Terrorismo, archiviata la linea Mitterand ma la giustizia arriva tardi

E’ stato un risveglio brusco e amaro, non si può negarlo, un risveglio che ha riportato ai nostri occhi e ai nostri cuori gli anni di piombo, fascisti e brigatisti vari all’opera, tra bombe e mitra, attentati ai treni e cadaveri di traverso sui marciapiedi. Abbiamo spesso immaginato di poterli cancellare, come se per miracolo non li avessimo mai vissuti, ma non avremmo mai potuto dimenticare i morti e le tante tragedie e la paura che abbiamo conosciuto. Sette ex terroristi rifugiati in Francia arrestati a Parigi, altri tre in fuga, fine dell’ospitalità francese in virtù della “dottrina Mitterrand”, che concedeva di fatto diritto d’asilo a persone, imputate o condannate, ricercate per “atti di natura violenta ma d’ispirazione politica”, in altri stati, ovviamente, dottrina già negata peraltro da una sentenza del Consiglio di Stato francese, nel 2004, quando infatti venne decisa l’estradizione di Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, due commessi materialmente, due in concorso con altri, scappato oltre confine, fattosi a Parigi scrittore di gialli, amico di illustri intellettuali e scrittori, tra i quali Fred Vargas, la sua più entusiasta sostenitrice, di nuovo fuggitivo in Sudamerica, fino al ritorno nelle carceri italiane due anni fa.

Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, tutti delle Brigate Rosse; Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua, Narciso Manenti dei Nuclei Armati contro il Potere territoriale gli arrestati, in fuga Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura: i nomi li abbiamo letti e insieme con i loro nomi sono comparsi i loro volti, foto segnaletiche, sbiadite, facce d’altri tempi, di un’altra epoca. Di un’altra epoca proprio: quaranta o cinquant’anni sono trascorsi da quei giorni, dalle loro nefande imprese. Il più giovane ha sessantaquattro anni, il più anziano, Pietrostefani, di anni ne ha quasi settantotto, quasi ottanta si potrebbe dire, malatissimo per giunta e in attesa di un nuovo intervento chirurgico. Vecchi tutti, ma la giustizia può raggiungere anche i vecchi. L’età non concede assoluzioni. Per questo perché parlare di vendetta, come ad esempio accusa Sergio Segio, ex Prima Linea, condannato per gli omicidi dei magistrati Alessandrini e Galli, adesso al lavoro tra i volontari del Gruppo Abele. Semplicemente la giustizia è arrivata tardi, per ragioni varie, comprese appunto quella famosa “dottrina Mitterrand”, che il presidente socialista non elaborò mai in una legge: ne elencò sommariamente i principi in una conferenza stampa nel 1985, riassumendo le linee espresse da un Consiglio dei ministri di tre anni prima (ben più circoscritte, escludendo i reati più gravi, incompatibili con una qualsiasi finalità politica), illudendosi in questo modo di salvaguardare il volto libertario della Francia, in polemica con i confinanti italiani e con la legislazione anti-terrorismo adottata da Roma (circa ad esempio la carcerazione preventiva e il ruolo dei cosiddetti “pentiti”).

L’operazione, ovviamente, era stata preparata da tempo in un lungo confronto tra la nostra ministra della Giustizia Marta Cartabia e il collega Dupond-Moretti, tra la polizia francese, la Criminalpol, il nostro antiterrorismo. Pare che la lista in discussione fosse molto lunga: cento nomi, alla fine sono rimasti quei dieci. Cento nomi ai quali si dovrebbero aggiungere quelli di tanti altri rifugiati, rossi e neri, dispersi in ogni parte del globo.

Tra tutti il nome più famoso è quello di Giorgio Pietrostefani, fondatore con Adriano Sofri di Lotta continua, responsabile del servizio d’ordine, accusato e condannato come mandante dell’uccisione a Milano del commissario Luigi Calabresi, uccisione che fu opera di Ovidio Bompressi, che avrebbe sparato, e di Leonardo Marino, il pentito, che l’avrebbe atteso in macchina. Calabresi era stato regista delle indagini di polizia per la strage di piazza Fontana e soprattutto aveva guidato l’interrogatorio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, interrogatorio conclusosi con il misterioso volo dalla finestra di un ufficio della Questura di Milano dell’incolpevole ferroviere, che si schiantò al suolo e che morì poco dopo. Storia terribile, al centro di inchieste , l’ultima affidata al giudice Gerardo D’Ambrosio, che avrebbe dovuto concludere il suo lavoro interrogando proprio Calabresi. Il commissario purtroppo venne assassinato un paio di giorni prima dell’appuntamento a Palazzo di Giustizia, sorpreso mentre stava raggiungendo la sua Cinquecento.

Gli arrestati di ieri, in attesa di estradizione, di sangue ne hanno versato molto altro e non si sono risparmiati violenze: lo testimoniano quattro ergastoli e pene detentive, che, sommate, arrivano agli ottanta anni, lo testimonia l’elenco delle loro vittime che si chiamavano Enrico Calvaligi, generale dei carabinieri; Michele Granata, agente di polizia; Sebastiano Vinci, vice questore; Giuseppe Guerrieri, appuntato dei carabinieri; Antonio Custra, vice brigadiere (leggendaria ormai la foto che ritrae in una strada di Milano un giovane che spara, puntando l’arma contro i reparti della polizia); Renato Briano, direttore generale della Ercole Marelli. Assassinati per strada, in macchina, davanti a casa o all’uscita dall’ufficio, tutti considerati evidentemente ostacoli alla rivoluzione, chissà quale, inciampi per insondabili strategie rosse e nere, come centinaia d’altri, dalla Banca dell’Agricoltura in avanti.

La “dottrina Mitterrand”, applicata in modo assai generoso o distratto, è stata archiviata. Macron ha spiegato invece che è stata rispettata: non poteva valere per i delitti più gravi. Responsabilità francese. Seguiranno le estradizioni. Diciamo che il “caso è chiuso”. Potrebbe essere chiuso. Però mi chiedo come abbiamo vissuto nelle stagioni che ci separano dalle loro imprese i dieci di Parigi e come vivano gli altri sparsi per il mondo, attori di un sanguinario fallimento, se si siano interrogati sul loro passato, se abbiano riflettuto sui dolori di cui sono stati causa, se non siano mai stati tentati di aggiustare i conti con la giustizia in un gesto spontaneo di riparazione, prima che ci pensassero alcuni ministri e il presidente Macron, di cui si dice abbia voluto mostrare il pugno di ferro contro il terrorismo per rispondere agli attacchi della destra e in vista delle sue elezioni. A prescindere dal tempo che vola e dall’obsolescenza dei terroristi.