Avatar, il ritorno del Grande Gioco. Ma che cosa resta dietro l’algoritmo?

Ci risiamo, gli umani devastatori e imperialisti tornano a rompere gli zebedei al fiero popolo Na’Vi e a minacciare l’ecosistema del pianeta Pandora, luna del pianeta gassoso Polifemo che per sole ha la stella Alfa Centauri A. “Avatar. La via dell’acqua”, agognato bis, stavolta acquatico, del canadese James Cameron dopo l’“Avatar” del 2009, campione d’incassi mondiale arrivato a sfiorare i tre miliardi di dollari, è un film visivamente fantasmagorico che racconta molto del cinema ad altissimo budget e altissima resa e dello stato stesso dell’arte. Saghe blockbuster e storie “brandizzate”, universi fantasy derivati da comics e supereroi consolidati dilagano dagli Stati Uniti e spremono le tasche di un pubblico dai sei ai novant’anni, che, ad esempio, per un biglietto di prima visione a New York paga quasi 16 dollari. I primi cinque incassi di sempre sopra i due miliardi sono, nell’ordine, il citato “Avatar”, “Avengers: Endgame”, “Titanic” (sempre Cameron), “Star Wars: Il risveglio della Forza” e “Avengers: Infinity War”. Nonostante la rampante Bollywood, segni di immensa forza – questa mai scalfita a differenza di altri contesti dove gli Usa vivono alti e bassi – dell’industria cinematografica americana che non è proprio detto si traducano in vitalità e ossigeno per la settima arte tout court. Se “Avatar” colonizza da noi più di un terzo degli schermi, è evidente che nei periodi di lancio dei kolossal venga a diminuire l’aria per altre tipologie di film, quelli d’autore – e non solo – per primi. Al contempo va detto che prodotti come “Avatar, La via all’acqua”, girati in 3D e tecnologicamente spinti al limite hanno una ragion d’essere solo in sala e quindi un po’ funzionano da salvacinema e argine alla marcia implacabile dello streaming, vedi Netflix. Un po’. Domandone: “Avatar” è ancora cinema o è già, costitutivamente, in quanto digitalizzato, qualcosa d’altro, un avatar di se stesso? Risposta: è cinema (un tipo di cinema) all’ennesima potenza.

Cameron come Fitzcarraldo

In confronto al factotum James Cameron (è autore-sceneggiatore-regista-montatore) il Fitzcarraldo di Herzog che voleva edificare un teatro d’Opera nel mezzo dell’Amazzonia, è un dilettante. Il quasi settantenne regista con l’impresa “Avatar” vuole portare l’immagine in movimento verso una nuova frontiera con la tecnologia. Ha girato in Nuova Zelanda il secondo e terzo capitolo della saga, l’uno di seguito all’altro. E non basta ancora: “Non stiamo facendo Avatar 2 – ha detto – stiamo facendo Avatar 2, 3, 4 e 5. Ogni film avrà la sua autonomia ma farà anche parte di una storia più grande. È un’impresa epica, non diversa dal costruire la Diga delle Tre Gole”. La diga in oggetto si trova in Cina ed è la seconda più grande al mondo, tanto per chiarire. In casi del genere, si chiamano gli infermieri e il megalomane delirante viene portato via. Se però, attraversato un mare di progetti e ripensamenti, al “folle” che comunque ha già firmato strepitosi successi e insieme alla sua visione tecnofantastica, germinata fin dai primissimi tempi coi due “Terminator”, credono la Century Fox e soprattutto il gigante Disney, che controlla Century Fox dal 2019, la faccenda cambia. L’esplorazione di Pandora e forse delle sue lune continuerà, statene certi, triturando dubbi e una bella contraddizione: “Avatar” è la saga cinematografica più hi-tech mai vista e propone una poetica nemica della tecnologia e radicalmente ostile alle derive di un progresso troppo inquinante e oppressivo per essere ancora tale. Basta che funzioni, Hollywood ha digerito ben altro.

 

Gli uomini azzurri

Della storia si sa già tutto, ecco un riepilogo per sommissimi capi, partendo dal primo “Avatar”. È il 2154. Su Pandora, terra incontaminata, planano le astronavi terrestri della Rda, la Resources Development Administration, una compagnia spregiudicata e famelica. L’aria è tossica per gli umani, ma ci sono risorse minerarie ghiotte, su tutte l’unobtainium, e la Terra, in profonda crisi energetica, ne ha un gran bisogno. C’è un altro guaio, a Pandora vivono i Na’Vi, popolo fiero di creature oblunghe e azzurre in mistica comunione con la Natura, evolute sebbene caudate e con le orecchie a punta come il vulcaniano Spock di Star Trek. Gente, se messa alle strette, combattiva. Il problema atmosferico viene risolto combinando geni Na’vi e umani e sviluppando così gli Avatar, “alias” degli uomini da cui sono stati tratti i geni, fisicamente identici ai Na’Vi ma con la coscienza del corrispondente umano donatore. L’avatar dell’ex marine Jake Sully (Sam Worthington) fa un po’ mente locale e non accetta di farsi strumento di morte per i Na’vi distruggendo l’Albero Casa soprastante un ricco giacimento di unobtainium. Oltretutto Neytiri (Zoe Saldana), principessa dei Na’vi Omitacaya, è un gran bel pezzo di figliola. Sarà guerra totale contro quei ceffi della Rda e il loro braccio armato, il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang).

