Armi e affari: dietro i sorrisi di Meloni e al-Sisi il muro di gomma intorno alla verità su Regeni

Era il 4 aprile 2016, erano passati solo due mesi dalla morte di Giulio Regeni. A Torino, in Consiglio comunale, Fratelli d’Italia e Lega abbandonarono l’aula nel momento in cui si votava un ordine del giorno per chiedere all’Egitto la verità sulla sorte orribile toccata al giovane ricercatore. “L’Egitto è l’unico baluardo laico contro l’avanzata del Califfato (veramente c’erano anche la Tunisia e i curdi ndr). Non si può chiedere verità prima di avere approfondito i fatti”, spiegò Maurizio Marrone, di FdI.   In quelle settimane – e purtroppo lo sarebbe stato in tutte quelle successive – era già chiaro che l’Egitto i fatti non li avrebbe mai approfonditi e, davanti a depistaggi e silenzi, non si poteva che chiedere la verità, possibilmente alzando la voce.

Incontro al Cairo il 7 novembre 2022 tra Giorgia Meloni e al Sisi

Non si sa se negli anni successivi il partito di Giorgia Meloni abbia risolto questo paradosso, che ricorda quello di “Comma 22”, il racconto delle vicissitudini di un gruppo di aviatori dell’Us Air Force durante la seconda guerra mondiale: se sei pazzo puoi chiedere di essere esonerato dai voli, ma chi chiede di essere esonerato dai voli non è pazzo. Puoi chiedere la verità ad al-Sisi solo se, prima, si approfondiscono i fatti; ma se i fatti vengono approfonditi, a che serve chiedere verità? È noto che la stessa posizione, insieme ad altre simili fu assunta da FdI e Lega in vari comuni italiani, che a Trieste sparì dalla facciata del Comune lo striscione giallo con la scritta “Verità per Giulio Regeni”, lo stesso che fortunatamente compare ancora oggi sulle facciate di molti altri municipi. Passarono gli anni e qualcuno – non l’Egitto, non al-Sisi – i fatti li approfondì, tanto che oggi il Pm di Roma Sergio Colaiocco vorrebbe processare quattro ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto civile egiziano, accusati di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. Ma non si può, perché l’Egitto rifiuta di fornire alla giustizia italiana i loro indirizzi, senza indirizzi non posso essere notificati gli atti agli imputati, senza notifiche non si può fare un processo.

Una verità più vasta

Questo fa pensare – allo stato è forse qualcosa più di una ragionevole ipotesi – che la verità sulla morte di Giulio Regeni sia ancora più vasta e compromettente di quella che è emersa dalle indagini svolte brillantemente, ancorché in condizioni estremamente sfavorevoli, dal pool interforze coordinato dalla Procura romana. Al-Sisi è creatura della Difesa egiziana. I servizi militari sono notoriamente in conflitto con quelli civili, in particolare con la National Security Agency. In teoria, il presidente della Repubblica araba d’Egitto non dovrebbe avere problemi a sbarazzarsi di una concorrenza riottosa, che gli ha creato gravissimi problemi con un prezioso alleato.  Perché allora non consegna all’Italia i quattro presunti carnefici di Giulio Regeni? Cosa teme da un processo che non sembra riguardarlo da vicino? È possibile che le responsabilità della morte di Regeni non si fermino ai livelli medio bassi delle gerarchie e arrivino a lambire i piani alti dello Stato egiziano?

Da questo punto in poi, la questione diventa politica. E autorizza a chiedersi dove porterà la foto opportunity che ritrae una sorridente Giorgia Meloni, nel frattempo diventata presidente del Consiglio, con al- Sisi presidente di un Paese che conta circa sessantamila detenuti politici e una media di tre sparizioni forzate al giorno. I due si sono incontrati a margine della Cop 27, il summit internazionale sul clima organizzato dall’Onu, e hanno parlato soprattutto di economia, in particolare di gas. Un comunicato afferma che la presidente del Consiglio ha rappresentato all’interlocutore la “forte attenzione” che l’Italia riserva ai casi di Giulio Regeni e George Patrick Zaki, studente egiziano iscritto a un master all’Università di Bologna, arrestato al suo rientro in Egitto sulla base di “prove” che in gran parte non gli sono state mostrate.    Sull’Espresso della settimana scorsa, il direttore Lirio Abate ha definito il testo “gelido” come il marmo su cui fu adagiato il corpo martoriato del giovane ricercatore e – aggiungiamo – come il pavimento della cella su cui Zaki, accusato di aver diffuso notizie false e ancora in attesa di processo, ha dormito per poco meno di due anni.

