No sinistra subalterna
Urge combattere
l’ “Europa dei governi”

Come arriva la sinistra europea all’appuntamento elettorale di fine maggio? La vittoria di Pedro Sanchez in Spagna ha risollevato un po’ gli animi e forse, se le contorsioni della Brexit porteranno i britannici alle urne, un po’ di respiro arriverà dai laburisti. Per il resto – si sa – le prospettive non sono esaltanti. I motivi di questa debolezza sono tanti e ovviamente diversi nei diversi paesi, ma c’è una difficoltà che in qualche modo li tiene insieme tutti quanti: l’incapacità di offrire agli elettori una proposta complessiva, convincente, e soprattutto autonoma, sul futuro dell’economia europea. Non basta dire che l’austerity è fallita, imputare alle sue nequizie la montata della ribellione che ha gonfiato le vele di populisti e sovranisti, ovvero i nazionalisti del Terzo Millennio, e promettere “cose di sinistra” come investimenti, programmi per il lavoro, attenzione ai giovani, rinnovamento del welfare. Non basta se non si rompe la gabbia della disciplina di bilancio così come è stata imposta dall’Europa dei governi e come è stata accettata non solo dalla pratica politica, ma anche dalla cultura di molti partiti socialisti europei, che fossero al governo o all’opposizione.

Sarebbe bene partire da un dato di fatto. Non è vero che in Europa “non ci sono soldi”. Il nostro continente è fra le aree più ricche del mondo e solo in Italia il risparmio privato supera i 4.100 miliardi, cioè è più del doppio del debito pubblico. Anche negli anni della crisi, dal 2008 in poi, la ricchezza mondiale è cresciuta notevolmente, il 6 e mezzo per cento l’anno, e per una discreta parte in Europa. Il problema è che questa ricchezza è andata a finire sempre più in mano a pochi, sono aumentate non solo le diseguaglianze globali ma anche quelle all’interno degli stati ed è cresciuta la povertà. La crisi del debito non è conseguenza di una mancanza di ricchezza a livello europeo, ma l’effetto di sbilanciamenti a livello degli stati e del modo di funzionare dei mercati finanziari.

L’analisi sarà un po’ rozza ed è evidente che il suo seguito logico dovrebbe investire, senza le timidezze e i tabù che le sinistre si autoimpongono con una sciagurata subalternità a quello che ritengono essere lo spirito dei tempi, soprattutto il terreno delle prospettive della politica fiscale nei diversi paesi e a livello comunitario, ma limitiamoci qui a considerare il problema delle risorse da un altro punto di vista. Il bilancio annuale dell’Unione europea ammonta attualmente a circa 166 miliardi di euro. Sembra una somma enorme, ma è una percentuale minima della ricchezza europea e cioè della somma dei PIL dei paesi, e infatti è prodotta da contribuzioni assai contenute: prelievi sulle importazioni agricole e sui dazi doganali, una quota dell’IVA riscossa dagli stati fissata attualmente allo 0,5% e sul versamento diretto dell’1,27% del PIL di ogni paese.

Perché la sinistra non ingaggia una battaglia affinché il bilancio diventi un vero bilancio e cioè non solo l’erogatore di fondi (regionale, sociale, di coesione, agricolo, per la pesca) e di compiti di sussidiarietà, ma uno strumento politico di spesa? E perché non si batte perché le risorse che arrivano dagli stati vengano aumentate? Oppure perché si individuino altre risorse? Le idee e le proposte non mancano: la tassa sulle transazioni finanziarie (vecchia battaglia di cui si sono perse un po’ le tracce), la carbon-tax sulle emissioni, imposizioni sugli sprechi e sulle produzioni dannose per l’ambiente, sui giochi d’azzardo e via sbrigliando la fantasia. Uno studio fatto dall’università di Copenaghen ha stimato nella bellezza di 600 miliardi la somma che si potrebbe ricavare subito dal recupero della elusione fiscale attuata ora dalle imprese multinazionali giocando sulle dislocazioni in paesi dalla tassazione “indulgente” (nell’ultima stima sulla crescita presentata dalla Commissione il primo paese con uno stupefacente più 5,5 è Malta…).

