. Il governo è la stella polare. La società e i suoi conflitti sono rimossi, a prevalere è la manovra politica. L’ultimo Berlinguer, con l’alternativa democratica, la questione morale, le “fumisterie” sull’ambientalismo, il femminismo, il pacifismo, diventa un impedimento.

I risultati purtroppo li vediamo, la sinistra è afona, e bisogna rivolgersi agli esponenti del cristianesimo sociale e alle parole del papa, per sentire una critica a questa società. Non vorrei essere ingeneroso, ma temo che ci sia una verità in quello che ho detto.

Al contrario la nostra generazione, quella della FGCI degli anni ’80, vede nell’ultimo Berlinguer, impegnato in una riflessione che tiene insieme identità e rinnovamento radicale, una sintonia profonda con la propria esperienza. La nostra battaglia per il rinnovamento e l’autonomia della FGCI, non significava che volevamo buttare a mare le nostre idealità, ma reinverarle, toglierle dalla polvere, dalle tragedie che si erano consumate nel nome di quegli ideali.

Venivamo dal ’77, dove si era lacerato il rapporto con le nuove generazioni. Sentivamo la necessità di cercare nuovi terreni, rifondare un’altra politica, incrociare i nuovi fermenti che cominciavano a nascere. Eravamo comunisti, ma sulla tessera della FGCI mettevamo “Imagine” di John Lennon. Tutto questo confesso che era abbastanza
confuso, non c’era un disegno razionale, ma era una ricerca sul campo che sfuggiva a ogni autoreferenzialità, almeno questo difetto non l’avevamo.

E questa ricerca di terreni nuovi, perfino di linguaggi e riferimenti nuovi, come veniva percepita da Berlinguer?

Penso che qui ci sia un altro aspetto di fascino verso Berlinguer: era un uomo molto curioso. La lettura della società non avveniva attraverso le lenti ossificate dell’ideologia. In lui viveva quella che Tortorella richiama, come necessità per l’esistenza stessa della sinistra, “una cultura critica della realtà”. Spesso in Berlinguer ricorre il termine “aspirazioni”, e cioè ricercare i valori nei bisogni degli esseri umani, anche in quelli più soggettivi. Alcuni hanno scritto che la sua opera preme considerevolmente in una direzione empiristica e antidogmatica. La sua attenzione e curiosità lo portava a informarsi ance su piccoli fatti. (…) Siamo cresciuti avendo davanti a noi, come esempi, grandi personalità, e il mio cruccio è che non siamo stati alla loro altezza.

Enrico Berlinguer alla Conferenza delle Donne
Enrico Berlinguer alla Conferenza delle Donne

E abbiamo vissuti tempi in cui vivevamo grandi speranze di trasformazione. Certo ci sono stati gli anni bui del terrorismo e della violenza non solo armata, ma certamente la politica viveva del noi, pur senza negare l’io, ed era animata da generosità, parlavamo di gratuità della politica come servizio per gli altri, (pensa come cambia il significato delle parole), per cambiare il mondo e noi stessi.

E proprio questo che individui tu, questa alterità, era in qualche modo per chi lo ha poi contestato, il suo limite più grande, mentre invece esso rappresentava, e noi lo percepivamo compiutamente questo, il legame forte, la connessione che lui stabiliva con il profondo della società italiana.

Quelli che criticano, anche ferocemente in alcuni casi, Berlinguer per questo suo tratto dovrebbero però avere l’umiltà di interrogarsi su un fatto: quel partito, con Berlinguer segretario, giunse a prendere un voto su tre dagli Italiani. Oggi la sinistra in Italia non c’è più. C’è una forza di centrosinistra, ma la sinistra non c’è. Quelli che sono arrivati dopo non possono caricare sulle spalle di Berlinguer questa realtà. Una qualche responsabilità ce l’avranno pure loro, o no? Noi
compresi, sia chiaro. (…)

Terzo grande riferimento di quella stagione, che poi torna attualissimo ancor di più ora in questo tempo di nuovo segnato dalla guerra fu il movimento per la pace. Comiso in Sicilia dove venne individuata la base per la installazione degli euromissili.Il bisogno di farlo crescere un movimento ma anche la preoccupazione che era fortissima nel partito di evitare derive considerate estremistiche.

