Letta rilancerà il Pd?
Forse, ma l’unanimismo
non è buon inizio

Viva Enrico, viva Letta. Enrico Letta è il nuovo segretario del Pd, due voti contrari e quattro astenuti. Non è l’unanimità dunque, è l’unanimismo però, dal quale è sempre opportuno guardarsi, soprattutto quando alle spalle sopravvivono correnti, inimicizie, vendette, gelosie… Vedi il dizionario Treccani: unanimismo, tendenza a comporre formalmente, in sede decisionale di vertice, i contrasti interni.
Letta ha parlato per oltre un’ora, ha parlato di tante cose. Forse non ha dimenticato nulla. Ascolto i commenti di amici e compagni (li chiamo ancora così): un grandissimo discorso, mi è piaciuto, mi sono trovata d’accordo su tutto, grande Letta, mi pare che abbia centrato tutti i punti caldi, intervento di altissimo livello, le premesse ci sono tutte…


Enrico Letta ha ridestato gli animi mortificati, ha ridato senso all’entusiasmo. Anche nello sguardo al passato, al passato storico, ha evocato i nomi giusti: Jacques Delors, Romano Prodi, don Primo Mazzolari, Hannah Arendt, Sartre, l’altro Enrico della nostra memoria, Papa Francesco, cioè l’europeismo, la politica delle alleanze, il cattolicesimo popolare, le libertà individuali e la democrazia, la cultura critica e la solidarietà (“Da solo nessuno si salva”, parole di Francesco).

Mi dispiace abbia trascurato Gramsci, uno dei fondatori di questa storia, un intellettuale, un “politico pratico” che potrebbe insegnare ancora molto circa il valore dell’unità e della conoscenza in un “mondo grande e terribile” come il nostro.

Le battaglie da fare

Ha ricordato Giulio Regeni (“una persona cui vogliamo bene”) e Patrick Zaki (“ci batteremo perché sia riconosciuto cittadino europeo e cittadino italiano”). Ha ringraziato medici e infermieri che si sono battuti contro il Covid e che hanno conosciuto i loro caduti. Ci ha rammentato le centomila vittime della pandemia e gli italiani, mezzo milione, che hanno perso il lavoro. Ha promesso che metterà “al centro il tema delle donne”.

A ricostruire un po’, si dovrebbe elencare: Next Generation Eu (“strutturale, non emergenziale”), un nuovo patto di stabilità, un’Europa sociale (con misure straordinarie a sostegno del’occupazione), la salute come bene comune globale, la scuola, la lotta alle diseguaglianze, il voto ai sedicenni, lo ius soli e la bassa natalità nazionale, la giustizia e la legalità, una fiscalità costruita sul criterio della progressività, l’ambiente, l’agricoltura, il funzionamento dello stato, la condivisione tra lavoratori, manager e imprenditori di fini e risultati e nelle aziende… E tanto ancora, con il sostegno chiaro, per concreti passi, al governo Draghi.

Serve un nuovo Pd

Quindi il partito: “Non serve un nuovo segretario, serve un nuovo Pd” . Serve un partito aperto, che sappia costruire alleanze (le vittorie con Prodi sono venute grazie alle intese, alle coalizioni), che valorizzi i circoli (cioè la base) e quanto sta attorno i circoli nel cuore della società, profondamente democratico contro le scorciatoie leaderistiche o contro le scappatoie digitali (tipo piattaforma Rousseau), che stia al governo quando è giusto ma che non abbia timore a porsi all’opposizione (pronto e mai rinunciatario quando si profilano elezioni).

Come presentarsi ai nostri concittadini? “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo, radicali nei comportamenti tra di noi”. Quando la radicalità dovrebbe forse incrociare tutte le strade del partito. Con onestà, con trasparenza. Letta ha voluto concludere citando Pirandello: “…nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere e pochi volti” (credo dal romanzo “Uno, nessuno e centomila” e non, come il segretario ha indicato, dai “Giganti della montagna”). Riferimento, sotto traccia, all’indimenticabile, per lui e per noi, “stai sereno”.
Sono stato iscritto al Pci fino al colpo finale. Cronista dell’Unità, ho avuto la fortuna di assistere nel 2007 alla nascita del Partito democratico tra la manifesta commozione, illudendomi anch’io un poco che così da tanta storia passata, tra Gramsci e Don Sturzo, tra De Gasperi e Togliatti, tra Moro e Berlinguer, potesse sorgere qualcosa di bello, di buono, di sereno, finalmente uniti, come nel patto resistenziale.
Qualche sospetto in verità mi agitava: sospettavo già allora che gli uomini e le donne, le donne e gli uomini potessero essere malvagi/ malvagie e che la malvagità avrebbe potuto alimentare ambizioni di potere e lotte intestine (anche per una anonima poltroncina parlamentare).