Giulio Regeni

Insomma, almeno per il momento, il governo Meloni bussa con delicatezza alla porta egiziana: forse vuole dialogare, sicuramente non vuole disturbare. Intendiamoci, non molto sembra cambiato rispetto ai governi precedenti, spesso caratterizzati da orientamenti ondivaghi nei confronti di al-Sisi. Matteo Renzi, da presidente del Consiglio, prima che Regeni fosse ucciso, definiva il generale un nuovo leader del Mediterraneo. Peccato che le strade del Cairo fossero già bagnate dal sangue di chi si era ribellato alla deposizione e all’arresto del presidente Mohamed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, e carceri e centri di detenzione clandestini registrassero il tutto esaurito.  Dopo che Giulio Regeni fu assassinato, il governo Renzi richiamò l’ambasciatore Maurizio Massari, il primo a dare notizia dell’omicidio e delle torture subìte dal ricercatore. Successivamente, il governo Gentiloni, sostituì Massari con Giampaolo Cantini: in Egitto ne ricavarono l’impressione che l’incidente con l’Italia, uno dei principali partners economici della repubblica araba, fosse appianato. Lo scambio di informazioni sulla morte di Regeni, già caratterizzato da bugie e veri e propri depistaggi, si arenò quasi del tutto.

La vendita delle fregate

Possibile che Giorgia Meloni possa fare più e meglio di chi l’ha preceduta? Per dubitarne, basta un’occhiata alla composizione del suo governo.  C’è ad esempio Matteo Salvini, leader della Lega e ora ministro di Trasporti e Infrastrutture, sempre impegnato a raccattare ogni briciola di visibilità ma a non infastidire l’autocrate di turno.  Nel giugno del 2018, da ministro dell’Interno in un governo gialloverde, liquidò il caso Regeni in poche battute. “Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia Regeni”, disse, aggiungendo però che “per l’Italia è fondamentale avere buoni rapporti con l’Egitto”. Viva la sincerità. Esattamente un anno dopo, il titolare del Viminale si accorse che al-Sisi non sembrava avere molto a cuore il caso che aveva aperto una finestra sulla violazione dei diritti umani nel suo Paese. Chi l’avrebbe mai detto?

Una fregata della classe Fremm appartenente alla Marina Militare italiana. Due fregate della stessa classe sono state vendute all’Egitto (Di Mark Harkin – Joint Warrior 17/2, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org)

A proposito d’affari, tra Egitto e Italia, tra il 2019 e il 2020, il valore delle nostre esportazioni di armamenti (cfr: Relazione governativa sulle operazioni autorizzate nel 2020) è stato di poco inferiore al miliardo. Determinante è stata, in quei due anni, la vendita di due fregate Fremm (Fregate europee multimissione) – navi di nuova generazione nate da un progetto congiunto di Italia e Francia –   all’Egitto, che punta a diventare la prima forza navale nell’area. Dunque, nonostante la violazione dei diritti umani nel Paese di al-Sisi, segnalata tra gli altri da Amnesty International e Human Rights Watch, e i limiti posti al commercio di armi in casi del genere, le esportazioni non si sono fermate. Tanto da convincere Claudio e Paola Regeni, i genitori di Giulio, a presentare un esposto contro il governo alla Procura di Roma.