Ricordo che con Tom Benettollo, che era in segreteria nazionale della FGCI, avevamo cominciato a riflettere su come ricostruire un rapporto forte con le giovani generazioni, dopo le rotture della fine degli anni ’70.E il tema della pace fu uno di quelli su cui puntammo in un rinnovato impegno. A Livorno nel 1981 realizzammo una nostra Festa nazionale dedicata proprio a questi temi (…)

E così si arrivò sull’onda di una mobilitazione che localmente si era diffusa alla manifestazione nazionale del 24 ottobre 1981 a Roma. Ne parlai con Pio La Torre, della Segreteria nazionale del partito e lui mi manifestò dei dubbi seri sullo schieramento che la indiceva. La preoccupazione era quella che potessimo essere coinvolti in una deriva estremistico-minoritaria. Ne parlai con Tom, che curava per la FGCI i rapporti con le altre forze politiche, e che aveva costruito l’appello per la manifestazione per capire come stessero le cose per l’appuntamento, tra le altre cose Tom era fantastico dal punto di vista organizzativo. Mi tranquillizzò sulla partecipazione. Tornai così da La Torre e gli dissi che avremmo confermato la nostra partecipazione alla manifestazione e quindi non avremmo ritirato la nostra firma dalla indizione.

Così arrivammo a tre o quattro giorni dalla manifestazione. Eravamo riuniti nel salone della FGCI con tutte le forze politiche e associative che avevano indetto la mobilitazione, per la stesura dell’appello finale, e arrivò Vittoria, la nostra cara segretaria che trafelata mi disse: «Marco, c’è Berlinguer a telefono». Beh insomma, non è che Berlinguer ti chiamasse a telefono spesso… Cioè, ti faceva contattare dalla sua segreteria per raggiungerlo. La telefonata era un segno di una urgenza e di una importanza. Altri tempi. Berlinguer mi dice allora: «Guarda Fumagalli, abbiamo visto l’appello. Ti chiedo solo di modificare un passaggio». Io gli risposi che non c’era ragione per non accogliere l’osservazione che veniva dal PCI, peraltro eravamo appunto riuniti con tutti gli altri, quindi si poteva tranquillamente accettare. E allora lui: «Ti comunico quindi che il PCI aderirà alla Manifestazione».

Berlinguer alla marcia Perugia Assisi

Evidentemente c’era stata una discussione nel gruppo dirigente se alla fine era stato direttamente Berlinguer a fare la telefonata. Il corteo fu enorme, e dopo gli anni duri del terrorismo il PCI incontrava nuovamente una parte grande delle nuove generazioni. La cosa fu subito percepita dal gruppo dirigente, perché allora funzionava così (…).

Rimaniamo ancora sul terreno del movimento per la pace. Proprio per ragionare su un momento iniziale ed alto del suo sviluppo: quella marcia Assisi-Rocca che promosse il PCI umbro dove avvennero tante cose, non da ultimo quell’incontro così carico di significati e valori con i Francescani alla Rocca, alla loro mensa.

…voglio qui dare conto invece di un piccolo fatto che avvenne alla partenza della manifestazione, della ascesa alla Rocca e che in qualche modo da’ piena la cifra di cosa fosse Berlinguer. Alla partenza di avvicinò un compagno della Federazione di Perugia che disse a Berlinguer: «Segretario, ora partiamo. Se sei d’accordo, facciamo qualche centinaio di metri e poi viene una macchina a prenderti per portarti su alla Rocca». Al che lui rispose: «Ti ringrazio compagno. Però dimmi, gli altri compagni come vengono su?». Comincia l’imbarazzo nel compagno della Federazione: «E gli altri compagni, beh, salgono alla Rocca…». Al che lui: «E gli altri compagni come vengono? In macchina anche loro?». Il compagno a quel punto è in evidente difficoltà: «No, non vengono in macchina». «Beh allora, caro compagno, se gli altri compagni vengono a piedi, vengo a piedi anche io». (…)

Volendo proporre tu un qualche giudizio di sintesi sull’insieme di questi aspetti che abbiamo toccato riferiti all’iniziativa e allo stesso pensiero di Berlinguer, visti anche con il distacco di un tempo che è cresciuto come distanza da quegli anni, e quindi, forse con la possibilità di vedere ancora meglio, come lo comporresti?

