Auto elettriche, il passo avanti dell’Europarlamento

Non è il fischio finale della partita, che resta lunga da giocare e complicata. Ma il voto di mercoledì con cui il Parlamento europeo ha respinto la proposta – avanzata in prevalenza da gruppi e parlamentari conservatori, appoggiata anche da qualche presunto progressista – di rinviare oltre la scadenza prevista del 2035 il bando alla vendita di auto con motore endotermico, cioè alimentato con carburanti fossili, è una buona notizia.

L’elettrificazione del parco automobilistico, coniugata a una produzione elettrica sempre meno dipendente da carbone, gas e petrolio, è infatti una risposta urgente, improrogabile all’esigenza di azzerare le emissioni di anidride carbonica da cui dipende in grande parte la crisi climatica: in Europa, infatti, il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni totali di CO2, e oltre due terzi di queste proviene dal trasporto stradale. Raggiungere la “neutralità climatica” entro metà di questo secolo è un obiettivo che l’Europa si è già data da tempo, ponendolo a fondamento di quello che è stato chiamato “green new deal”. Oggi questo stesso traguardo si mostra decisivo non solo per contribuire a fermare la crisi climatica, a impedire che l’aumento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali tocchi la soglia critica dei 2 gradi centigradi, ma per difendere la nostra libertà e sovranità come europei: per liberarci dal rischio di finire sotto il ricatto di regimi e dittatori – oggi Putin, domani qualche altro – che controllano le risorse fossili.

È bene ripeterlo: questo voto è solo una tappa verso la decisione finale, affidata come sempre nell’Unione europea a una faticosa triangolazione tra Parlamento, Commissione e governi nazionali. Inoltre la soddisfazione per il no al rinvio della data di messa fuori mercato delle auto a motore endotermico è mitigata da un altro voto sempre del Parlamento europeo che ha bloccato l’iter di approvazione del piano di misure per arrivare al più presto nell’Unione a zero emissioni di CO2. Ma resta il segnale incoraggiante: l’unico organismo di rappresentanza democratica dell’Unione europea ha detto che il futuro prossimo della mobilità su strada è nel 100% di auto elettriche.

Perché questa decisione è stata e rimane così contrastata? Perché colpisce interessi consolidati, di cui le destre europee si fanno portatrici, e perché pone problemi assai sfidanti sul piano sociale. Il settore dell’automotive tradizionale ha un peso economico e occupazionale rilevante, gestirne una rapida conversione elettrica richiede politiche impegnative. Ma le resistenze a questo indispensabile salto tecnologico nascono anche da una diffusa inerzia culturale delle classi dirigenti, politiche e non solo, nella quale disgraziatamente brilla l’Italia. Così, accade solo in Italia che il ministro di un dicastero battezzato della “transizione ecologica”, Roberto Cingolani, ripeta ogni giorno che quella “transizione” che è stato chiamato ad attivare non deve essere troppo veloce. E parla soprattutto italiano, ahimè, anche il ritardo dell’industria automobilistica nell’adattarsi alla prospettiva tecnologica dell’auto elettrica. Mentre molte case europee hanno cominciato da tempo a investire nell’auto elettrica, Fiat-Stellantis su questo terreno di innovazione è arrivata per ultima: lo scomparso Sergio Marchionne, che della “rifondazione” multinazionale della Fiat è stato l’artefice fondamentale, ancora pochi anni fa assicurava che l’auto a trazione elettrica era un bluff, non aveva futuro.

La transizione dall’auto tradizionale a quella elettrica non è, per così dire, “un pranzo di gala”: è un cammino difficile e caratterizzato anche da nodi oggettivi, a cominciare dal preponderante ruolo cinese nella produzione di batterie. Ma non realizzarla nei tempi imposti dalla crisi climatica costerebbe – in termini ambientali, sociali, economici – assai di più, e inoltre si tratta di un processo che rappresenta in particolare per l’Europa, che resta protagonista nell’automotive, un’occasione preziosa proprio sul terreno del business. C’è un italiano che siede ai vertici dell’industria automobilistica europea e che questo l’ha capito, ma purtroppo non lavora in Italia: è il “Ceo” di Renault Luca De Meo. Intervistato dal “Corriere della Sera” De Meo ha auspicato, comprensibilmente dal proprio punto di vista, che il bando dei motori endotermici sia posticipato di qualche anno, ma aggiungendo: “Abbiamo stimato che in Francia si perderanno 75 mila posti di lavoro ma se ne creeranno 500 mila: alcune aziende sono già pronte alla transizione e altre si stanno preparando”. Così, Renault prevede di produrre entro il 2025 400 mila veicoli elettrici all’anno e sta costruendo 2 “gigafactory” che produrranno solo auto elettriche.

Ecco. La transizione ecologica continuerà a incontrare ostacoli e diffidenze, non solo in Italia. Se la mentalità che si ricava dalle parole e dalle scelte di De Meo farà breccia nelle élite di tutti i grandi Paesi europei, compreso il nostro, sarà più facile per il “vecchio continente” ringiovanirsi un po’, e partecipare da protagonista a questa inderogabile e appassionante avventura di rinnovamento economico, tecnologico, culturale.