Elogio dell’Italia
che sa vincere
le partite del secolo

Ho letto con particolare piacere l’introduzione che Nando Dalla Chiesa ha scritto a un suo libro, pubblicato da Solferino, intitolato “La partita del secolo”. Si riferisce a quella giocata a Città del Messico nel 1970 fra la Germania e l’Italia, che vinse per 4 a 3. L’ho letta con piacere perché, parlando in modo specifico degli anni ’70 – quelli che hanno deciso la storia dell’Italia negli ultimi cinquanta anni – Dalla Chiesa fa un elogio del nostro paese, della sua energia, della capacità che ha avuto di alzarsi in piedi nei momenti di crisi, di rimettersi in cammino, di riuscire ad ottenere grandi risultati economici, sociali, civili.

Burgnich, Riva e Albertosi prima di Germania-Italia del 1970

Un paese visto in controtendenza

Mi è piaciuta quell’introduzione perché va, come dire, controtendenza, opponendosi al costume diffuso di parlare male dell’Italia: quella sorta di continua autoflagellazione, che mette sempre in risalto i vizi del nostro popolo, i suoi difetti, i limiti della sua storia, senza mai considerare le nostre virtù, quello che abbiamo fatto per noi e per gli altri. Una tendenza che si è accentuata, in modo ulteriore, in questo triste periodo sia del nostro paese che del mondo, in cui sono venuti alla luce, in modo clamoroso, i limiti profondi di un modo di concepire la natura, i rapporti tra l’uomo e la natura, i nessi fra uomo, natura, società e la funzione e il ruolo della tecnica e delle tecnologie nel mondo contemporaneo e nella visione del destino dell’uomo nei prossimi decenni.

Molte idee, molte prospettive si sono sgonfiate come palloncini, accentuando il senso di solitudine, di angoscia, di vera e propria depressione, come se fossimo vicini a una Apocalisse dopo la quale dovrebbe però arrivare, non si sa perché e su che basi, una sorta di universale renovatio. E questo ha contribuito ad acuire un giudizio negativo sul nostro paese, sulle sue carenze strutturali, potenziando quella che si potrebbe chiamare l’ideologia del “paese senza”: senza riforma, senza rivoluzioni che non fossero “passive”, senza energia morale e civile. Un paese destinato, per la sua stessa costituzione interiore, alla disgregazione, alla disfatta, alla perdita di qualunque ruolo nel secolo che da poco è iniziato.

Ma la storia non dice questo, anzi dice il contrario. Ed è singolare che gli italiani non conoscano questa storia, e la sommergano in una notte in cui tutte le vacche sono nere, senza distinzione fra momenti di crisi e di degenerazione, che certo ci sono stati e ci sono, e momenti luminosi di grandezza che è un peccato – un peccato civile – non conoscere e non rivendicare.

Senza Italia non esisterebbe l’Europa

L’Europa, nei suoi tratti migliori, non sarebbe quale è senza l’Italia. Quelle che si chiamano le “libertà dei moderni” sono nate e si sono sviluppate grazie a italiani perseguitati lungo tutta la loro vita, incarcerati, morti sul rogo per sostenere il principio della libertà di pensiero, di opinione, di religione, per battersi contro la tortura, la pena di morte. L’Italia è stata la sorgente delle idee che hanno fatto dell’Europa, prima che un luogo fisico, un principio di libertà. Ciò che spinse grandi statisti come Schuman, De Gasperi, Spaak a pensare quella nuova idea dell’Europa, che dopo decenni di crisi sta rialzando la testa in queste settimane, assumendo sulle sue spalle un destino comune.

Conosco l’obiezione, non è difficile: questo è il passato, il presente è un’altra cosa. Ed è vero. Ma anche in questo presente così grigio ci sono stati punti di luce che non possono essere ignorati o dimenticati. Ci sono stati i medici e gli infermieri morti in nome della difesa di una comune umanità, ci sono i giovani che manifestano anche in Italia contro i razzismi, ci sono energie positive e libere pronte a impegnarsi per una diversa idea dell’Italia e dell’Europa. E prima, come ricorda Dalla Chiesa, ci sono stati quelli che hanno fatto la Resistenza, che hanno combattuto la mafia a costo della vita. E ci sono quelli che si sono impegnati in grandi battaglie di civiltà, come quelle sul divorzio e l’aborto…

La statua di Galileo

I segnali della storia recente

Anche la storia recente italiana non è un cimitero di vizi, di uomini servi del potere, immersi nella corruzione e nella degenerazione dell’ethos civile sancito dalla Costituzione. C’è anche questo, ma non c’è solo questo, ed è un peccato – civile, sociale, politico – sostenere che c’è solo questo.

E poi – e sia lecito dirlo a un uomo di scuola chiamato per vocazione all’insegnamento – ci sono i giovani, pronti ad alzarsi in piedi, se vengono coinvolti, valorizzati. È vero che insegno in un ambiente speciale come la Scuola Normale Superiore, ma non mi è mai capitato di dare fiducia a un allievo senza esserne ricambiato, arricchito. C’è un vero giacimento di energie, di entusiasmo, di impegno, che può essere usato.

Presentare l’Italia come un cumulo di macerie e di disperazione è sbagliato. Ci sono oggi tutte le possibilità per alzarsi in piedi, e dare una visione del futuro all’Italia e all’Europa. La nostra responsabilità sta nell’agire, nel generare idee e fatti, non nel lamentarsi senza costrutto. I piagnistei non hanno mai portato da nessuna parte, hanno solo rinforzato chi ha il potere, togliendo speranze a quelli che lo subiscono. Oggi ci sono le condizioni per rimettersi in cammino, riprendendo il filo della nostra storia. Questo è il nostro compito, la nostra responsabilità.