Benaltrismo,
malattia infantile
del cinquestellismo

Qualche giorno fa il “grillino” ministro Di Maio, polemizzando con i fautori del No al referendum per il taglio dei parlamentari, li ha definiti “benaltristi” perché, taluni, ritengono insufficiente o sbagliato ridurre la rappresentanza parlamentare se non è accompagnata o inserita in una riforma costituzionale che riveda il cosiddetto bicameralismo paritario. Il “benaltrismo”, com’è noto, è tipico di chi non volendo fare nemmeno un passo sulla strada delle riforme o dei cambiamenti ritenuti necessari – nel nostro caso il fine sarebbe di fortificare la democrazia – si attacca sempre, a torto o a ragione, al “servirebbe ben altro”.

La domanda che sorge spontanea, se si vuole effettivamente aggredire alla radice le cause del declino democratico, è se per caso non sia proprio il taglio dei parlamentari ad avere il cattivo sapore del “benaltrismo”, nel senso, nel caso specifico, di sviare completamente e per l’ennesima volta l’attenzione dell’elettorato dal problema vero della nostra democrazia: i partiti. Anche nel 1993 si offrì in pasto all’opinione pubblica, come causa della malapolitica corrotta e corruttrice, il sistema elettorale proporzionale che – si disse allora – non assicurava la stabilità dei governi perché favoriva la frantumazione politica di partiti e partitini e la loro corruttibilità. Risultato: il maggioritario vittorioso in modo schiacciante nel referendum Segni (82,74% nel clima determinato da tangentopoli) e tradotto poi nel “mattarellum”, non arrestò la frantumazione né, tanto meno, il trasformismo politico e parlamentare divenuto imperante nella seconda Repubblica e manco la corruzione.  Inoltre, sul piano costituzionale fu inaugurato il vezzo pericoloso e rischiosamente catastrofico in tempi di maggioritario di manomettere la Costituzione per interessi di parte e financo personali: centrosinistra con Rutelli nel 2000, centrodestra con Berlusconi nel 2005, patto del Nazareno di Renzi nel 2016.

La disaffezione degli elettori

Qual è dunque la causa principale di una democrazia declinate, ridiventata essenzialmente borghese per i ceti che vi spadroneggiano, incapace di selezionare una classe politica e dirigente decente, eccessivamente popolata di ciarlatani e d’incompetenti, di bassa moralità e di zero ideali? E’ lo squagliamento dei partiti, divenuti raccogliticci contenitori di personale politico mediocre cui hanno unito pezzi di vecchio clientelismo sociale. Sono loro la causa principale della disaffezione al voto del 40% e oltre dell’elettorato. Con tutte le differenze non secondarie fra quelli di una destra vociante e sgangherata, populista e xenofoba, razzista e rancorosa, e quelli di una sinistra slavata, non populista ma neanche popolare, incapace di rialzare la schiena e, soprattutto, la mente. In mezzo, i “grillini” che dell’antipolitica sono stati l’effetto più dirompente e che al taglio dei parlamentari hanno dato un segno populista e demagogico, sostanzialmente antidemocratico, approfittando delle immorali rappresentazioni date dagli onorevoli e dai partiti che li hanno selezionati in questi anni di crisi economica e sociale. Invitano a “tagliare la casta”, a ridurre i costi parlamentari, ma tutto ciò, rimanendo i partiti tal quali, non indurrà a una migliore selezione dei parlamentari, non annullerà l’incompetenza, l’opportunismo e il trasformismo che albergano anche tra le file grilline e non solo negli altri. Con costi incomparabilmente superiori al risparmio di 375 stipendi. Invece di una “casta” grande ce ne sarà una più piccola e più asservita, con l’attuale “rosatellum”, soprattutto ai leader padroni dei partiti di destra e di altri minori e di centro come Iv e Azione.

Per le riforme serve un progetto complessivo

Questo vuol dire che non si possa ridurre il numero dei parlamentari di Camera e Senato? Certo che si può ridurre. Basta non spacciarlo per la panacea della rappresentanza istituzionale, inserendo codesta riduzione nel quadro del superamento del bicameralismo paritario e di una legge elettorale proporzionale che, sebbene promessa, non è stata approvata. Renzi l’ha mandata all’aria per mettere in difficoltà il Pd. E non si sa realisticamente se e quando essa vedrà la luce. “Il Fatto Quotidiano”, leader nella campagna per il Sì, ha buon gioco nel cogliere in apparente contraddizione tutti coloro che si schierano per il No con quanto dichiarato precedentemente. Perché tutti hanno sostenuto nel tempo o i progetti delle commissioni (Bozzi e Iotti-De Mita) o i disegni di riforma del 2005 (Berlusconi) e del 2016 (Renzi-Berlusconi-Verdini) che li prevedevano. Travaglio, però, dimentica di ricordare il progetto complessivo delle riforme, giusto o sbagliato che fosse, cui quel Sì era dato. Insomma il solito gioco di prestigio travagliesco.

Quanto alla legge elettorale, essa va sottratta alle manipolazioni di parte perché, sebbene non di rango costituzionale – bisognerebbe inserircela invece – è fondamentale per il funzionamento democratico delle istituzioni rappresentative e legislative. Quella operata da Berlusconi e Calderoli, la “porcata” pensata per non far vincere Prodi, e giudicata poi anticostituzionale, ci ha regalato ben tre parlamenti (2006, 2008, 2013) illegittimi per dodici anni di seguito. Il “rosatellum” fu inventato da Renzi per non far vincere il M5s. Tutte e due le leggi mischiavano maggioritario e proporzionale e, con le liste bloccate, l’asservimento degli eletti al capo. Ridare aria ed energia alla nostra democrazia con il proporzionale e la scelta dell’eletto da parte dell’elettore, potrà almeno aiutare a ricostruire partiti degni di questo nome, non personali e leaderistici. A questo scopo occorre riformare l’art. 49 della Costituzione  che ai partiti assegna il ruolo fondamentale di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” imponendo loro un funzionamento democratico: statuti, congressi, ecc.. Questa sì che è una priorità, perché, come abbiamo cercato di spiegare succintamente, è nei partiti attuali l’origine principale dei mali presenti nelle istituzioni.

Il taglio dei parlamentari, per come è stato impostato e per i toni grillini dominanti nella campagna in corso, è solo “benaltrismo”.