Aria, acqua, suolo.
Il programma delle città
per le comunali

In autunno si va al voto. Al voto in grandi capoluoghi di regione come Milano, Bologna, Roma, Napoli. Vale a dire che circa cinque milioni di italiani si esprimeranno democraticamente su chi li ha amministrati e su chi li dovrà amministrare. Col desiderio, anche se non in questo modo manifestato, di vivere in città nelle quali possano godere di un buona, sempre migliore, qualità della vita.

In città nelle quali abbiano personale percezione di avere raggiunto questo obiettivo non perché la città in cui vivono occupa questo o altro posto nelle annuali decembrine valutazione del “Sole24 ore” e di altri ricercatori di questi argomenti, ma perché glielo suggeriscono la quantità e la qualità dei sevizi (i trasporti e la sanità innanzitutto) la qualità dell’aria, delle acque, del suolo. Che significa in poche, semplici, ma trascurate parole: la qualità dell’ambiente. Parole generalmente trascurate o non sempre usate in modo appropriato nei proponimenti pre-elettorali dei candidati sindaci.

L’ambiente. Ma poi che cosa è? La risposta è facile perché lo dice la parola stessa: ambiente in italiano, francese, inglese, è “ciò che sta intorno”.

In città di centinaia di migliaia di abitanti è, evidentemente, ciò che sta intorno a questi cittadini i quali dalla qualità del loro intorno sono indotti a giudicare la qualità della loro vita quotidiana e futura.

I programmi

E a pretendere dai loro amministratori che questa sia sempre migliore.

Quindi se e quando nei loro programmi i candidati parlano di ambiente o, più semplicemente usano questa parola, è importante che sappiano di che cosa parlano e a che cosa ci si debba riferire parlando di ambiente nella città che chiedono di essere mandati ad amministrare.

Senza dover far troppo lavorare la fantasia, si tratta, in gran parte dei casi, di città nelle quali la percezione dei cittadini è quella di una scadente qualità ambientale e di conseguenza di una scadente qualità della vita almeno per quanto attiene il suo rapporto con l’ambiente.

L’aria è talora pericolosamente respirabile specialmente quando la situazione climatica impedisce la circolazione delle porcherie immesse in atmosfera facendole stazionare ad altezza d’uomo. Il suolo presenta ancora irrisolti, dove più dove meno, gli annosi problemi di rimozione e smaltimento dei rifiuti. In genere si beve una buona acqua, ma gli interessi dei produttori di acque minerali (o mineralizzate) continuano ancora a porre le città italiane ai primi posti per il consumo di acque imbottigliate (in plastica, naturalmente).

Aria, acqua, suolo sono tre problemi che accomunano queste che vanno al voto tra loro e con le altre medie e grandi città. In tutte le quali il sempre più rapido inurbamento e la conseguente sempre più spinta urbanizzazione sono alla base delle lamentate forme di inquinamento che incide negativamente sulla qualità della vita.

Ma, questi, sono anche problemi di non difficile né lunga soluzione. Basta mettervi mano: sulla politica dei trasporti e sulla climatizzazione artificiale degli ambienti costruiti per limitare al massimo le emissioni inquinanti (anche gas serra) in atmosfera; su una “coraggiosa” politica dei rifiuti che non tema di ripercorrere tutte le tappe del ciclo esaltando il principio che “meno se ne producono” meno bisogna smaltirne; educando i cittadini al consumo di acqua fornita dagli acquedotti sicuramente più sana e pulita di quella contenuta nei contenitori in plastica.

La rigenerazione urbana

Se fosse tutto qui un bravo amministratore dotato di una giunta di persone capaci di realizzare le deleghe ottenute dal sindaco potrebbe felicemente portare avanti il compito affidatogli.

In realtà non basta. Le città, specialmente quelle di maggiori dimensioni e popolazione, oggi si presentano anche topograficamente e socialmente divise al loro interno.

Di conseguenza quella che da qualche anno si chiama “rigenerazione urbana” deve essere anche un obiettivo di (ri)unificazione.

Perciò la rigenerazione deve cominciare dalle aree più deboli, meno vivibili, più popolose a più densamente popolate. Cioè dalle periferie. La quali oltre ad essere topograficamente intese, lo devono essere anche dal punto di vista economico e sociale. Cioè come luoghi nei quali, quale che sia la loro topografia, esistono sacche di marginalità da colmare in tempi ragionevolmente brevi.

Allora mi sembrerebbe importante che i candidati intellettualmente onesti, lo facessero presente nei comizi (i comizi?). Nello stilare programmi, cioè, abbiano la capacità di dire che le cose che si propongono di fare richiedono tempo. In alcuni casi medio-brevi, in altri più lunghi; in altri ancora tanto più lunghi da richiedere di essere continuati in un’altra legislatura.

Questo se si vuole realisticamente affrontare i problemi senza lamentarsi, a lavori in corso, che le cose promesse tardano a realizzarsi perché chi è stato chiamato a risolverli ha trovato disastri effettuati dalla passata amministrazione.

E, infine, per carità, non si cominci a giudicare i candidati “vincitori” con lo stupido (secondo me tale) esame dei primi cento giorni.