Cosa ci dicono quei tatuaggi nazisti del battaglione Azov

Abbiamo visto in televisione svastiche, rune, croci celtiche, ritratti di Hitler tatuati sui corpi degli uomini del battaglione Azov. Bieca propaganda russa per validare ex post la pretesa di Vladimir Putin per cui l’”operazione speciale” doveva servire anche a “denazificare” l’Ucraina? Certo. Non siamo così ingenui da ritenere quei corpi una prova che sia pure in modo minimo giustifichi quello che i russi hanno fatto, stanno facendo e faranno nelle terre che hanno occupato con la forza. Ed è anche difficile sfuggire al fastidio che abbiamo provato davanti all’esibizione dei prigionieri, nudi, impotenti, in uno spettacolo ad uso dei media con il marchio dell’oscena propaganda dei vincitori.

I tatuaggi nazisti

Però quei tatuaggi c’erano. Non li avevano tutti, certo, ma molti li avevano e nonostante li avessero è come se nessuno, qui da noi, li avesse visti. Non sono un problema, non meritano una riga o una parola di commento. Nessuno, o quasi, ne ha anche solo accennato. Che cosa significa questo silenzio? Che poiché quegli uomini si sono comportati da nemici dei nostri nemici dobbiamo assolverli dalla colpa di essere nazisti? Che dobbiamo far finta di non sapere se, come e quanto prima di rinchiudersi nei sotterranei della Azovstal si sono comportati da nazisti?

La guerra è guerra e le morti e le distruzioni finiscono per annullare la potenza dei simboli, anche quelli incisi con il dolore sulla propria pelle. Dobbiamo chiederci però se è davvero normale che in un conflitto in cui ci si ammazza senza pietà tutti noi si tenda a considerare quasi un dettaglio affermazioni di appartenenza ideale che in altre circostanze, nella normalità della pace, considereremmo aberranti.

Svastiche e effige di Stepan Bandera

Il nazismo non è un dettaglio della storia. Meno che mai lo è nelle terre in cui oggi gli ucraini si stanno difendendo dall’aggressione dei russi. Tra le immagini che comparivano sulla pelle degli uomini di Azov c’era anche l’effigie di Stepan Bandera. Per chi non lo sapesse si tratta dell’ultranazionalista ucraino che schierò il suo esercito indipendentista a fianco dei tedeschi quando questi invasero l’Unione Sovietica. Voleva la libertà del suo popolo dai russi, ma lo asservì al Terzo Reich di Hitler e le SS ucraine furono spietate quanto quelle austriache e tedesche nel dare la morte agli ebrei.

Stepan Bandera
Stepan Bandera foto Di ВО «Свобода»’s Picasa Gallery

Bandera è stato “riabilitato” nel 2010 dal presidente Viktor Yuščenko nonostante le dure proteste delle comunità ebraiche e di Israele, la sua immagine è ricomparsa sulle piazze durante la rivolta di Euromaidan e da allora è molto presente, con statue e strade intitolate, soprattutto nell’Ucraina occidentale. Segna una continuità ideale che esiste anch’essa, come i tatuaggi degli uomini riemersi dalle tenebre del sottosuolo di Mariupol.

Non trattiamoli da eroi

Chiunque abbia a cuore la libertà degli ucraini e voglia che si creino le condizioni per la pace ha il dovere di chiedere che quella continuità venga spezzata. Che non ci sia più alcuna ambiguità e che possa essere gettato nella pattumiera della propaganda più stupida l’affermato proposito di Putin di “denazificare” l’Ucraina.

Poi ci si potrà occupare della sorte di quei prigionieri. Speriamo tutti che abbiano la vita salva, che vengano trattati come prigionieri di guerra, che i russi fingano (come noi) di non vedere quei tatuaggi e che magari li rimandino a casa con uno scambio di prigionieri. Per favore, però, smettiamo, almeno noi, di sguazzare nel mare della retorica trattandoli da “eroi”. Mai come in questa circostanza vale il monito del Galileo di Bertolt Brecht: “Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”.