Auguri Zaki, prigioniero di un regime che l’Occidente preferisce non disturbare

Trent’anni e dimostrarli tutti, se non nel fisico almeno nella psiche, segnata dai rumori di un carcere di massima sicurezza. Porte che si aprono e chiudono mentre lui resta lì; l’appello dei detenuti chiamati per la scarcerazione e il suo nome mai presente nella lista; la farsa di udienze in cui non si può difendere da accuse inconsistenti – tanto che nemmeno la pubblica accusa le evoca, almeno pubblicamente – ma può solo ascoltare la voce di un giudice che lo rimanda in cella per altri 45 giorni.

Da due anni chiuso in cella

Trent’anni ha compiuto Patrick Zaki, cittadino egiziano e studente all’Università di Bologna, arrestato nel suo Paese l’8 febbraio 2020, sottoposto dapprima a torture fisiche poi a quella psicologica di una liberazione che rimbalza inutilmente davanti alla corte e non arriva mai. E’ il suo secondo compleanno in carcere, anche se non ci sono stati né processo né condanna.

Auguri a Zaki, alla sua famiglia e a tutti quelli che cercano di strapparlo all’incubo. Auguri alle migliaia di egiziani imprigionati senza un perché, trattenuti illegalmente o semplicemente spariti nel nulla, come accadde anche a Giulio Regeni, ricomparso ai lati di un’autostrada solo dopo essere stato torturato e ucciso. E auguri anche all’Italia e all’Europa, nella difficile condizione di dover chiedere e ottenere giustizia per due suoi cittadini (anche Patrick Zaki lo è, secondo la petizione sottoscritta on line da decine di migliaia di persone). Operazione che come è stato spiegato da Marco Brando su questo sito (https://www.strisciarossa.it/le-armi-vendute-allegitto-cosi-dimentichiamo-regeni-e-lonore-dellitalia/) è complicata per l’inveterata abitudine dell’Occidente di vendere armi anche a nazioni che non rispettano i diritti umani. L’Egitto di Abd el Fattah al Sisi è uno dei migliori clienti dell’Italia, con un giro d’affari che solo nel 2019 ha sfiorato il miliardo di euro. Somma a cui vanno aggiunti i corrispettivi (sembrerebbe un altro miliardo) di fregate, jet militari e un satellite per osservazioni.

Il giro d’affari è alimentato anche dall’inclinazione del regime egiziano a vedere terrorismo anche dove c’è solo dissenso, mentre eversori in carne e ossa si muovono, indisturbati o quasi, in una delle regioni più militarizzate del Medioriente e pretendono addirittura di annettersela definendosi “Provincia del Sinai”. Le azioni armate, da una parte, agiscono da volano per l’acquisto di armi e tecnologie spionistiche, d’altra canto giustificano agli occhi del regime la repressione indiscriminata. Quello messo in piedi dai militari è una sorta di gigantesco frullatore che consolida il loro potere politico e mette al sicuro anche quello economico, visto che sono proprio loro, i militari, a controllare gran parte dell’economia egiziana. L’effetto è perverso, perché chi finisce imprigionato e torturato senza aver fatto le cose che il regime gli attribuisce, una volta liberato potrebbe anche essere tentato di impugnare un’arma.

La prevalenza degli affari

Il meccanismo che ha risucchiato la vita di Giulio Regeni e minaccia seriamente quella di Patrick Zaki è stato descritto con semplicità da un amico di quest’ultimo. “Sono stato rapito dalle forze di sicurezza statali e interrogato per 35 ore, non ho subito elettroshock ma sono stato picchiato, bendato e legato. Mi hanno privato del sonno e hanno cercato di distorcere il tempo”, ha raccontato Amr, un ingegnere che grazie a un’offerta di lavoro è riuscito a riparare in Germania. Amr decise di parlare subito dopo l’arresto di Zaki, spiegò all’Ansa di essere consapevole dei rischi che stava correndo.

Una volta liberato, raccontò, veniva continuamente chiamato e interrogato dalle forze di polizia, cosa che gli fece scegliere l’espatrio. “Pagherò per aver fatto sentire la mia voce per Patrick, lo so. Il mio più grande timore è che questo prezzo che noi egiziani paghiamo per la nostra sicurezza sia per nulla. E questo accadrà soltanto se le persone cominceranno a ignorare le nostre storie. A trattarci come numeri, i 60mila detenuti politici in Egitto non sono numeri. Sono persone con volti, vite, con persone che amano, cibo che amano, famiglie, passioni, ma il mondo li vede solo come numeri. La mia più grande speranza è che arrivi un giorno in cui finiscano tutte le dittature del mondo”.

Questa è la situazione su cui l’Italia e l’Europa sono chiamate a intervenire ed è perfettamente sintetizzata dalle vicende di Regeni e Zaki. Ove non prevalga un generoso e sano disinteresse per gli affari realizzati vendendo armi, si potrebbe invocare un po’ di pragmatismo: fare qualcosa per evitare che repressione e violenza creino nuove spirali di terrorismo globale. Il Parlamento italiano, all’unanimità, ha già chiesto che Zaki diventi cittadino italiano. Un appello di Amnesty, già sottoscritto da quasi 170 mila persone, ne chiede la liberazione immediata. Ora la parola passa al governo e alla Ue. Sembrano fortunatamente lontani i tempi in cui un presidente del Consiglio si spingeva a definire Al Sisi “nuovo architetto del Mediterraneo” (Matteo Renzi). Uno degli auguri più importanti da fare a Zaki, oltre che di tornare presto in libertà, è che il presidente egiziano rimanga sempre più isolato.