Berlinguer e l’ecologia della politica:
una visione attuale ancora oggi

Il 22 maggio Enrico Berlinguer avrebbe compiuto cento anni. Che sono molti anche se oggi sono sempre meno rari i centenari; comunque erano certamente pochi i 62 anni vissuti sino alla morte l’11 giugno del 1984.
Personalmente gli ho sempre voluto bene come può voler bene un elettore non militante. E “Berlinguer ti voglio bene” era il titolo (come il film) che davo alle foto del mio piccolissimo Lorenzo che dormiva nella culla con la sinistra stesa e col pugno chiuso. Ma occupandomi da decenni dei problemi dell’ambiente mi è spesso venuto da chiedermi che rapporto avesse Berlinguer con quei problemi. Né solo Berlinguer, ma il PCI nel complesso.

La parola austerità vista come occasione

In realtà quando si mette in relazione il nome Berlinguer con la parola ambiente o ecologia il pensiero mi corre più immediatamente a Giovanni Berlinguer.
E Enrico lo associo soprattutto a quel volumetto Austerità occasione per trasformare l’Italia che gli Editori Riuniti pubblicarono nel 1977, nel quale sono contenuti i suoi interventi del 15 e 30 gennaio 1977 al Convegno degli intellettuali a Roma e degli operai comunisti a Milano. Nel quale, leggendolo col senno di oggi, tratta tematiche molto vicine alle necessarie politiche per l’ambiente.

“L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica…Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato”. Questo, tra l’altro, diceva agli intellettuali a Roma aggiungendo che l’austerità può essere un’occasione “per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate”.

Sulla stessa linea a Milano, quindici giorni dopo, all’assemblea degli operai comunisti, affermava che “L’austerità è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire… è, sì, una necessità, ma può essere anche un’occasione per rinnovare, per trasformare l’Italia… L’austerità comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre più rigorose e non sperperatrici conduca ad un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana.”.

Non c’è la parola ambiente, parola che sino ad un mese fa non esisteva nemmeno nella Carta costituzionale, ma è il “trionfo” della ecologia della politica, se così mi è consentito di dire.
Il problema, forse, sta nel chiedersi, (come fece Sergio Gentili nel suo Ecologia e sinistra un incontro difficile pubblicato nel 2002 con gli Editori Riuniti) perché quella parola, quella tematica, sia stata a lungo trascurata.

Tuttavia, restando in famiglia, la diffidenza che aveva caratterizzato l’approccio al modo di affrontare i problemi dell’ambiente nel PCI ebbe una importante svolta grazie a Giovanni Berlinguer. Al quale, tramite il ricorso agli “indipendenti di sinistra”, si aggiunsero Laura Conti, Giorgio Nebbia, Gianfranco Amendola, Fabrizio Giovenale, Massimo Scalia, Gianni Mattioli, Massimo Serafini, … Ma la “diffidenza” ai vertici è continuata a lungo con una bella, breve interruzione, per meriti che vanno riconosciuti, a Fulvia Bandoli e Sergio Gentili, attraverso l’“Autonomia tematica ambiente e territorio” prima e la “sinistra ecologista” dopo.
Comunque, tornando al quesito che mi ponevo sul rapporto Berlinguer/ambiente, senza particolari forzature vi trovo un altro nesso provocato dal terremoto del 23 novembre 1980. Un terremoto drammatico con oltre tremila morti ed eccezionali distruzioni di paesi tra le province di Avellino e Potenza che, tuttavia, ha qualche merito, se mi è consentito usare questo termine per un evento così terribile.

Berlinguer in visita ai paesi terremotati dell’Irpinia

L’insegnamento del terrremoto in Irpinia

Sino a quel terremoto si catalogavano le zone sismiche in Italia soprattutto raccogliendo gli elementi ricavabili l’indomani di ogni disastroso evento. Dopo il 23 novembre 1980 questa storia è finita e col Progetto finalizzato Geodinamica del CNR (coordinato da Franco Barberi) è possibile sapere per bene quali sono le zone sismiche del Paese (quasi tutta l’Italia esclusa la Sardegna); quali sono i livelli di sismicità e con quale ricorrenza i terremoti tendono a riproporsi nelle aree interessate. Una acquisizione di conoscenze di notevole importanza perché ha consentito anche di varare leggi che impongono come e dove si deve costruire in modo antisismico.

E Berlinguer in tutto questo?
In tutto questo il terremoto ebbe anche un altro risultato: la fine del “compromesso storico”. Sono molti a collegare questi due eventi. Berlinguer si recò dopo pochi giorni nei comuni sinistrati dove a coprire vuoti e ritardi dei soccorsi dello Stato erano soprattutto volontari. Tra questi molti giovani comunisti provenienti anche dall’Emilia. Tanto che Zamberletti, il commissario straordinario nominato dal governo, nel salutarlo gli disse che il suo partito, il Pci, era il miglior reparto delle sue truppe…
E non ce ne erano altre truppe come ebbe aspramente a rilevare il presidente Pertini, dopo essersi precipitato in Irpinia vincendo l’opposizione di Forlani, in un accorato discorso alle reti unificate della Rai che si concludeva con l’invito “A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”
La ricostruzione, dunque. Ricostruzione che fu anche uno dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia come testimoniano le inchieste della magistratura sugli interessi speculativi che dirottarono i fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 339 paesi in un primo momento, che diventarono 643 in seguito a un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere la cifra finale di 687, ossia quasi l’8,4% del totale dei comuni italiani.

Anche dopo avere ascoltato il discorso di Pertini, Berlinguer il 28 novembre riunì la direzione del partito a Salerno e vi fu sancita la rottura della collaborazione con la Dc. Durante la conferenza stampa, Valentino Parlato, inviato del Manifesto, chiese a Berlinguer se dopo l’intervento del presidente della Repubblica il suo partito avrebbe continuato la politica di solidarietà nazionale. E Berlinguer rispose secco: “La Dc, avendo dimostrato di non essere in grado di guidare un’azione di rinnovamento della politica e dello stato, non è in grado di dirigere il governo del paese”. Annunciò così che era finita l’epoca del compromesso storico e cominciava quella dell’“alternativa democratica”.
Non c’entra con l’ecologia? Ma l’ambiente nel senso più ampio del termine ne guadagnò molto.