Autonomia strategica
una nuova sfida
per l’Europa unita

L’espressione “autonomia strategica”, entrata nel lessico della stampa e dei think-tank che si occupano di Europa, non è stata direttamente pronunciata nel discorso che oggi, a Strasburgo davanti al Parlamento europeo, ha pronunciato la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
L’occasione era solenne. L’annuale discorso sullo Stato dell’Unione, una summa programmatica, che ha a differenza dello scorso anno ha avuto toni meno enfatici, ma ricco di proposte concrete accompagnate da analisi spesso convincenti.

Il delicato tema della difesa europea

In questo contesto non poteva non esserci il tema della difesa, che si è imposto nelle settimane scorse nel dibattito pubblico, in relazione soprattutto allo “scoordinamento”, ahimè visibilissimo, in occasione dell’affrettata e caotica ritirata da Kabul.
Giustamente qualche osservatore ha fatto notare che gli Stati membri, molti dei quali presenti in Afghanistan nel quadro della missione Nato, non sono riusciti a coordinarsi per il rimpatrio del personale dei loro rispettivi paesi e di quegli afghani ai quali, giustamente, si è ritenuto opportuno offrire la facility di lasciare un paese il cui regine, quello dei Taliban, presto li avrebbe perseguiti come “collaborazionisti” di quei paesi che in questi venti anni hanno lavorato con le autorità afghane.

Questa premessa è doverosa perché rimanda al cuore di un problema, niente affatto nuovo nella vita dell‘Unione europea.
Fin dal Trattato di Maastricht (in vigore dal 1993) e del successivo Trattato di Amsterdam (in vigore dal 1999) l’Unione si è dotata di strumenti capaci di aiutarla a definire concetti strategici sul piano militare e della politica di difesa. Il Trattato di Lisbona (2009) è andato oltre, ed ha messo nero su bianco che è prevista la possibilità per taluni Stati membri di rafforzare la reciproca collaborazione in materia di difesa istituendo una cooperazione strutturata permanente (PESCO).
Pochi sanno, o almeno non lo scrivono, che le auspicate decisioni comuni (rare per via della regola dell’unanimità) di questi anni in questo campo, sono state frutto del lavoro del Comitato politico e di sicurezza (COPS) e fatto leva sul piano operativo allo Stato Maggiore dell’UE.
Il suo Presidente, attualmente il generale italiano Claudio Graziano, in una recente intervista ha sollevato crudamente il velo sui limiti politici in cui si muove l’Ue nella sfera della politica di sicurezza.

Le pressanti e lodevoli iniziative dell’Alto Rappresentante per la sicurezza (PESC), Josep Borrell, non hanno, come sappiamo, spesso le gambe per camminare; sicuramente quando il gioco si fa duro e ciascuno degli Stati membri, compresi quelli più importanti, pensa di andare per la propria strada (la vicenda libica, purtroppo, ne è una prova).

Oggi la Von der Leyen, ha detto una parola di verità (non nuova, ma assai importante per l’occasione in cui è stata pronunciata).
” …ciò che ci ha frenato (si parla delle aree delle crisi nelle quali in qualche modo i paesi europei sono coinvolti, Afghanistan compreso, ndr) non è solo una carenza di capacità: è la mancanza di volontà politica”. Non si poteva dire meglio.

Alla ricerca di una potenza gentile

Guardiamoci attorno qui in Europa, un soggetto politico dotato di poteri e piani che ne dovrebbero fare una “potenza gentile” e che sicuramente sarà chiamata in causa per una questione, quella di una nuova ondata di profughi, drammaticamente urgente e alla quale bisogna prepararsi a fornire, costi quel che costi, una risposta positiva.

Di cosa si discute in concreto? Oggi alcuni giornali, hanno presentato questi annunciati passaggi del discorso della Von der Leyen addirittura come la nascita della difesa Ue. “6000 militari e comando unico a Bruxelles” (Repubblica).

Le stesse cose le aveva prospettate in una intervista proprio il Generale Graziano circa un mese fa. In sostanza si tratta di attivare, implementare, una decisone politica che ha il terreno già preparato nei Trattati e che viene elaborata, o potrebbe essere rapidamente aggiornata, dal punto di vista decisionale e operativo (Graziano a Bruxelles dirige uno Stato maggiore dell’Unione di cui fanno parte i rappresentanti degli Stati maggiori dei paesi membri).

