Autonomia differenziata, una mina sul percorso di Giorgia Meloni

Un equivoco s’aggira per i palazzi del potere: l’autonomia regionale differenziata. In realtà più che un equivoco è una bandiera che la Lega esibisce e la presidente del Consiglio nasconde. L’equivoco-bandiera incombe sul governo con gradi di pericolosità essi stessi differenziati. A metà novembre erano pericoli medi dopo una proposta del ministro agli Affari regionali Calderoli che fissava nella spesa storica la base per la ripartizione dei futuri trasferimenti alle Regioni. I “Lep” (ovvero i livelli essenziali delle prestazioni) immaginati da Calderoli erano direttamente conseguenti. Scontata la sollevazione dei presidenti del Sud di ogni colore, fortemente penalizzati a vantaggio dei “ricchi” colleghi del Nord. In sostanza, dalla Campania in giù si pensa che la furbata di Calderoli sia finalizzata a lasciare intatto, e per sempre, l’enorme e mai risolto divario tra settentrione e meridione. La proposta è stata subito derubricata dallo stesso ministro a “semplici appunti”, in pratica meno di una provocazione: la disponibilità all’accomodamento della Lega sulle battaglie di punta è diventata sorprendente.

Il rischio che salti il banco se la Lega perde

Il ministro Roberto Calderoli
Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali

Adesso la pericolosità dell’autonomia è tornata bassa dopo un generico intervento della presidente del Consiglio Meloni ad una riunione dei presidenti di Regione: «Vogliamo assicurare coesione e unità nazionale. La maggiore autonomia che ciascuna Regione potrà chiedere nell’ambito delle materie previste dalla Costituzione sarà finalizzata a realizzare le riforme e le infrastrutture necessarie». Però la pericolosità potrebbe impennarsi per una improvvida iniziativa di Salvini – sempre più elefante nel negozio di cristalli – o per l’esito delle elezioni regionali che si terranno nel 2023 in Lombardia, Friuli Venezia Giulia (queste due a guida leghista), Molise, Lazio.

Ci si può scommettere, l’autonomia regionale differenziata sarà il tormentone dei prossimi anni, foriera di scontri nella maggioranza. Soprattutto se nel precipizio elettorale della Lega finirà per lasciarci le penne il presidente della Lombardia Fontana.

L’intreccio con la riforma presidenziale

Nel programma elettorale della maggioranza l’autonomia differenziata c’è, ma per depotenziarla Fratelli d’Italia l’ha imposta in un intreccio inscindibile col presidenzialismo. Le due riforme dovranno marciare di pari passo con tempi lunghissimi perché il presidenzialismo caro a Meloni e fortemente identitario per FdI ha natura costituzionale.

Comunque, da sola o in coppia col presidenzialismo, la materia dell’autonomia è piuttosto delicata, coinvolge la natura stessa dello Stato unitario ed è tale da solleticare le origini secessioniste della cultura leghista.

La complessa questione è regolamentata in termini generali dagli articoli 116, 117 e 119 della Costituzione. Le competenze riguardano 23 materie, fino a oggi disciplinate direttamente dallo Stato o in modo “concorrente” con le Regioni. Al nord le Regioni guidate dalla destra puntano a fare il pieno. Si tratta di materie che vanno al cuore dello Stato: istruzione, ricerca scientifica, reti di trasporto, energia, salute, beni culturali… Il Veneto di Zaia le ha chieste tutte, la Lombardia di Fontana venti, l’Emilia-Romagna, guidata da Bonaccini, una dozzina ma il presidente sembra averci ripensato e adesso ritiene che partire dalle competenze su cui puntare, in mancanza di una legge quadro, sia come mettere il carro davanti ai buoi. Pare anche plausibile che Bonaccini abbia accantonato l’argomento per concentrarsi sulla corsa alla segreteria del Pd per la quale cerca il sostegno dei due potenti presidenti Pd di Puglia (Emiliano) e Campania (De Luca).

Insomma, i problemi sono trasversali. La presidente del Consiglio sa che non può permettersi di tirare troppo la corda con la Lega perché ne va dell’esistenza della maggioranza e la Lega sa che non può permettersi di perdere questo treno del suo viaggio – partito all’insegna di “prima il nord” – perché ne va della sua missione politica. E allora meglio tenere tutto sotto traccia finché sarà possibile, in nome di priorità che sono altre. Se ne riparlerà dopo tutte le tornate elettorali regionali del 2023 e 2025 e non sarà un dialogo facile.