Sinistra, lascia l'”oltre”
L’alternativa è
investire sul partito

Il Pd ha da poco superato il decennio di vita. È’ dunque un partito ancora giovane, almeno secondo i canoni dei partiti veri. È nato per mettere fine alla frammentazione del centrosinistra e per riunire i grandi filoni del riformismo italiano. La sua forza è stata pesantemente ridimensionata ma si mantiene grosso modo in linea con quella delle altre socialdemocrazie europee in crisi. Eppure c’è già chi propone di chiuderlo, di “andare oltre” come è avvenuto per altre numerose sigle del centrosinistra in questi decenni. E un conto è se a proporlo è un “neofita” della politica come l’ex ministro Carlo Calenda, un conto è se a evocarlo è addirittura Romano Prodi, l’ex premier attorno al quale fu proprio costruito il nuovo partito dei riformisti,. Con un sarcasmo che conferma ancora una volta la sua distanza (e la scarsa generosità) nei confronti dei suoi ex compagni di strada: “Solo il Padreterno può salvare il Pd”.

In realtà basterebbe anche meno. A patto di non replicare per l’ennesima volta gli schemi di ogni post-sconfitta. Andare oltre, la società civile, il partito dei sindaci, l’alleanza con le associazioni e le forze locali: sembra di sentir riecheggiare tante vecchie categorie che non hanno portato grande fortuna alla sinistra. Tutt’altro. Il “partito dei sindaci” ad esempio. La prima volta che è stato tirato in ballo è stato sulla scia dei grandi successi del centrosinistra dopo la riforma elettorale a doppio turno nella città. E in effetti proprio le città (e le Regioni) hanno contribuito non poco a fare crescere una nuova classe dirigente di sinistra e democratica: ancora oggi, in una fase assai più difficile, casi come quelli di Milano (con Pisapia prima e Sala poi) o del Lazio (Zingaretti) contribuiscono a tenere viva una prospettiva. Per non parlare delle tante amministrazioni, anche le più piccole, dove continuano a emergere esperienze e personalità interessanti. L’equivoco è immaginare un “partito dei sindaci “, distinto e in qualche modo in concorrenza col partito del centrosinistra. Non avviene da nessun’altra parte. Per dire, Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, è e rimane un’esponente di primo piano del Ps, così come Sadiq Khan, sindaco di Londra, viene riconosciuto come esponente del Labour: a nessuno verrebbe in mente di metterli in contrapposizione ai loro partiti, anche quando manifestano le critiche piu dure ai loro leader. Nella sinistra italiana invece il tema riemerge a fasi cicliche, ogni volta che le cose si mettono male: ricordate la polemica sui “cacicchi”, già negli anni ’90?

La stessa cosa avviene con le varie espressioni della cosidetta società civile. Le associazioni, il volontariato, le forze locali vengono indicate di volta in volta come interlocutori e alleati: ma associazioni e volontariato agiscono nel sociale, non nella politica, anche se hanno bisogno della politica. E spesso e volentieri, le forze e i movimenti locali hanno contribuito più alla frammentazione e alla rivendicazione particolaristica, che a valorizzare le esperienze migliori.

Resta la suggestione del “fronte repubblicano’. La ratio della proposta di Carlo Calenda appare chiarissima e per certi aspetti condivisibile davanti all ‘emergenza xenofoba, populista e anti-europea rappresentata dal nuovo governo dell’Italia. Ma ha il difetto di connotarsi solo “contro”, cioè in antitesi: checché ne dicano Salvini e Di Maio non dureranno certo trent’anni e un partito non può esistere solo in antitesi agli altri: altrimenti dopo il governo verde-giallo arriverà qualcun altro da inseguire. In fondo è la stessa lezione dei tempi dell’anti-berlusconismo: il centrosinistra ha ricominciato a vincere quando ha messo in campo una sua iniziativa e una proposta politica, superando la fase dell’opposizione e basta.

La verità è che la strada da intraprendere, forse, è proprio quella più controcorrente: investire sul partito. In forme nuove, certo, sperimentando e innovando anche le modalità organizzative. Ma prima di affrontare tutto questo, prima di parlare di congressi, statuti e leadership, c’è qualcosa di più urgente da ricostruire: il senso di comunità. Non è solo una questione di “amalgama mal riuscita”. E non è neppure un tema che riguarda solo l’ultima leadership, anche se è innegabile che il problema negli ultimi anni abbia via via assunto connotati drammatici. Quando si giunge a usare il “noi” e il “loro” come categorie contrapposte in una stessa comunità; quando la tendenza a costruire gruppi dirigenti basati unicamente sulla fedeltà al leader diventa parossistica; quando si i subisce (o peggio si insegue) la peggiore propaganda grillina sui partiti e sulla politica, vuol dire che si è precipitati al punto più basso della condivisione politica. La sfida, insomma, appare tutta in salita. Ma non ha alternative: se non si parte da qui e se si continua a procedere in ordine sparso, il governo della nuova destra verde-gialla continuerà ad avere vita facile.