Auschwitz negli occhi di Sami
La vita di Modiano nel film di Veltroni

Gli occhi di Sami. Sono proprio gli occhi di Sami che restano impressi nella memoria. Perché in quegli occhi c’è tutto: dalla luce al buio. Si accendono quando esprimono la speranza e si spengono, s’intristiscono e piangono quando rivedono le immagini dell’orrore e della morte.
Sami Modiano e i suoi occhi sono i protagonisti del film di Walter Veltroni “Tutto davanti a questi occhi” che è stato proiettato in anteprima lunedì all’Auditorium di Roma alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, del presidente emerito Giorgio Napolitano e dell’uomo che da bambino ha vissuto la terribile esperienza dei campi di sterminio: unico sopravvissuto della sua famiglia. Il documentario (prodotto da Sky e Palomar) per la prima volta vede collaborare i grandi gruppi televisivi: infatti verrà trasmesso sabato 27 gennaio, giorno della memoria, in contemporanea su Sky, Raitre, Iris, La7.

Poco meno di un’ora per raccontare la storia di Sami Modiano, bambino ebreo deportato. Non ci sono artifici cinematografici, nessuna trovata. Sullo schermo appare semplicemente lui con la sua bella faccia, un fazzoletto tra le mani e gli occhi. Fuori campo, la voce di Veltroni che domanda, con discrezione, quasi in punta di piedi. Sami, ricordi il giorno in cui vennero a prenderti? E Sami ricorda. Ricorda tutto, niente è stato cancellato. Il giorno in cui a Rodi presero il padre, e quello in cui presero lui e sua sorella con l’inganno. Ricorda quel giorno di luglio del 1944 quando li buttarono nella stiva di un mercantile che trasportava animali. “Nemmeno una pulitina diedero, ci misero tra gli escrementi, trattati peggio delle bestie”, annota. Ricorda quando, dopo un viaggio devastante durante il quale molti morirono e furono buttati in mare, arrivarono a terra e li misero sul treno. Lui, suo padre e sua sorella. La madre era morta tempo prima per un attacco cardiaco: “Sono contento che non abbia sofferto un dolore più grande”, dice Sami con un soffio di voce.

La scena della sua vita si sposta a Birkenau, in fondo a quel terribile binario che resta una delle immagini più sconvolgenti della storia dell’Europa. Dopo un viaggio durato un mese proprio lì su quel marciapiede, nell’agosto del 1944, Sami guarda in faccia la ferocia e l’orrore. Suo padre che si oppone alla separazione dalla figlia Lucia (“una bella ragazza di sedici anni”, ricorda) viene picchiato selvaggiamente, gli strappano dalle mani la ragazza e la portano via, insieme alle altre donne. Lei da una parte, Sami e il padre dall’altra. Divisi dal filo spinato. Lontani, in quel terribile inferno del campo di sterminio.

Quando parla di Lucia, gli occhi di Sami si illuminano. Ricorda i suoi capelli lunghi, il suo vestito, la sua bellezza, la sua bontà (“Mi ha fatto da mamma”, dice). Ma subito il dolore spegne la luce, lo sguardo si abbassa. Le lacrime. La voce flebile. Il racconto drammatico della fine di sua sorella è una ferita ancora aperta. Ricorda come è riuscito a ritrovarla lì a Binkernau: al di là del filo spinato, irriconoscibile, dopo diverse serate di appostamento. “Non era più lei. Era magrissima, i capelli rasati”, dice. E ricorda l’episodio del pane, il segno drammatico di una fine imminente. “Una sera le lanciai la mia fetta di pane avvolta a un panno – racconta – Volevo aiutarla. Ma lei me l’ha rilanciata insieme con la sua razione”. Come se a quella ragazza, ormai allo stremo, non servisse più nemmeno un tozzo di pane.

Solo il giorno dopo Lucia infatti sparisce. Non si vede più al di là del filo spinato. Il loro appuntamento viene interrotto dalla morte. Sami lo capisce. “Mio padre non resse a quel dolore, si lasciò andare”, dice piangendo. Ma prima di morire, perché sapeva che doveva morire, il padre cerca di fare coraggio al figlio. E pronuncia una frase che rimbomberà nella testa di quel ragazzino e poi in quella dell’uomo per tutta la vita: “Tieni duro, Sami. Tu devi farcela”. Tieni duro. Lui tiene duro, resiste a quell’inferno, ai morti accatastati e bruciati, al dolore, alla ferocia, al corpo malnutrito e diventato uno scheletro, al freddo gelido di Auschwitz. Fino a quando una dottoressa russa lo accarezza, lo copre con una coperta e lo salva.

Sami Modiano racconta questa terribile esperienza con una semplicità sconvolgente. E spesso ripete: “Come posso dimenticare, Walter? Come posso?”. Per tanti anni non ha voluto parlarne. “Poi ho capito che dovevo farlo, dovevo raccontarlo ai giovani quello che era successo”, dice. E i giovani, moltissimi, sono lì nella sala dell’Auditorium che ascoltano in silenzio quel racconto straziante e inseguono i tanti perché che hanno segnato la vita di Sami. Uno, al di sopra di tutti: “Perché proprio io mi sono salvato?”. Un altro tormento in quel tormento.

Quello di Veltroni è un documentario che lascia sgomenti. Con la semplicità del racconto, con gli sguardi di Sami, con gli occhi e le mani che stringono il fazzoletto bianco che asciuga le lacrime, riesce a trasmettere il dolore e lo strazio per quella pagina buia della nostra storia. Per riflettere, per capire. Come ha scritto Primo Levi: meditate che questo è stato.

Sì, questo è stato. E le parole di Sami sono un pugno nello stomaco. Salutare, oggi che pericolosi rigurgiti fascisti e razzisti attraversano l’Europa. Ma forse c’è una speranza nei giovani, dice Modiano. Quelli che con i loro volti ripresi in ogni angolo del campo di concentramento chiudono il film sulle note di “Auschwitz”, la canzone di Francesco Guccini arrangiata in modo struggente da Danilo Rea al pianoforte. E quelli che applaudono alla fine mentre Sami li saluta. Lo fa stringendosi le spalle in un abbraccio. Come faceva da lontano, oltre il filo spinato, con sua sorella Lucia nell’orrore di Birkenau.