Barcellona-Madrid
il dovere del dialogo

E ora la Catalogna non è né in cielo né in terra, non è né carne né pesce, né monarchia né repubblica, né Spagna né un’altra cosa. Carles Puigdemont poche ore fa l’ha messa in un inedito limbo dopo un lungo, e si presume molto teso, tira-e-molla nella sua stessa maggioranza. Il referendum – ha detto il capo della Generalitat davanti al parlamento di Barcellona – ha sancito l’indipendenza e da lì non si torna indietro. Quindi l’indipendenza c’è. Secondo la legge che noi stessi ci eravamo dati, avremmo potuto, anzi dovuto, proclamarla due giorni dopo il voto. Invece la sospendiamo. Convocheremo di nuovo una seduta di questa assemblea e allora avverrà la proclamazione ufficiale. Intanto vogliamo dialogare.

Chi si aspettava il grande botto, o almeno qualche spettacolare fuoco d’artificio, è rimasto deluso. In particolare parecchi (ma non tutti, forse neppure la maggioranza) di quelli che fin dall’alba, ieri, hanno aspettato il momento magico sulla piazza davanti al parlamento. Ma è tutto da vedere quanto sincera sia questa offerta di dialogo e, soprattutto, quali margini per quel dialogo siano rimasti dopo tutto quel che è successo dal giorno in cui gli stessi deputati che ieri hanno applaudito il loro capo del governo votarono una legge che rendeva obbligatoria (“vinculante”) la proclamazione della Repubblica indipendente di Catalogna se al referendum avessero vinto i sì. Come è stato il 1° ottobre, salvo il non proprio irrilevante particolare che a votare è andata una minoranza degli elettori rendendo così più che legittimo (pur se da dimostrare) l’argomento di chi sostiene che non c’è, nella regione, una maggioranza favorevole all’indipendenza.

A questa offerta di dialogo il governo di Mariano Rajoy, come si è visto già nelle prime ore, non crede affatto e tutti gli esponenti dell’esecutivo, più i falchi Ciudadanos, hanno alzato subito le barricate. Quindi siamo tornati esattamente dov’eravamo alla vigilia e lo spettacolo della prima secessione in uno stato importante europeo, membro dell’Unione e della Nato, è rimandato. Di ore? Di giorni? Di settimane? Vedremo. In realtà una piccola novità nel suo discorso Puigdemont l’ha introdotta. È stato un cenno a “seri tentativi di dialogo nella non violenza” che ci sono stati e ci sono, pubblici e “riservati”. Significa questo che c’è almeno un inizio di trattativa con Madrid? Se sì, è possibile che riguardi la materia che al momento è più delicata, e dolorosa, per gli indipendentisti: la grande fuga dalla Catalogna delle banche e delle aziende importanti. Un tema che il capo della Generalitat ha evocato apertamente, chiedendo ai transfughi di restare, o di tornare. Forse c’è stato in materia qualche scambio di segnali tra la capitale e Barcellona. La legge con cui Madrid ha decretato condizioni di favore alle grandi imprese che emigrano dalla regione ribelle è stata una mossa furba e ha contribuito non poco a modificare il clima d’opinione a sfavore dei secessionisti, ma potrebbe anche diventare un boomerang per gli interessi della Spagna, con la Catalogna o senza.

Ma è un altro il terreno sul quale la ripresa, o meglio l’avvio, di un dialogo potrebbe avvenire. Nel suo lungo discorso Puigdemont ha sostenuto che la decisione di forzare verso l’indipendenza sarebbe stata determinata dai passi indietro che lo stato centrale avrebbe imposto, dall’inizio degli anni ‘2000, alle prerogative dell’autonomia catalana sancite dalla Costituzione del ’78. Facendo questo, ha detto parlando (non a caso) in spagnolo e non in catalano, i governi centrali e la monarchia ci hanno umiliato. È come dire, ma lui si è ben guardato dal dirlo, che non si sarebbe arrivati alla richiesta dell’indipendenza se l’autonomia fosse stata rispettata. Può essere questo un terreno di confronto? Può darsi, ma tutte e due le parti dovrebbero fare grossi sforzi di comprensione delle ragioni reciproche. Madrid dovrebbe rinunciare alla deterrenza dell’articolo 155 della Costituzione agitato continuamente da Rajoy e dalla sua vice superfalca Soraya Sàenz de Santamaria (e magari sbarazzarsi proprio di Rajoy e della superfalca, che questa crisi l’hanno gestita facendo tutti gli errori possibili), chiedere alla Corte costituzionale di rivedere le sentenze con cui molte prerogative catalane sono state restituite allo stato centrale, e magari fare proprie le scuse che ai catalani ha già chiesto il prefetto (governativo) della regione per l’indegno comportamento della polizia nazionale e della Guardia Civil il 1° ottobre. Ma i passi più lunghi dovrebbero farli i capi della Generalitat e i partiti indipendentisti. Dovrebbero riconoscere che l’automatismo introdotto con la legge istitutiva del referendum è stato un grave errore e una provocazione che Madrid non poteva non raccogliere, che la secessione unilaterale non è l’unica risposta possibile al desiderio di indipendenza che certamente esiste in larghi strati della società catalana. E fare una sana autocritica per il loro avventurismo: l’idea che una Catalogna indipendente potesse restare nell’Unione Europea senza rinegoziare la propria adesione è stata un’ingenuità sconcertante, così come la sicumera con cui esponenti del governo e della maggioranza escludevano che ci sarebbero state conseguenze economiche negative proprio nello stesso momento in cui le banche più grosse e aziende molto importanti se ne stavano andando a Madrid o in Andalusia portandosi dietro capitali per 16 miliardi di euro. Anche il mantra che circola negli ultimi giorni a Barcellona e dintorni, la “soluzione slovena”, e cioè una secessione morbida che per essere decretata aspetterebbe qualche riconoscimento internazionale, appare poco sensato: quando la Slovenia si staccò dalla federazione jugoslava erano molti i paesi che non aspettavano altro che riconoscerla. Alcuni, anzi, la spingevano. La Catalogna non l’aspetta né la spinge nessuno.