Avatar 2 riattacca 15 anni dopo. Neytiri e Jake hanno fatto famiglia e figli, anche adottivi, come Spider (Jack Champion). Ovviamente le astronavi Rda tornano a sfruculiare e Quaritch, diventato Na’Vi col solito metodo cerca, spalleggiato da altri avatar combattenti, vendetta e risorse. Jake e consorte scappano e trovano rifugio presso i Na’Vi d’acqua del clan Metkayna, capeggiati da Tonowari (Cliff Curtis) e Ronal (Kate Winslet). Perché citiamo gli attori anche se i Na’Vi sono creature animate con fisico e tratti non esattamente umani? A breve si vedrà.

Segue – secondo canoni classici in bilico tra il buffo, le iniziali diffidenze coi Metkayna, le baruffe, il consolidarsi di nuove tenere amicizie – l’ambientamento degli Omatikaya nel paradiso acquoreo, una sorta di “Laguna blu” all’ennesima potenza, un umido mondo di benevolenza e pace naturale. C’è infatti da impratichirsi in un sacco di cose, come nuotare in profondità, pane quotidiano per i Metkayina. Pelle verdolina e braccia con pinne, sono più magri, hanno orecchie più piccole, palpebre supplementari trasparenti e code più grandi che servono da timone nelle scorribande marine, dove di grande ausilio sono dei pinguinoni-delfini: una volta imparato a “cavalcarli”, nel mondo azzurro si fila che è un piacere. Anche stavolta sarà guerra con tanto di cattivi incorporati in mortiferi robot, Na’Vi in volo su pescespada alati, mostri squaleschi. Dei 192 minuti del film, in compagnia di un nugolo di sottostorie e personaggi (la dottoressa Karina Mogue di Michelle Yeo tra gli altri) e dei Tulkun, simil-balene amiche dei Metkayna e loro animale totemico, potenzialmente prezioso perché in grado di sintetizzare un enzima anti-invecchiamento umano, una buona fetta è dedicata al secondo clash, quello finale, che lascia sospesi alcuni fili narrativi in vista del terzo episodio, sempre sotto il segno di Eywa, la divinità guida dei Na’Vi e della sognante adolescente Kiri (Sigourney Weaver miracolosamente ringiovanita in forma Na’Vi), altra figlia adottiva di Jake Sully e Neytiri. Kiri è nata dall’avatar di Grace Augustine (sempre la Weaver), botanica e scienziata morta nel primo episodio della saga, una “immacolata concezione” che rimanda dritti alla partenogenesi della piccola Maisie da parte di un’altra scienziata, Charlotte Lockwood, in “Jurassic World, il dominio”. A dire: prima o poi noi donne riusciremo a far da sole anche i figli.

 

I cliché e il regista demiurgo

Dopo la scoperta di una Natura benigna se amata e di una società armoniosa, con la battaglia conclusiva si entra in un climax frenetico, una raffica funambolica di attacchi e contrattacchi, incendi, immersioni in un mondo nuovo, evocato dall’estro dello scenografo Dylan Cole, ben calibrato tra riconoscibile e inventato e un’estetica a dominante azzurra, monocromia che arriva a stancare. E, forse inevitabilmente, negli occhioni dei bambini Na’Vi e nelle “danze” subacquee si avvertono sentori del cartoonismo disneyano, da “Atlantis- L’impero perduto” a “Oceania”. Il volume di fuoco delle scene in spasmodica concitazione, se pur goduriosamente spettacolari, rischia, per paradosso, di mandare in tilt, causa sovraccarico, una percezione naturalmente bisognosa di pause (nota personale: soprattutto quando si raggiunge una certa età…).

Il messaggio esterno del film è limpido all’eccesso, la storia, secondo alcuni critici, non ha spessore sul piano narrativo: ovvero un Cameron bravo a evocare visivamente, meno nel racconto (fatta la tara dei clichés obbligati in questo genere di prodotti), nonostante giocasse in casa, tra acqua e oceani, come nel suo “The abyss” (1989), padre nobile degli Avatar. Comunque l’obiettivo del regista era il massimo realismo nel fantastico, arrivando a distillare una “verità” dall’apparenza, e l’ha raggiunto, i suoi Na’Vi hanno ogni diritto di entrare nell’immaginario. E il processo di costruire una memoria interna a Pandora, un’opera-mondo destinata a prolungarsi nel tempo, e agli spettatori è perfettamente avviato.

