Ue verso la condanna di Orbán, che ne pensano Meloni, Salvini e Berlusconi?

Una barzelletta”. Viktor Orbán, in visita nell’amica (politicamente) Belgrado ha definito così il voto con cui giovedì il parlamento europeo ha stabilito che a Budapest non c’è la democrazia ma – testuale – un “regime ibrido di autarchia elettorale”. Smetterà di ridere quando la Commissione bloccherà non solo i fondi del Pnrr ma anche i fondi ordinari, quelli con i quali l’Ungheria tira avanti da 18 anni, da quando cioè fa parte dell’Unione europea che ora pare sollazzarlo. E avrà ancor meno da ridere quando, dopo anni che se ne parla senza che nessuno faccia nulla, il Consiglio europeo sarà costretto, come prescrive il voto di giovedì, ad avviare la procedura dell’articolo 7 del Trattato, quella che punisce fino alla sospensione del diritto di voto e (cosa che dalle parti di Budapest conta molto di più) blocca l’erogazione di ogni somma dal bilancio comunitario.

L’articolo 7

Perché questa è la novità: stavolta pare proprio che la strada dell’articolo 7 sia spianata. Il parlamento europeo con il rapporto presentato dalla deputata verde francese Gwendoline Delbos-Corfield e approvato da una larghissima maggioranza ha invitato formalmente il Consiglio a compiere il primo passo della procedura. A fare, insomma, quello che, colpevolmente, non fece dopo quello che un primo voto dell’assemblea sul rapporto di un’altra deputata verde, l’olandese Judith Sargentini, aveva prescritto nel settembre di quattro anni fa: aprire un’indagine formale sulle violazioni da parte del governo magiaro di precise norme dello stato di diritto relative a dodici capitoli delle sue attività (controlli sulla magistratura, limitazioni della libertà di stampa, discriminazioni basate sull’etnìa, sulla religione o sugli orientamenti sessuali, censura di libri, giornali e corsi universitari, violazioni dei diritti delle donne, fino alla macabra disposizione approvata solo qualche giorno fa per cui alle donne che chiedono di abortire è imposto di auscultare i battiti del cuore del feto… e altre infamità). Il Consiglio, istituzione che rappresenta i governi degli stati membri, allora lasciò cadere la raccomandazione ma stavolta non potrà farlo, pena l’apertura di un aperto conflitto istituzionale con il parlamento che nessun governo dovrebbe sentirsi di provocare.

Gwendoline Delbos-Corfield

Il primo passo, prescritto dal primo paragrafo dell’articolo 7, consiste nell’apertura di una procedura di accertamento delle violazioni al termine della quale si vota con una maggioranza qualificata (non all’unanimità quindi) la prosecuzione del procedimento. Sta proprio qui la novità per la quale Orbán ha ben poco da ridere. Quando si arriva alla fase finale del procedimento, cioè alla comminazione delle sanzioni, il Consiglio non vota più a maggioranza ma è necessaria l’unanimità. Questa circostanza è stata fino a qualche settimana fa per l’autocrate ungherese una sicumera. Era certo, infatti, che almeno un altro paese, la Polonia con un governo sovranista come il suo e altrettanto ribelle nei confronti delle “imposizioni” di Bruxelles, al momento decisivo avrebbe posto il veto. Ma poi Putin ha invaso l’Ucraina e la guerra ha spaccato il gruppo di Visegrád. Orbán si è schierato dalla parte del Cremlino, ha rifiutato di aderire alle sanzioni e ha aggiunto anche le sue dichiarate simpatie moscovite al corposo dossier dei suoi contrasti con l’Unione. Varsavia, invece, nello schieramento antirusso è la prima della classe, cosa che ha fatto dimenticare a Bruxelles i gravi motivi di contrasto che avevano spinto Commissione e parlamento europeo, prima, ad adottare verso la Polonia le stesse durezze riservate agli ungheresi. Il contrasto con il governo di Tadeusz Morawiecki è stato rapidamente sopito con un perdono un po’ troppo precipitoso e, si dice apertamente, fortemente consigliato dagli americani. Non è stato un bell’esempio di coerenza ma un disinvolto giro di valzer per il quale quale l’Unione rischia di pagare un prezzo quando verranno di nuovo al pettine i nodi della ribellione polacca, che non sono poi troppo dissimili da quelli ungheresi e anzi, con la pretesa di considerare il diritto nazionale superiore a quello comunitario, anche più gravi.

