Bene il campo largo,
ma al Pd ora serve
una chiara identità

Le recenti elezioni amministrative hanno certamente segnato una sorta di pozione tonificante per il Partito Democratico e per tutto il centrosinistra: dopo molti mesi nel corso dei quali tutti i più seri istituti di sondaggio continuavano a indicare una preoccupante staticità dei consensi al PD (fermi e oscillanti tra il 18% e il 20%), il voto del 3-4 ottobre e ha rappresentato un indubbio successo politico: certamente dalle basi fragili, dato soprattutto il livello dell’astensionismo, ma non per questo meno significativo, giacché l’assenza “asimmetrica” dalle urne costituisce oramai un fattore stabile del gioco elettorale. Il fatto che alcuni segmenti dell’elettorato se ne stiano a casa (oggi, in particolare, elettori del centrodestra e anche del M5S) è esso stesso un fatto politico, che denota una diversa capacità di mobilitazione e motivazione delle diverse forze.

Un centrosinistra largo e plurale

Se volessimo tuttavia indicare un elemento politico che segna una novità di questa fase, e che si è riflessa nelle urne, potremmo dire che alla base c’è una sorta di ispirazione neo-ulivista che sta guidando l’azione del PD e del suo segretario Letta. Sembra finita la stagione infausta del PD a vocazione cosiddetta “maggioritaria”, di fatto guidato dalla pretesa di racchiudere in sé tutte le forze del centrosinistra. Tutte le coalizioni che hanno vinto nelle città sono state costruite in modo ampio e inclusivo, con l’idea non solo di un centrosinistra plurale, ma in molti casi con l’apertura significativa alle alleanze con un M5S che, sotto la guida di Conte, sta faticosamente ridefinendo la propria collocazione, ma con un sempre più chiaro ancoraggio al campo democratico e progressista.

Questo “ritorno” ad un’ispirazione unitaria, ad una concezione “larga” del campo delle proprie alleanze, rappresenta un buon viatico in vista delle elezioni politiche che, al più tardi, si svolgeranno nel 2023, anche se le incognite sono ancora numerose, e molto dipenderà dal sistema elettorale con cui si andrà a votare: nel caso in cui, come nell’attuale Rosatellum, sarà prevista ancora la formazione di coalizioni pre-elettorali, la costruzione di un’alleanza molto ampia, che comprenda pienamente il M5S, non solo sarà necessaria “pragmaticamente” – per rendere comunque aperte e competitive le elezioni –, ma si rivelerà una sorta di dovere democratico, per impedire che il centrodestra ottenga (in caso di una vittoria comunque non scontata, alla luce anche delle ultime dinamiche elettorali) una super-maggioranza di seggi in grado di alterare l’equilibrio costituzionale.

Quale identità?

Nel frattempo, tuttavia, il PD deve riflettere seriamente su se stesso: sarebbe un errore esiziale pensare che, con queste ultime elezioni, e con questa importante correzione “strategica” nel modo di concepire le alleanze, tutto si vada sistemando per il meglio e lasciarsi prendere dall’euforia. Le ragioni di fondo che hanno portato alla disfatta del 2018 – è bene ricordarlo, il minimo storico per la principale forza della sinistra in Italia – sono tutte ancora lì ben presenti, e possono essere riassunte in un semplice giudizio: il PD ha “rotto” la connessione politica (e forse anche quella “sentimentale”) che storicamente ha legato la principale forza della sinistra a quelli che possiamo definire i “ceti popolari”, la parte più povera e debole della società italiana, ma oggi anche settori moderni e dinamici del mondo intellettuale e  produttivo. Quella che si è manifestata nel voto del 2018 è una grave crisi della capacità di rappresentanza politica di tutto il mondo del lavoro: e non sarà facile, o un compito di breve respiro, cercare di superarla.