Rimane un dubbio. Tra tanta tecnologia, il regista cede il passo? Per Cameron è un viatico indispensabile verso il cinema del futuro e l’identità registica non svapora in “Avatar 2” e in nessun altro decente big film con effettoni e magie visive. Il buon director (e Cameron lo è in maniera speciale, visto che si occupa anche del montaggio) rimane il demiurgo che crea immagini e imprigiona lo sguardo. E poi il cinema è, da sempre, sentire più tecnica, idea e strumento. Il “cinematografo” dei Fratelli Lumière è un passo avanti dopo il cinescopio di Edison e via andare.

Techne maledetta o benedetta?

E allora, perché mettere in locandina i nomi di Zoe Saldana, Sam Worthington e compagnia? Perché quando sono Na’Vi assomigliano (abbastanza) agli originali in carne e ossa. Com’è possibile? E come fanno gli uomini azzurri a muoversi con fluidità e pieno realismo? Qui entrano in gioco la CGI, Computer-generated imagery, cioè immagini elaborate da algoritmi, e la motion capture: gli attori, pieni di sensori, saltano, cadono, lottano, recitano con le loro espressioni e le immagini sono acquisite dal computer e replicate alla perfezione – e contemporaneamente – dai Na’Vi corrispondenti, sorrisi, e urla comprese. Quanto alla live action, ovvero il mix tra cartoni e umani, nessun problema da “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (Robert Zemeckis, 1988) in poi. Cameron ha aggiunto del suo, sfruttando creativamente l’HFR, l’high frame rate, tecnologia che permette di aggiornare un’immagine in movimento più velocemente di 24 fotogrammi al secondo, lo standard abituale al cinema e in tv, e applicandolo o neutralizzandolo di inquadratura in inquadratura e a seconda se si trattasse di scene d’azione o dialoghi per eliminare distorsioni e ottenere una maggiore definizione. O almeno così ha capito chi scrive.

Il tutto costa e conta molto in termini di production value, cioè la qualità globale di un film determinata dai suoi meriti tecnici, design del set, effetti speciali, costumi, esclusi i criteri più soggettivi, come la regia, la recitazione, la scrittura scenica. Vabbè, è managerese spinto ma oggi nell’industria del cinema made in Usa ballano investimenti mostruosi, nella maggior parte dei casi redditizi assai. Si fanno fusioni, si lotta, il mercato è ricco, contendibile. E la Walt Disney Company guida le danze. Controlla, come si è visto, la Century Fox e pure la Marvel è una sua sussidiaria. Marvel Cinematic Universe vuol dire “Black Panther” e il sequel “Wakanda Forever”, i film degli Avengers, “Doctor Strange” e il recente seguito “Doctor Strange nel Multiverso della Follia”, entrambi con Benedict Cumberbatch. Anche la saga di Star Wars, iniziata nel ’77 con la firma di George Lucas si è accasata alla Disney, il settimo episodio “Il risveglio della forza” (2015) col ritorno di Harrison Ford nei panni di Han Solo è il primo della trilogia sequel annunciata in seguito all’acquisto nel 2012 della Lucasfilm da parte della major.

Cosa resta fuori dalle grinfie del gigante che ha costruito le sue prime fortune con topi e paperi? Non briciole, la trentennale avventura di Jurassic Park è arrivata al sesto film, “Jurassic World. Il dominio”: uscito l’anno scorso, ha abbondantemente superato il miliardo di dollari al botteghino per la felicità di Universal e Amblin Entertainment di Spielberg. Intanto l’universo cinematografico Dc, il DC Extended Universe della Warner sembra impegnato in una nuova produzione con Superman e parliamo di una ditta che ha in mano anche Batman. Ha superato i 100 milioni d’incasso addirittura l’outsider “Everything Everywhere All at Once”, prodotto dai Fratelli Russo, già registi di film con Captain America e gli Avengers, e diretto dai Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert), forgiatori di un Alphaverse, un universo parallelo di infiniti mondi, ironico ai limiti del beffardo con i luoghi comuni del genere fantastico. Da vedere.
I brand, torniamo ai big, sono totali, vanno dai comics ai pupazzotti dei vari eroi, dai videogiochi ai parchi a tema. Nel Walt Disney Resort di Bay Lake in Florida c’è “Pandora: The World of Avatar”, area ispirata ai film di Cameron. E da poco è stato inaugurato a Hollywood il “Jurassic World-The Ride”, parco divertimenti negli Universal Studios, nato sulle ceneri dello storico “Jurassic Park”. Gli appassionati di Isla Nublar e dintorni saranno soddisfatti.

Il Grande Gioco, piaccia o non piaccia, è questo, procede il transito postmoderno dalla catena di montaggio alle linee di consumo (digitale e culturale) globalizzato. Il menu secondo molti cinefili praticanti e severi è avaro di proteine nobili. Ma risulta saziante per nonni, nipoti ed eterni adolescenti.