Divorzio ungherese-polacco

Ma questa è, come si dice, un’altra storia e se ne riparlerà. Per ora resta il fatto che è ben difficile immaginare che al momento del redde rationem il governo di Varsavia correrà con il suo veto in soccorso del governo più amico del suo nemico ancestrale, la Russia.

Il primo ministro polacco Morawiecki

Si va dunque verso una condanna sicura dell’Ungheria sulla base dell’articolo 7? È possibile, ma non è detto. Se è abbastanza difficile che si ricomponga la giovane inimicizia tra magiari e polacchi, ci sono da considerare pure gli altri paesi del gruppo di Visegràd: Cechia, Slovacchia e Slovenia. Tutti e tre propendono piuttosto per Varsavia che per Budapest e in più (altro capitolo sul quale si dovrà tornare) hanno ottime ragioni per diffidare del nazionalismo panmagiaro di cui sempre più apertamente Orbán fa sfoggio, avendo le ultime due, insieme con la Romania, corpose minoranze ungheresi nei propri territori. Ma non è detto che a Praga, Bratislava o Lubiana qualcuno non possa decidere di far valere con un voto clamoroso il proprio “diritto” di piccolo paese.

Inoltre ci sono altre due incognite: la prima è quella della Svezia dove, in base ai risultati delle recenti elezioni, dovrebbe formarsi presto un governo di centro-destra tutt’altro che europeista. Lo slogan degli Sverigedemokraterna, gli estremisti di destra che hanno avuto un successo sorprendente, recita testualmente. “Meno Bruxelles, più Svezia”.

Indovinate un po’

E la seconda? Indovinate un po’.

Giorgia Meloni si è molto compiaciuta del voto dei suoi a favore di Orbán, pagando anche il prezzo dell’imbarazzo di aver dovuto mostrare a tutti che a fare il conducator delle sue truppe europarlamentari continua allegramente quel Carlo Fidanza che in teoria sarebbe “autosospeso” (sic) dal partito per essere stato pizzicato a fare il saluto romano e a organizzare pagamenti in nero. D’altra parte la leader ella destra nelle sue innumerevoli comparsate nelle tv italiane non ha perso occasione per dimostrare la propria amicizia per il padre padrone di Budapest e la propria simpatia per la lotta dei “piccoli” paesi (compresa la Polonia che tanto piccola non è) contro il prepotere dei “grandi”, Francia e Germania cui, con il beneplacito dei “burocrati” di Bruxelles, i governi italiani sarebbero asserviti.

Orban con Meloni…

Di Salvini manco a parlarne. Mentre a Varsavia non lo possono vedere per le sue passioncelle per Putin, a Budapest è apprezzatissimo e finché il leader dei fascistoidi della FPÖ austriaca  Heinz.Christian Strache non fu travolto da una storiaccia di traffici con la Russia (pure lui), a Vienna, Roma e nella capitale ungherese i tre si compiacevano dell’esistenza di una formidabile triplice sovranista alpino-danubiana.

…con Salvini

Quanto a Berlusconi, giovedì ha imposto ai suoi di votare a favore del rapporto Delbos-Corfield per non mischiarsi con gli “antieuropeisti” e ha aggiunto pure che ritirerà i “suoi” dal futuro governo di destra se prevarranno orientamenti non europeisti. Troppo poco per far dimenticare che gli eurodeputati di Forza Italia hanno impedito per anni che il PPE espellesse Fidesz, il partito di Orbán, dai propri ranghi. Certe amicizie è difficile rinnegarle, specie quando circolano in rete dichiarazioni di amore (politico) e foto di abbracci calorosi.

…e con Berlusconi

Date queste premesse, se a Bruxelles si arrivasse al redde rationem con Orbán, come voterebbe un eventuale governo di destra-destra? Ecco una bella domanda da porre a Giorgia Meloni nelle ultime ore della campagna elettorale.