Basta scuse.
Quelle di odio non sono
solo parole

Non solo solo parole. E non ci sono scuse, basta. Ne abbiamo sentite tante, di scuse, e “ma no, non avete capito”, “non ho detto esattamente così”, “non intendevo quello” e via andando. Così non basta che sia stato sospeso il Capo della Protezione civile di Grado, che comunque resta dipendente comunale, dopo le aberranti parole che ha usato su un social, invocando squadroni della morte e forni crematori per reprimere una rivolta scoppiata in un centro di accoglienza. Avevano ragione quei quattrocento a protestare, dopo 14 giorni di quarantena gliel’avevano allungata senza tanti complimenti, tanto si tratta di sotto uomini che dovrebbero ringraziare, altro che protestare.

L’orribile vicenda di Grado

Intendiamoci: quella di Grado non è una vicenda bagatellare, che si risolve con qualche scusa, dieci giorni di sospensione e poi tutto dimenticato, ragazzo basta intemperanze e riga dritto. No.
No, perché di intemperanza in intemperanza l’asticella sta salendo impetuosamente. Certo, poi si scusa la signora Meloni, dopo aver detto delle enormità. E Salvini, abilissimo, la butta in caciara, ecco le vestali del politicamente corretto. Gasparri, meno abile, insulta i critici e poi via, sono solo parole. No.

Intanto il messaggio passa: non sono come noi

razzismoNon sono solo parole. Non si tratta affatto del politicamente corretto. Perché intanto il messaggio passa: i rom, i migranti, i profughi non sono proprio come noi, sono un tipo diverso di uomo che, certo, ha due braccia e due gambe. Ma mentre noi boccheggiamo per tre giorni di afa, loro sono ragazzoni nerboruti abituati al deserto, che vuoi che sia qualche mese su una nave alla rada?

Sono diversi da noi: sfruttarli nelle nostre campagne è quasi giusto. Vessarli è quasi normale. Truffarli è ovvio, quasi: visto che truffiamo continuamente lo Stato, dunque gli italiani, omettendo tasse e scontrini, figuriamoci quelli, che pure vengono da lontano e non siamo parenti. Perché mai pagar loro i contributi, fargli un contratto di lavoro o di affitto?

Così li escludono, un passo alla volta

Quasi giusto, quasi normale, quasi ovvio. Lo slittamento di sensibilità, di senso, di umanità è in quel quasi. Qui si perde ogni possibilità di comunità, di fratellanza, di empatia con persone sofferenti e deboli socialmente, della cui provenienza e delle cui motivazioni non vogliamo sapere nulla. Diritti sotto il minimo, e non fanno scandalo: c’è voluta la magistratura a decidere che il certificato di residenza non può essere negato, per pochi questo è stato uno scandalo. Tant’è che i decreti Salvini restano intoccati sul tavolo di questo governo, che a parole vorrebbe cambiarli. A parole.

il mondo nelle mani
Per pochi è uno scandalo quello che avviene in Africa, Asia, America Latina. Anche se di quelle vicende, a volte, siamo stati corresponsabili proprio noi italiani. Anche se le nostre aziende, italianissime, fanno sontuosi affari in quelle terre supersfruttate, impoverendo le comunità locali e l’ambiente. Non è uno scandalo: noi siamo furbi, investiamo dove si ricava profitto, siamo un popolo di navigatori e santi, ma quando vogliono navigare gli altri, magari per salvare doverosamente delle vite, giù multe stratosferiche.

Non accettiamo quelle scuse

A questo servono le parole, ad abbassare il limite di attenzione. E a disegnare un diverso limite tra noi e loro, noi che qui siamo a casa nostra e loro che qui non hanno diritto di trovare casa. Tipi diversi di uomo che è logico abbiano dunque meno diritti, meno possibilità, meno di tutto.
Basta, allora. Non serve il politicamente corretto per poter dire che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti, e nessuno va ridotto a un sotto-uomo. Basta tornare alla rivoluzione francese o alla dichiarazione dei diritti dell’uomo, se la nostra bella Costituzione non va più di moda. Basterebbe anche leggere il Vangelo, se ne parla anche lì, e certo Gesù non era uno che si preoccupava del politicamente corretto.

Nel cammino dell’umanità, l’errore più grave è perderla, quell’umanità, e non accrescerla. Per questo non bisogna trattare le parole di piccoli uomini come un accidente, come fossero solo parole senza conseguenze. Le conseguenze le viviamo già ora, tutti. Non molliamo la presa. Non accettiamo quelle scuse.