Perché, per restare in Italia, il grosso della polemica delle sinistre contro le scelte demagogiche del governo è tutto centrato sulla loro insostenibilità finanziaria (che pure c’è ed è ovviamente un problema), più o meno con gli stessi argomenti dei commissari UE che magari, come il rispettabilissimo Pierre Moscovici, vengono invitati anche alle iniziative elettorali del PD? Perché all’enorme problema del debito non si cercano risposte che non siano la spending review? Perché, tanto per guardare un po’ indietro, non ci si chiede se fu o no un errore votare per l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio?  Perché c’è una evidente timidezza a portare avanti le proposte di riforma e di risanamento etico dei mercati finanziari che pure dovrebbero essere il piatto forte di ogni programma di sinistra? C’è un’evidente subalternità della sinistra al pensiero economico che i governi di centrodestra hanno imposto a partire dalla fine degli anni ’90. Le sinistre dovrebbero esserne consapevoli e cercare concretamente il modo di uscirne. Uno potrebbe essere proprio la battaglia sul bilancio dell’Unione.

Con uno sforzo minimo e un minimo aggravio della fiscalità nei singoli paesi il bilancio comunitario potrebbe crescere di due volte e mezzo o tre e diventare non solo strumento di investimenti diretti, ma uno straordinario volano per l’economia. Invece accade esattamente il contrario: ogni volta che si tratta di decidere, i governi dei paesi membri, soprattutto due, la Germania e (finché Brexit non ci separi) il Regno Unito, ingaggiano un braccio di ferro con il parlamento europeo per stringere i cordoni della borsa, sostenuti dai solerti sovranisti di Viségrad, i quali ritrovano le virtù della liberalità di spendere solo quando si tratta di incassare le pingui rate dei fondi e delle sovvenzioni (con le quali, sia detto per inciso, l’Ungheria finanzia in gran parte la sua flat tax).

Ecco che siamo arrivati al punto. E cioè alla spiegazione del perché, nelle condizioni attuali, il bilancio dell’Unione non può diventare il motore della spesa europea. La sua composizione e la sua entità sono competenza esclusiva del Consiglio, e cioè dei governi. Si tratta della manifestazione più evidente, e più grave, della incompiutezza del disegno di integrazione europea. Il segno dell’esistenza di una “Europa dei governi” che si regge sulla gelosa custodia della sovranità degli stati. A guardare retrospettivamente la storia della costruzione europea è possibile fissare anche il momento in cui l’”Europa dei governi” vinse la battaglia per l’egemonia, e proprio – guarda caso – sulla questione del chi decide cosa e come sul bilancio. Fu nel 1980 quando, dopo che per iniziativa di Altiero Spinelli il Parlamento europeo il 13 dicembre dell’anno precedente aveva respinto il bilancio del ‘79, l’adozione di uno strumento finanziario molto meno ambizioso fu imposta dal Consiglio e codificata come prassi.

Altiero Spinelli

Chi ritiene che la conquista democratica da parte del parlamento europeo, oggi eletto direttamente dai cittadini, della possibilità di controllare e gestire davvero la spesa sia l’unica strada percorribile per superare l’austerity, dovrà convincersi della necessità di riprendere il cammino della riforma europea nel senso dell’integrazione, del superamento dell’”Europa dei governi”. Ed è questo l’obiettivo che le sinistre, nel parlamento che sarà eletto tra pochi giorni, dovrebbero porsi.

È chiaro che non sarà una passeggiata, visto che tutto ci dice che lo spirito dei tempi sembra veleggiare in tutt’altra direzione e il sovranismo pare forte più che mai. Ma è l’unica strada percorribile se, com’è probabile, si verificherà uno spostamento a destra dell’assemblea che inevitabilmente determinerà poi composizione e orientamenti della futura Commissione. Non tanto nel senso di una, improbabile, alleanza tra i moderati del centro e la destra sovranista, quanto, per andare sul terreno scivoloso delle previsioni, di una rottura dell’intesa istituzionale tra PPE e socialisti (che potrebbero non avere più la maggioranza insieme), la formazione di una maggioranza con i liberali e, circostanza cui la sinistra dovrebbe guardare con qualche preoccupazione, la crescita nel PPE di tentazioni a pararsi a destra inseguendone le pulsioni: le durezze sull’immigrazione, gli orientamenti regressivi in fatto di diritti civili. E, soprattutto la possibilità di una ripresa forte del neoliberismo vestito con i panni della disciplina di bilancio fine a se stessa. Solo degli ingenui, o dei propagandisti cinici, possono pensare, o far credere agli italiani, che una “vittoria dei sovranisti” alle elezioni europee aiuterebbe il governo Salvini-Di Maio-Conte a strappare margini di spesa per l’Italia e concessioni di flessibilità a un futuro esecutivo comunitario condizionato da destra. Proprio perché lo sono ciascuno per sé i sovranisti che Salvini considera oggi i suoi alleati sarebbero semmai molto poco propensi a concedere favori al paese dove fioriscono i limoni e i debiti. Toccherà alle sinistre opporsi al trend di una nuova austerity e dovranno essere attrezzate per farlo.