Tra i primi quindici esportatori italiani nel 2020, compaiono le controllate pubbliche Leonardo e Fincantieri. Le fregate Fremm sono frutto di una collaborazione franco-italiana, attraverso la società Orizzonte sistemi navali, una joint venture tra Leonardo e Fincantieri, e la francese Armaris.  Presidente di “Orizzonte Sistemi Navali” (dal 2020) è stato Guido Crosetto, cofondatore di Fratelli d’Italia e ministro della Difesa dal 21 ottobre scorso. Crosetto, ha deciso di liquidare tutte le sue società e rinunciare a ogni carica per cancellare la possibilità di conflitto d’interesse – perentoriamente escluso da un comunicato del suo ministero sulla base della legge Frattini –   tra il ruolo attuale e le attività svolte in veste di privato cittadino. (Peraltro, l’ex consulente di Leonardo assunse la carica – non esecutiva – in Osn nell’aprile 2020, quando l’affare delle due fregate era verosimilmente in fase già avanzata: fu il Consiglio dei ministri presieduto da Giuseppe Conte – governo giallorosa – l’11 luglio 2020, a conferire a Fincantieri l’autorizzazione alla trattativa contrattuale; l’autorizzazione definitiva all’esportazione arrivò il 7 agosto successivo).

Qual è il ruolo del ministro Crosetto?

Il ministro della Difesa Guido Crosetto

In questione non è la legittimità dell’azione del ministro ma, ancora una volta, la politica: è possibile che il Crosetto-ministro, contraddicendo ciò che faceva e pensava il Crosetto-cittadino, la sua stessa vocazione professionale e, perché no, la sua specifica cultura imprenditoriale, dia oggi una spinta decisiva al governo perché la giustizia per Regeni e Zaki e la battaglia per i diritti umani   prevalgano su questioni geo-strategiche e commerciali? È lecito dubitarne.

L’intreccio tra affari e potere militare fa parte della fisiologia egiziana.  Un esempio tra gli altri lo segnala, nel 2018, un’inchiesta di Mada Masr, giornale investigativo egiziano, subito ripresa da Middle East Eye e aggiornata in questi giorni da una ricerca di ReCommon, “associazione che lotta contro gli abusi di potere e i saccheggi dei territori”. Molte delle azioni della East Gas company, società privata egiziana beneficiaria delle importazioni di gas da Israele, sarebbero possedute dall’”Egypt general intelligence service” (“Muhabarat el amma”), che incasserebbe l’80% dei suoi profitti. Nel dicembre del 2021, la italiana Snam, del gruppo Cassa depositi e prestiti, controllata a sua volta dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), società impegnata nel trasporto e stoccaggio del gas naturale, ha acquisito il 25% di Egc, proprietaria del gasdotto che collega l’Egitto a Israele (Arish-Ashkelon).  Non risulta che Snam abbia commentato queste circostanze.

Patrick Zaki
Patrick Zaki

È solo un saggio di come si sia progressivamente irrobustito il muro di gomma che impedisce di conoscere autori e mandanti dell’omicidio Regeni.  È noto come l’Egitto sia uno snodo centrale per gli investimenti dell’Eni, che proprio lì possiede il 20% delle proprie riserve di gas naturale.  La svolta arrivò nell’agosto 2015, con la scoperta del giacimento di Zohr, che conterrebbe circa 850 miliardi di metri cubi di gas ed è quindi una delle maggiori riserve a livello mondiale. Sempre secondo i ricercatori di ReCommon, lo sfruttamento di questi depositi ha consentito all’azienda italiana di generare ricavi per 5,2 miliardi di euro, circa il 31 % diquelli complessivi della divisione Esplorazione e Produzione.  Eni, che in Egitto rappresenta per l’Italia una sorta di diplomazia, parallela rispetto a quella ufficiale, ha dichiarato nel marzo 2016 (Regeni era morto circa un mese prima) il proprio impegno perché sia fatta chiarezza sulla morte del ricercatore italiano. Ma proprio pochi giorni prima era arrivato l’appalto per il nuovo giacimento.

Un governo che davvero voglia la verità su Regeni deve fare i conti con la feroce e spesso insultante indifferenza dei generali egiziani, ma anche con gli interessi di società a controllo pubblico, con complessi e spesso discutibili accordi internazionali che garantiscono flussi di armi a Paesi dominati da un totalitarismo sanguinario.  Il governo di Giorgia Meloni, in questo momento durissimo con chi tende le mani per essere salvato in mare, non sembra poterlo essere altrettanto con un autocrate che le mani le ha sporche di sangue (e piene di soldi).