Se si vuole dunque l’Europa della difesa, cioè concretamente un’Europa dotata di una forza autonoma (che ovviamente sarebbe la risultante degli apporti in termini di uomini e di mezzi degli stati membri), lo si potrebbe fare domani mattina. Si tratterebbe di accrescere e coordinare meglio uomini e mezzi. Il famoso Battle Group di 5-6000 uomini da impiegare in tempi strettissimi. Un nucleo operativo che, per capirci, poteva, coordinandosi ovviamente con gli Stati Uniti in questo caso, dislocarsi a Kabul e facilitare (forse estendere) le operazioni di evacuazione dalla capitale afghana.

Queste ipotesi non sono retoriche, né sono spuntate dal cilindro di qualcuno in queste settimane. Sono scritte in decine di documenti, discussi nel Consiglio, commentati e arricchiti di proposte da relazioni annuali del Parlamento europeo.

Sarebbe troppo lungo ritornare indietro ma la base di questa filiera politico-militare nasce con la fine dell’esistenza dell’UEO (organismo militare anch’esso figlio della fine della seconda guerra mondiale) di cui facevano parte un certo numero di Stati membri.
In vista del superamento dell’UEO, l’UE fece proprie, scrivendolo nei Trattati citati, le finalità contenute nella Carta di questa organizzazione. Sorsero le cosiddette “missioni di Petersberg” concepite per interventi umanitari, in caso di emergenze, o di peace-keeping, di rafforzamento e controllo delle procedure elettorali in Africa e in altri continenti.

Un passaggio strategico

Torniamo quindi al punto di partenza di questo ragionamento.
L’autonomia strategica di cui si parla è un passaggio obbligato per l’Unione europea. Lo sapevamo da anni e lo capiamo meglio adesso che gli Stati Uniti stanno rivolgendo interessi strategici e mezzi al proprio interno o in altre aree (ovviamente il Pacifico in primis). Non è pensabile d’altra aperte che in questa nuova situazione l’Europa unita si tenga a sua volta alla larga da queste zone problematiche quanto strategiche.

La globalizzazione, i tempi sempre più stretti per contrastare il cambiamento climatico, la rinnovata ed estesa concorrenza sul piano economico e commerciale, che vede protagonista di primaria importanza la Cina, tutte queste cose richiedono all’Europa unita di far valere il suo imponente soft power (accompagnato però da un discreto hard power militare) per non restare esclusa dalla nuova geopolitica che sta inducendo a profondi cambiamenti nelle politiche nazionali e di area. Ed è certamente da cogliere come molto positivo l‘annuncio odierno di una nuova strategia per la regione indopacifica da parte della Commissione, (“una pietra miliare” ha detto von der Leyen).

Ecco perché oggi è stato utile da parte della Presidente della Commissione europea dedicare una parte importante dl suo discorso a questo tema, E ancor più importante di avere accompagnato l’analisi alla denuncia sull’assenza di volontà politica.
Non bisogna però farsi illusioni. Almeno sui tempi. Non dimentichiamo che tra pochi giorni si vota in Germania e, come hanno fatto notare in molti, quali che siano i risultati, il necessario passaggio per definire un’alleanza (escludendo che un solo partito conquisti la maggioranza assoluta) richiederà settimane e mesi di consultazioni. Intanto potremo accontentarci del vertice (ma saremo alla prossima primavera) annunciato dalla Von der Leyen con il Presidente Emmanuel Macron, sulla difesa europea.

Abbozzo una possibile conclusione. Non sarebbe la prima volta che l’Europa trova nelle crisi (e la débâcle afghana è una di queste) la motivazione (e si spera la forza) per affermarsi su un piano globale.

Checché ne pensino i critici del mercato unico e dell’economia come fattore prevalente nella vita stessa dell’Unione europea, saranno proprio questi aspetti (la convergenza economica e commerciale di ben 27 paesi che insieme costituiscono una delle grandi potenze mondiali) a plasmare i comportamenti dei singoli Stati membri, questo però se si sarà capaci di trattare su un piede di parità con paesi come la Cina e gli Usa in primo luogo e paesi (la Russia, l’India, l’Iran, eccetera) che sono anche loro alla ricerca, affannosa e talvolta incoerente, lo sappiamo, di un plausibile reset delle relazioni internazionali.
L’alternativa al caos potrebbe tornare ad essere la vecchia cara formula della coesistenza pacifica, rilanciata in suoi interventi recenti da Massimo D’Alema.