Per il Pd è ora di darsi un’identità oltre il “modello Sardine”

L’imminente scioglimento di Articolo 1 e il ritorno nella “casa madre” del Pd – da sancire nei prossimi mesi in un congresso – pone fine a una delle tante scissioni a sinistra.

Conte e Bersani

E’ una buona notizia, anche se ampiamente scontata. Nella comune esperienza di governo – nell’esecutivo giallorosso prima e ancor più in quello di “unità nazionale” guidato da Mario Draghi – l’agire e le prese di posizione dei due partiti erano ormai perfettamente sovrapponibili: sui vaccini, sul green pass, sulla manovra di bilancio, persino su aspetti particolarmente scomodi a sinistra come lo sciopero della Cgil e della Uil contro il governo di cui fanno parte. Restano sfumature diverse sul tema delle alleanze, e in particolare sul rapporto con i 5 Stelle che il piccolo partito di Bersani ha arruolato da tempo al mondo della sinistra. Ma appunto sono sfumature: e a dirla tutta, non è che il Pd abbia messo grandi distanze con il populismo di Conte e seguaci. Più marcate le differenze rispetto al passato e in particolare sulla stagione renziana.

Una questione di identità

Più interessante e impegnativo è a questo punto la questione della prospettiva del partito che riunisce di nuovo la sinistra riformista e di governo. Il segretario del Pd ha individuato nelle cosiddette “agorà democratiche” l’appuntamento chiave per disegnare la fisionomia e il rilancio democratico: una grande campagna di ascolto e di discussione in rete per accogliere spunti e suggerimenti dal più vasto mondo della sinistra. Proprio le “agorà” sono di fatto lo strumento per consentire il ritorno a casa della truppa bersaniana, senza tante abiure ma anche senza cedere all’iniziale richiesta di Articolo uno di costruire assieme al Pd e ad altri movimenti un soggetto del tutto nuovo.

I limiti di questo percorso sono però evidenti. Il Pd è un partito e non può adottare tout court il “modello Sardine”. Va bene ascoltare e confrontarsi, ma poi deve essere capace di esprimere una posizione e un pensiero autonomo sulle varie questioni, anche in contrasto con altre spinte e pressioni esistenti a sinistra. E’ innanzi tutto questa la responsabilità di un gruppo dirigente: scegliere ed esercitare un’egemonia nel proprio mondo. Semplificando: non è proprio questo che accadde all’epoca del compromesso storico, nonostante i rischi iniziali di impopolarità?

Innanzi tutto a Letta e al gruppo dirigente democratico spetta insomma definire i caratteri di una identità di un moderno partito di sinistra, riformista e di governo, uscendo finalmente dagli aspetti di vaghezza e fumosità attuali. Solo dopo verrà il tema delle alleanze. Il “campo largo” proposto dal segretario del Pd è una necessità, tanto più con la legge elettorale in vigore, ma andrebbe forse ripensato con una certa circospezione.

Renzi e Calenda

Per tornare a bomba, e cioè al rapporto con i 5 Stelle, un recente sondaggio dovrebbe far riflettere sia il Pd che – finché ci sarà – Articolo uno: la maggior parte dei rispettivi elettorati riconoscerebbe le posizioni dei grillini più lontane dalle proprie anche rispetto a quelle di Renzi e di Calenda. E se si aggiungono gli strani movimenti del gruppo di Conte in stile giallo-verde sul super green pass o sull’imminente voto per il Quirinale, ce n’è abbastanza per far prevalere la cautela. Ma questa è una questione che potranno definire, una volta per tutte, solo le urne.