L’avvento delle correnti

Non avrei mai immaginato che saremmo giunti al punto in cui un segretario come Zingaretti, indicato dal settanta per cento dei votanti alle primarie, quasi un plebiscito, si dimette denunciando l’insostenibilità di una forza politica dilaniata dalle ostilità tra le correnti, lui, segretario in ostaggio, massacrato, vilipeso pure dalle donne che non avevano ricevuto (da Draghi, peraltro) il loro ministero.

Un paesaggio tetro e minato che avrebbe dovuto conoscere da tempo, visto che anch’io vagamente ne intuivo i contorni grazie ai grafici pubblicati di tanto in tanto dai quotidiani: correnti e capi corrente con i rispettivi seguaci. Non so quanti invece conoscano le differenze tra un clan e l’altro. Persino Letta ha, ufficialmente, riconosciuto di capirci poco. Un merito.

La doppiezza e la furbizia nei clan

La doppiezza, l’incoerenza, la furbizia fanno parte ovviamente di quel repertorio di gesti che definisce il degrado della politica e del ceto politico italiano. Un degrado generale, universale, che non risparmia anima viva e che soprattutto non assolve il Pd e i suoi gruppi dirigenti, dovunque risiedano. “Tutti colpevoli, nessun colpevole” non vale mai. Però è difficile difficile distinguere i buoni, che per natura delle cose non mancheranno.

La diversità del Pci

Una volta si vantava la “diversità”. Mi auguro che Enrico Letta, persona colta, onesta, “signorile” come lo descriveva nel corso di una intervista l’amico professor Pasquino, sappia per il Pd recuperare qualcosa di quella “diversità”, che Enrico Berlinguer spiegava in una illuminante (e illuminata) intervista a Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica, quarant’anni fa (fine luglio 1981). La diversità del Pci, secondo Berlinguer, si misurava nella volontà di contrastare l’occupazione dello stato da parte dei partiti, le distorsioni dello sviluppo economico, i favori a una parte, la solita.

“Noi pensiamo – disse Berlinguer – che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati…”. Spero che il senso della sopravvivenza o della rinascita del Pd stia ancora in quella rivendicazione di “diversità”, stia nel rispetto delle scelte concrete che quella “diversità” impone.

Mi auguro che Letta…

Mi auguro che Letta… E’ una speranza, perché se quella lotta alle diseguaglianze, per la democrazia, per la promozione di tutti… non la facciamo noi, chi la fa? Chi impugnerebbe le armi per battersi contro una cultura unificata al peggio, che nell’inconsapevolezza dei più cancella via via spazi di libertà, che addormenta coscienze, che oscura ogni voce critica?

Non so se per questa via si possa dare un corpo e un destino al Pd. Se così fosse, il nuovo segretario non può correre il rischio di ritrovarsi in solitudine, al centro di un gruppo dirigente che ora lo plaude, magari solo a scopo di autoconservazione, al centro di vertici politici (a Roma, come in ogni regione d’Italia), prigionieri di un vizio governista, più che ispirati da una giusta ambizione di governo, prigionieri di compromessi e di “responsabilità” (il guaio della “responsabilità” che diventa “subalternità”) più che ispirati da una idealità. Incapsulati persino nel linguaggio oltre che nelle idee, competenti in formule, più che per autentica adesione alla realtà.

Molti dem lavorano nella società con competenza

Il che suggerisce e mi pare abbia suggerito anche a Letta che sarebbe il momento di cambiare qualcosa e forse molto, perché in questo partito, se lo si conosce davvero, sono tante le persone che non profumeranno di Parlamento e di segreterie ma che sperimentano il mondo in cui si vive e che lo studiano, che lavorano nei circoli, nelle amministrazioni, che costruiscono quella competenza e quella pluralità di proposte dalle quali si parte per immaginare il futuro, pure il futuro di governo, per ricostruire una identità, che lasci dire alla gente, agli elettori che non siamo “come tutti gli altri …”.

Si può fare? Qualcuno se ne andrà, altri torneranno: penso ai giovani, quelli veri, ai quali si è rivolto con passione Letta, giovani che sarebbe triste abbandonare in quell’universo concentrazionario che si chiama anche consumismo, giovani ai quali qualche nobile bandiera (più che le urne elettorali ai minorenni) per la loro stessa salvezza bisognerebbe pure affidare.
Il miglior augurio a Letta è arrivato da Salvini: “Così parte male”.