Alla base della enorme difficoltà di questo possibile “recupero” possiamo cogliere un dato di cultura politica, qualcosa che affonda le proprie radici nella scelta stessa di dar vita al PD, e di farlo nel modo sciagurato con cui è accaduto nel 2007-2008: l’idea, cioè, del partito post-ideologico. Ora, bisogna intendersi con le parole. Quando si parla di “ideologia” spesso si intende un sistema compatto e “chiuso” di convinzioni dottrinarie, che alla fine “schermano” e impediscono la comprensione dei processi reali. L’ideologia, insomma, come “falsa coscienza”. Ma “ideologia”, anche nella ricerca teorica e filosofica contemporanea, ha anche un significato diverso, più “neutrale”: denota un sistema di idee e di valori, di conoscenze e credenze, che guidano la comprensione dei processi reali e che, soprattutto, definiscono il profilo ideale e culturale di una forza politica. Ebbene, secondo i principi ispiratori dei fondatori del PD, non c’era più bisogno di un tale “sistema” di idee e di valori: di fatto, il nuovo partito poteva e doveva reggersi sulla mera convergenza programmatica, sulle “cose da fare”. Ciò che i fatti hanno dimostrato è un’altra verità: un partito non può “reggere” e tenersi insieme senza un’identità politico-culturale, senza una cornice condivisa di idee, valori e principi. E non idee generiche, si badi, ma analisi e giudizi ben precisi: ad esempio, che analisi si fa del capitalismo contemporaneo? Se ne dà una lettura critica? Lo si accetta come una cornice “data” o si pensa che si possa agire per la sua trasformazione? E in che termini? Attraverso quale ispirazione politica e culturale?

Un congresso vero

Il PD ha fatto saltare i ponti con le stesse tradizioni di cultura politica che in teoria lo avrebbero dovuto ispirare: ed è rimasto un partito acefalo, privo di un’identità; anzi, il disegno che si poteva ancora individuare all’inizio – l’incontro tra le culture politiche democratiche del nostro paese – si è venuto sempre più sbiadendo. Cos’è oggi, il PD? Un partito di “centrosinistra”? Un partito liberal-democratico’? Un partito vagamente “progressista”?
Possono sembrare domande secondarie, sotto l’urgenza degli eventi e dei processi politici che viviamo; ma ne possiamo cogliere tutta l’importanza se solo riflettiamo sulle recenti elezioni tedesche e sulla sorprendente” rinascita della SPD, il partito più “storico” che esista, “novecentesco” (anzi, ottocentesco!). Ebbene, quale è una delle lezioni che possiamo ricavarne? Un dato molto semplice e radicale: quando un partito ha una storia, una sua identità, una sua cultura politica, quando comunque coltiva una propria tradizione, questo partito può anche attraversare fasi molto acute di crisi e di difficoltà – come indubbiamente hanno vissuto i socialdemocratici tedeschi –, ma conserva le basi per una possibile ripresa, per un rinnovamento e un rilancio. Non solo: ma la continuità, anche organizzativa, il radicamento sociale, l’adempiere un compito che solo i partiti possono svolgere (ossia formare il personale politico e i ceti dirigenti), tutto questo permette comunque, qualora se ne creino le condizioni politiche, un risollevarsi da crisi che sembravano oramai irreversibili.

Per tutto questo, oggi, al Partito democratico italiano – posto che non sembra ci siano più le condizioni per la creazione di altre formazioni politiche a sinistra – spetta un compito cruciale: non solo un’accorta e saggia strategia delle alleanze, ma una radicale ricostruzione del suo profilo politico e culturale, un profondo ripensamento della logica e della struttura di funzionamento interno, il ripristino di un’organizzazione degna di questo nome, una vita democratica interna fondata sul dibattito e il confronto tra aree politico-culturali e non sulla contrattazione di potere tra correnti e cordate. E peraltro, senza tutto ciò, sarà ben difficile richiamare ad un nuovo impegno le tante forze oggi disperse della sinistra italiana. Sarà possibile tutto questo? Non sappiamo, ma c’è una sola via per provarci: organizzare un vero “congresso”, alla vecchia maniera, magari con le “tesi”, e certamente con documenti politici alternativi da sottoporre al voto degli iscritti… Se ne dovrebbe cominciare a parlare. O si pensa che si possa ancora rincorrere il mito delle “primarie” aperte e dei gazebo dove votano tutti coloro che si trovano a passare lì per caso?