Asor Rosa, l’intellettuale radicale che indagò la letteratura e disse no alla svolta di Occhetto

Coi suoi capelli bianchi, i baffi candidi, il suo cognome inconfondibile Alberto Asor Rosa è stato per decenni uno dei protagonisti della storia intellettuale d’Italia. Anzi forse della storia d’Italia tout court se la si vuole leggere non dal punto di vista dei premier e dei leader ma da quello delle idee che frequentano, con la stessa disinvoltura, politica, letteratura, storia sociale e culturale di un paese. Di questo paese. Asor Rosa ne ha sempre interpretato un’anima, quella di una sinistra molto radicale, ma di un radicalismo pragmatico poco impastato di miti, quella della centralità operaia che contrapponeva il proletariato al popolo. Un’anima tanto minoritaria quanto vivace, capace di fare scelte e scarti anche bruschi, anche imprevisti.

Lasciò il Pci nel 1956 per l’Ungheria

Alberto Asor Rosa a RinascitaIl primo scarto è la scelta di lasciare il Pci nel 1956. L’invasione sovietica dell’Ungheria era stato il burrone in cui era finita la sua tessera. Il Pci aveva reagito allineandosi a Mosca, chi con un gesto quasi pavloviano chi con dolore e fatica. Ingrao aveva scritto sull’Unità che quando in ballo c’era il futuro del comunismo si poteva stare da una sola parte della barricata. Almeno 200.000 iscritti al Pci se ne andarono. Non tutti sulle stesse posizioni, qualcuno per ritirarsi a vita privata, qualcuno passando per il Psi (che era un partito marxista in quel ’56 infuocato) qualcuno perché pensava che se c’è un carrarmato che spara sugli operai la parte della barricata giusta è quella dell’operaio. Qualcosa di molto simile doveva pensare Di Vittorio.

Poi nel Pci Asor Rosa rientrò, ritrovando il vecchio amico e sodale in mille imprese editoriali Mario Tronti. Mario e Alberto due giovani intellettuali, di famiglie operaie, di solidissimi studi; il primo filosofici, il secondo letterari. Asor Rosa si fece conoscere nel 1965 con l’uscita di “Scrittori e popolo”. Un esordio folgorante e polemico, che prendeva di petto tutta la letteratura realista e “popolare” che andava da Pratolini a Cassola e attaccava anche Pasolini. Era una lettura molto politica, perché cercava di trovare le radici di una cultura italiana che non fosse subalterna e che fosse davvero moderna. Poi su qualcuno di quegli autori cambiò idea. Successe con Pasolini quando l’uscita di “Petrolio” nel 1989 cambiò la sua prospettiva. Il libro lo coinvolse e lo appassionò illuminando in qualche modo di un colore nuovo l’opera di PPP o forse facendogli intravedere l’autore che sarebbe diventato se la notte del 2 novembre del 1974 non fosse stato ammazzato.

Interpretò l’anima operaista del marxismo

Alberto Asor Rosa a RinascitaL’anima operaista del marxismo in Italia non aveva troppi riferimenti, ma crebbe tra gli anni Sessanta e Settanta fino a segnare la sinistra, a cavallo di tutti i partiti, da Panzeri a Tronti, da Cacciari a Toni Negri attraverso quegli strumenti che furono le riviste. Asor Rosa diresse “Contropiano”, collaborò ai “Quaderni Rossi”, a “Classe Operaia”, fondò “Laboratorio Politico”. Riprendere in mano oggi quelle pubblicazioni fa effetto: una discussione aspra, un orizzonte internazionale, una esplicita conflittualità intellettuale. Molte idee, e più dure erano meglio era. Tanta parte della sinistra extraparlamentare (la prima Lotta Continua, Potere Operaio) ne fu influenzato, ma anche i due partiti storici, il Psi e il Pci, erano attraversati da quella discussione.

Da studioso e docente della Sapienza Asor Rosa ha avuto una grande influenza e molti allievi. La sua opera maggiore forse (per complessità del lavoro) è la cura della Letteratura Italiana edita da Einaudi, quasi venti volumi a cui hanno collaborato moltissimi storici, critici letterari e linguisti ma che risente molto della sua impronta e della sua ricerca attraverso la letteratura dei “caratteri” intellettuali dell’Italia. Da studioso e accademico ha avuto molti amici e anche molti nemici. Nella prima categoria mi piace ricordare Tullio De Mauro.

Le trasformazioni del 1977 e i nuovi equilibri

Forse la chiusura del periodo d’oro dell’operaismo italiano avvenne proprio nel 1977, mentre esplodeva la rivolta di un movimento che aveva tra i suoi animatori ciò che restava di Potere Operaio e che si stava trasformando nell’Autonomia operaia. Apparentemente l’anima operaista era per la prima volta maggioritaria all’interno di un movimento, ma non c’erano più gli operai. Asor Rosa fu il primo a dare una lettura di quel passaggio parlando delle due società. Che cosa voleva dire? «Io cercavo di individuare – scriveva presentando il volume Einaudi che raccoglieva i suoi scritti sul tema – l’ampio, diffuso, profondo bisogno di rapportarsi in forma diversa con la politica, che nasce proprio dalla natura squilibrata e rinnovatrice della crisi. Ma anche a questo proposito una precisazione sembra necessaria: la crisi è la somma degli elementi che impediscono a questo sistema – politico, sociale economico – di mantenere il suo passato equilibrio. Ora, molti di questi elementi sono stati procurati da noi: noi movimento operaio, noi partito comunista, noi lotte operaie e studentesche. È pericoloso che di questo quasi ci vergogniamo… perché l’uscita dalla crisi verso un nuovo equilibrio, o porta il risultato della crisi dentro di sé, o rappresenta un passaggio all’indietro».