C’è una discussione sul secondo Berlinguer, dalla fine dell’unità nazionale alla sua morte. Per intenderci gli anni che abbiamo affrontato. Molte sono state le critiche anche dall’interno, ne abbiamo già parlato. La verità è che alla fine degli anni ’70 assistiamo per usare un vecchio linguaggio a un cambio di fase nella vicenda italiana e mondiale.

L’assassinio di Aldo Moro segna un primo spartiacque. Nel frattempo, crescono le pressioni e le manovre per impedire al pci di accedere al governo che vedono convergere dall’Urss agli Usa. È impressionante rileggere le carte segrete del Foreign Office britannico sulla situazione italiana dove si paventa anche un possibile intervento militare. E non possiamo nascondere una crescente delusione per i risultati del governo, a partire dalla stessa composizione, e che porteranno a un serio arretramento elettorale.

Ma la svolta è ancora più radicale a livello internazionale, con la vittoria nel ’79 di Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti nell’81, e che aprirono quello che fu definito il ciclo reaganiano. Ricordo la comunicazione di Paolo Bufalini sulle elezioni americane, che definì quel giorno «dies aureo signanda lapillo».

Berlinguer vede chiaramente la fase che si apre, in cui si allontana la prospettiva di governo e cresce nel mondo una offensiva contro le conquiste della sinistra. Non si limita alla proposta dell’alternativa democratica e alla denuncia della degenerazione della vita democratica e dell’occupazione dello stato da parte dei partiti. Ma si muove su tre direttrici; la prima, in quella che potremmo con Gramsci definire una guerra di posizione, c’è la difesa del mondo del lavoro e della classe operaia, del nostro insediamento storico. Sono gli anni della Fiat e della scala mobile, gli anni della difesa delle condizioni del lavoro.

Allo stesso tempo, si approfondisce la distanza dai paesi dell’est. La posizione sull’ombrello della Nato, l’esaurirsi della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre dopo il colpo in Polonia, e a Milano al congresso della FGCI parla di «un nuovo socialismo fondato sulla difesa e pienezza di tutte le libertà».

Infine Berlinguer apre una battaglia per un rinnovamento profondo della politica, dello stesso PCI e della sua cultura. Berlinguer sente le difficoltà in cui ci troviamo, anche il rischio dell’isolamento politico. Ma reagisce non arroccandosi, ma allargando il campo, andando oltre la contraddizione capitale lavoro. Sono gli anni dei pensieri lunghi, dell’apertura al femminismo e all’ambientalismo, a nuove forme di agire politico a cui da la dignità dello stesso agire del partito.

Mi colpisce un paradosso; allora che c’erano i partiti e il grande Pci, ci si apriva alla società; oggi siamo a una forma degenerata di partitismo senza più i partiti.

Comizio di Enrico Berlinguer in Piazza del Plebiscito, Napoli
Comizio di Enrico Berlinguer in Piazza del Plebiscito, Napoli

Ed è straordinaria la sua attualità. E così, se parliamo del suo discorso sull’Austerità ci viene in mente la giovane svedese (Greta Thunberg, ndr); se parliamo di guerra ci viene in mente il suo impegno per la pace e il movimento di quegli anni; se parliamo di crisi della politica e di un partitismo senza partiti, di una realtà cioè nella quale tutto è legato al sondaggio, al voto, al potere e non c’è neanche un elemento progettuale, e di nuovo lo incontri con il tema del rinnovamento della politica e della questione morale.

E in questo problema della politica ritrovo anche alcune delle sue ultime riflessioni, come quella dell’intervista a Fernando Adornato sul futuro dove lui ragionando sulla potenzialità delle innovazioni tecnologiche pone anche il problema dell’esigenza di una finalizzazione sociale del loro sviluppo e uso, pena il realizzarsi di ingiustizie ancora più grandi: e di cosa parla se non del nostro tempo in cui per tanti versi quello sviluppo tecnologico impetuoso è andato proprio fuori controllo sociale, fino a immergerci in una realtà nella quale, dietro la velocità dei fenomeni e dello svolgersi accelerato della nostra stessa vita, è il tempo che ci viene a mancare. Hai meno tempo per levare lo sguardo su quel che accade, sui nessi. E a sua volta, indebolendo una capacità di pensiero più comprensivo, favorisce la reazione immediata, istintiva, di pancia, che invade la ricerca di consenso della politica.