Facciamo l’autopsia
alla (fu) Zona Rossa

Adesso che il disastro è del tutto compiuto, si ascoltano voci che si lamentano sulla fine della gloriosa Zona rossa, estremo baluardo di difesa contro l’avanzare dei tempi nuovi. Peccato che gran parte degli analisti sia molto brava a riconoscere i cadaveri ma poco abile a intuire i segni del morente. Forse non avrebbero evitato gli esiti, ma almeno avrebbero alimentato un dibattito più serio.

Le cosiddette subculture territoriali, infatti, sono sistemi di relazioni sociali complesse che coinvolgono la società civile, la politica e l’economica, e che diventano appunto cultura caratteristica nel lungo periodo quando queste relazioni assumono un tipo di coerenza che contribuisce a solidificarle. La politica, o meglio la rappresentanza politica, è solo un livello, forse più immediatamente visibile, di questa serie di relazioni complesse. Proprio il loro lento consolidarsi ci dice che anche la morte non arriva improvvisa ma è preannunciata almeno da qualche segnale.

Per questa ragione, affermare, come hanno fatto alcuni, che la sconfitta in alcune città della Toscana al ballottaggio di domenica scorsa sia causata dall’esperienza del governo Renzi e dalla sua direzione del Pd è riduttivo. Occorrerebbe, invece, andare più dentro i fatti e un po’ indietro nel tempo e dire che il cedimento di una buona parte della Zona rossa era visibile non tanto nella sconfitta di Renzi, quanto nella sua vittoria. Il renzismo, infatti, prima di diventare un fenomeno nazionale, ha avuto il suo successo proprio in molte provincie di quest’area. Basterebbe citare come dato quello delle primarie della coalizione Italia Bene Comune dell’autunno 2012, quelle vinte da Bersani. Allora, al primo turno, Renzi si affermò in tutte le provincie della Toscana, a eccezione di Livorno. E andò oltre la media nazionale in Emilia Romagna, con risultati simili a quelli del Veneto. Il suo successo in queste aree dove più radicato era il partito non doveva essere letto solo come il bisogno di un rinnovamento di gruppi dirigenti. Esso, semmai, era il segno dell’imporsi di nuovi valori meno legati alla solidarietà e più vicini al neoindividualismo della società globale. Perché mai, in un’area un tempo comunista, vinceva un giovane politico che inveiva contro lo Stato sociale, i sindacati, le tasse, la politica organizzata e che celebrava come modelli imprenditori, pubblicitari, uomini dei media e speculatori finanziari?

La imponente vittoria di Renzi alle europee del 2014 era un altro segno di questo sgretolamento, non solo per il voto nella Zona rossa, quanto per l’incredibile successo nell’area Nord-orientale, ex bianca diventata poi leghista. Era come se si fosse creata una nuova zona a trazione renziana che fondeva le due antiche subculture: quella democristiana e quella comunista. Ma non era un voto di sinistra. Era un voto che unificava aree economicamente simili che nei decenni avevano avuto espressioni politiche diverse. E le aveva unificate sotto il nome della riduzione delle tasse, di meno vincoli per il capitale, di riduzione dei diritti dei lavoratori, di più sicurezza.

Passarono pochi mesi da quel successo e, dietro l’ubriacatura renziana, arrivavano altri segnali. Nel novembre del 2014 si votò in due regioni agli antipodi: Emilia Romagna e Calabria. Vinse in entrambe il Pd ma solo pochi, e inascoltati, sottolinearono il dato più clamoroso: l’affluenza in Emilia Romagna scese al 37,7%, (alle precedenti era quasi il doppio). Votarono di più in Calabria (in genere tra le regioni con più alta astensione) dove si recò alle urne il 44% degli aventi diritto. Qualcosa non stava andando più come prima, con buona pace della tradizione civica.

In questa ottica, si può leggere meglio un dato di oggi: quello di una città come Imola, vinta dal M5s grazie ai voti del centrodestra. Non è in questo risultato che si deve cogliere la disfatta, semmai dal fatto che da qui viene l’ex ministro Poletti, peculiare prodotto della subcultura rossa. Già segretario cittadino del Pci e poi uomo di punta delle cooperative rosse, al governo con Renzi è stato il ministro del Jobs Act, la peggiore riforma del lavoro fatta in Italia. Non era forse quello il vero segno della fine?
E pensare che a Imola, ancora nel 1987, nell’ultima volta che si presentò col suo simbolo, il Pci da solo superava il 50 per cento.