Quando diresse Rinascita

Ho avuto la ventura di incrociarlo professionalmente in un momento molto particolare e “dirimente” della storia politica italiana: quell’anno e poco più in cui si trovò a dirigere “Rinascita” e io fui il suo vicedirettore. Navigammo nel bel mezzo della tempesta, tra il crollo del Muro di Berlino e il dissolvimento del Pci rinato come Partito democratico della sinistra, tra la falce e martello e la quercia. La sua nomina aveva fatto storcere molto la bocca anche all’interno del Pci, perché era avvenuta nella primavera estate del 1989 col congresso, il XVIII, che aveva incoronato Achille Occhetto. Occhetto era segretario già quasi da un anno, ma il passaggio congressuale gli aveva dato forza e gli aveva fatto decidere di forzare un po’ sul terreno della rottura, almeno culturale, per cambiare il partito. Tra il segretario e Asor Rosa c’era amicizia e molte idee in comune. La situazione conteneva qualche piccolo paradosso della storia: Asor Rosa, il meno togliattiano degli intellettuali del Pci si trovava a dirigere la rivista creata da Togliatti e che può esser letta come l’immagine stessa della politica togliattiana. La cosa in qualche modo gli pesava e insieme lo divertiva. E poi vi spiegherò perché.

Ma l’avvio della “Rinascita” di Asor Rosa non era ancora avvenuto (per qualche mese le pubblicazioni vennero sospese) quando ci fu la svolta della Bolognina. Ripensando a quel passaggio, nel 2011 scrisse su “Micromega” che “anziché scegliere – ma questa è la materia del dibattito di allora – la strada di una ricostruzione fermamente orientata a conservare, per quanto possibile, l’assetto unitario e il radicamento sociale profondo e universalmente distribuito del Pci nella società italiana del tempo, Occhetto buttò all’aria tutto pensando che con un gesto clamoroso si sarebbero risolti miracolosamente tutti i problemi di gestione politica del Partito”. È una sintesi che addolcisce il sentimento di rabbia che provava all’epoca Alberto costretto, per una volta nella vita, a sentirsi etichettato tra i “conservatori” quando lui era il primo a volere un cambiamento radicale.

I contrasti e le liti con Massimo Cacciari

alberto asor rosa a rinascitaFu un anno vissuto pericolosamente, tra contrasti difficili persino emotivamente. Ricordo le liti con Massimo Cacciari, i commenti brutalmente critici di Manfredo Tafuri. Due che erano stati tra i suoi migliori amici, compagni con cui aveva lavorato e discusso ma sempre dalla stessa parte. Il passaggio era di quelli difficili. Asor Rosa scelse persino di pubblicare alcune lettere personali (intendo lettere tutte politiche ma nate per rimanere personali) con Cacciari in cui il filosofo gli diceva: “e adesso scopro che sei comunista”. E Asor Rosa rispondeva: “sì, lo sarò sempre”. La storia strattonava le sorti individuali, metteva alla prova le idee e le amicizie. Il settimanale che facemmo in quei lunghi mesi era uno strano ircocervo pieno di spunti interessanti e di timori, di scatti in avanti e di errori. Alla fine, con la nascita del Pds l’esperienza di “Rinascita” si concluse. Lo aveva deciso l’editore (che vuol dire il nuovo partito) forse inevitabilmente. Ma per lui e per tutti noi fu una grande delusione. Asor tornò con più intensità agli studi, all’università, alla riflessione teorica ma anche alla scoperta di una vena letteraria con i suoi bei romanzi: un bel cambio di punto di vista per uno che la letteratura l’aveva prima solo studiata e messa sotto la lente dell’analisi. Certo non perse mai il gusto ad intervenire polemicamente sulla politica (qualcuno ricorderà persino un articolo in cui invocava il senso dello stato dei carabinieri contro il nullo senso istituzionale di Berlusconi).

Torniamo un momento al suo strano rapporto con Togliatti. Erano i giorni della chiusura di “Rinascita” e venne a trovarci in redazione Danilo De Marco, un fotografo bravissimo e schivo, un amico. Imbracciò la macchina e riprese Asor Rosa con in mano l’ultimo numero della rivista che aveva impresso un grande 47 (come gli anni in cui Rinascita aveva fatto sentire la sua voce). Poi volle portarlo, per scattare altre foto, sotto il grande ritratto di Togliatti che aveva alle spalle, a sua volta, la foto di Gramsci. Asor Rosa accettò di farsi fotografare sotto quel ritratto che campeggiava da sempre in redazione. A me fece venire in mente certe immagini di propaganda sovietica in cui i volti di Marx, Engels e Lenin (e magari anche Stalin o Kruscev o Breznev a seconda delle epoche) sono messi uno in fila all’altro come in una ideale linea di continuità, e glielo feci notare. Lui reagì sorridendo.