Tante storie di partigiani,
gli italiani che ci hanno
riportato la libertà

Una mattina mi son svegliata… No, non è un attacco ad effetto. È andata così. Una mattina mi sono svegliata e ho pensato: ma bisogna dargliela vinta a ‘sti maledetti che si mettono la divisa, i cappellini, che tengono i migranti in porto, che dicono che il 25 aprile è un derby tra destra e sinistra? Non mi è venuto in mente altro che far scendere in campo coloro che questo “derby” lo avevano già giocato e vinto.

Così ho proposto all’Anpi, coinvolgendo anche Gad Lerner con cui lavoro da molto tempo, di tentare l’impresa: intervistare tutti i partigiani e le partigiane ancora viventi. Tutti è un termine presuntuoso, mi rendo conto. Ma andava messo come meta ideale per vincere le obiettive difficoltà di coinvolgere vecchietti di almeno 90 anni, strutture territoriali dell’Anpi non proprio snellissime, amici che magari si godevano la libertà della pensione. Questo, devo dire, è stato il compito più facile. Ho trovato decine di volontari e volontarie, pronti a catapultarsi anche in impervie zone, chessò, abruzzesi o del Monte Penice, per portare a casa alla fine 500 interviste. Poi è arrivato il Covid e la corsa contro il tempo che stavamo facendo si è fermata.

Il viaggio è stato emozionante. Lo è stato perché, per storia di famiglia, i partigiani erano in pratica i supereroi della mia infanzia. Perché mi sono commossa con loro che si commuovevano, mi sono indignata con loro che si indignavano, mi sono stupita per la sincerità e la mancanza di retorica con cui hanno raccontato le loro esperienze. E ho capito anche quanto la Resistenza abbia insegnato alle donne a resistere.

Venivano da vent’anni di un regime che le relegava a fattrici e angeli del focolare, non correvano nessun rischio perché non sarebbe arrivata loro la cartolina militare, erano le prime a lasciare la scuola se non c’erano soldi per far studiare i figli, manco avevano il diritto di voto. Ed erano anche esposte al fuoco amico: Togliatti, dopo la Liberazione disse che era meglio che le donne non sfilassero “perché il popolo non avrebbe capito”. Eppure, come mi ha più volte ripetuto Lidia Menapace, senza le donne la Resistenza non ci sarebbe stata. E aggiungeva “punto e basta”. E non solo Lidia, ma anche Elsa Pelizzari, Angelica Villa, Carla Dappiano raccontano come nel dopoguerra venivano inseguite dalla maldicenza: quelle ragazze, che in montagna c’erano state o facevano avanti e indietro, erano le puttane dei partigiani

Le interviste hanno fatto un viaggio video-carta-video: le abbiamo registrate, sono in parte entrate in un libro che si chiama Noi, Partigiani e ora sono (sempre in parte, perché il lavoro è complicato e le forze poche; ma arriveremo a metterle tutte), visibili sul sito Noipartigiani.it.

Così, a preferenza mia, suggerirei di incontrare il Partigiano “Arno”, Ermenegildo Bugni, un uomo molto bello. Vi racconterà che a 16 anni era già vicecomandante, che i fascisti gli hanno ucciso il padre, socialista facendogli bere olio da macchina bruciato, che quando è tornato in fabbrica dopo la guerra e ha chiesto un tavolo perché gli operai mangiavano seduti in terra, è stato licenziato come sovversivo.

Suggerirei di ascoltare come Gianna Radiconcini facesse la staffetta per i Gap romani e quando le capitò, chissà come, di poter comprare della dinamite trovò i soldi vendendo la medaglietta della Madonna.

Suggerirei di sentire con quale malcelata fierezza Gastone Malaguti racconta di come “230 diavolacci” uscirono dai sotterranei dell’ospedale in cui stavano nascosti per sbaragliare i fascisti nella battaglia di Porta Lame a Bologna.

Suggerirei di entrare nel mondo di Maria Santiloni Cavatassi. Figlia di sfortunatissimi mezzadri marchigiani, miseri perché mezzadri, ma anche perché su otto figli sette erano femmine. E chi gliela dà la terra a un padre di sette figlie? Con tre paia di scarpe in otto, con una tessera del partito comunista cumulativa per tutta la famiglia pagata con un sacco di grano, Maria farà il suo dovere durante la Resistenza e anche dopo. Andrà ad aiutare quelle più ultime di lei diventando sindacalista tra le raccoglitrici di olive in Calabria.

Ma suggerisco anche di ascoltare la storia di Cicci Vandone. Il compagno dell’Anpi che me la segnalò quasi si giustificava: “È una borghesona, ma…”. La Cicci era una vera borghesona milanese, una di quelle che poteva accomodarsi nel fascismo e aspettare. Invece si fidanzò con Giorgio, medaglia d’oro per essersi fatto fucilare con i suoi uomini anche se poteva salvarsi, e lei stessa resistente. Alla fine, in una residenza per anziani, prima di lasciare andare via me e la videomaker lanciò un urlo: “Eh no, ora champagne!”. Che viaggio, quello che mi ha portato anche a bere un calice di champagne in un ospizio, io, l’infermiera, una ragazza con la telecamera e una vecchia borghesona. A cui va tutto il nostro rispetto. Come a tutti gli altri che il “derby” lo hanno stravinto.