Antonio Gramsci e quei 44 giorni al confino di Ustica. Prima del carcere

Nell’autunno 1926 gli apparati costituzionali funzionanti per l’elitaria monarchia liberale divennero definitivamente solo di facciata. Il 5 novembre 1926 il consiglio dei ministri approvò i formali eccezionali provvedimenti “per la sicurezza e la difesa dello Stato”, ulteriore atto delle norme “fascistissime” progressivamente approvate dal dicembre 1925, dando vita a uno stato totalitario, alla sostanziale dittatura di Mussolini e del fascismo: furono immediatamente sciolti tutti i partiti e le associazioni che si opponevano loro; furono soppressi tutti i giornali d’opposizione; fu istituito il confino di polizia per i dissidenti; si introdusse la pena di morte per chi avesse attentato alla vita dei Reali e del Duce; fu inventato il Tribunale speciale per la difesa dello stato, composto solo da consoli della Milizia fascista e militari; furono revisionati o annullati tutti i passaporti per l’estero per impedire i tentativi di espatrio clandestino; lo stesso Mussolini assunse l’interim dell’Interno.

L’arresto dei parlamentari antifascisti

L’8 novembre, a tre giorni dal decreto, i parlamentari antifascisti in carica furono arrestati, anche i comunisti (che pure non erano aventiniani, Antonio Gramsci fra loro, a tarda sera, mentre tornava a casa da Montecitorio) e il 9 dichiarati decaduti (in 120) attraverso un ordine del giorno approvato dalla stessa Camera dei deputati.
Occorre tener presente che il 9 novembre, dopo mesi di sospensione, era appunto fissata finalmente una seduta alla Camera e che Gramsci considerava essenziale quell’occasione per denunciare le leggi liberticide da quel pulpito istituzionale (almeno fino a quel giorno, in teoria, il mandato parlamentare gli avrebbe dovuto garantire l’immunità).
Gramsci fu messo in isolamento a Regina Coeli per sedici giorni. Il 18 novembre venne formalmente assegnato al confino di Ustica (con una condanna che prevedeva la durata di cinque anni), dove arrivò il 7 dicembre e rimase 44 giorni fino al trasferimento per lo scontato processo e il penoso carcere. Dal 30 dello stesso mese il fascio littorio divenne emblema di Stato e dal 31, alle date del calendario civile, fu aggiunta su tutti gli atti ufficiali la data del nuovo inizio, l’era fascista avviatasi miticamente il 22 ottobre 1922.

Dal 1926 molte isole divennero carcere e confino

Da novembre 1926 tante isole italiane mediterranee tornarono a essere utilizzate prevalentemente come luoghi di detenzione, un uso noto e antichissimo per alcune di loro. Il regime fascista attuò una diversificazione delle istituzioni repressive atta a stroncare quelle che faceva finta di considerare devianze sociali. Sul territorio italiano, per periodi diversi, tra il 1926 e il 1943, la macchina del confino di polizia funzionò a pieno ritmo. Fin dall’inizio fu valutata la proposta di non limitarsi alle isole (rimaste sempre comunque la soluzione preferita dai gerarchi) e via via vennero individuati siti sperduti di terraferma (sui quali Carlo Levi e Cesare Pavese hanno scritto pagine indimenticabili). In tutto, fra il 1926 e il 1943, dopo lunghi e duri percorsi in catene, i confinati politici furono oltre 17 mila; per la maggior parte, ma non solo, uomini; fra le confinate vi fu Camilla Ravera; fra le mogli che seguirono i confinati Ursula Hirschmann Colorni e Natalia Ginzburg. (…) Dopo il 1938 il confino fu comminato anche agli omosessuali, accusati di “attentato alla dignità della razza”. Infine pervicacemente continuò sulla stessa strada la Repubblica di Salò.
I confinati venivano deportati in catene e assimilati ai delinquenti comuni, perlopiù all’inizio erano liberi di circolare nell’isola o nel luogo dove si trovavano. La fuga dal confino era difficile ma non impossibile. Non furono pochi quelli che la tentarono, ma pochissimi quelli che riuscirono a realizzarla.

Il 29 luglio 1929 Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti raggiunsero a nuoto il motoscafo yacht che li aspettava per l’avventuroso trasferimento da Lipari sulle coste della Tunisia (per poi raggiungere Parigi). Il rischio era quello di essere catturati e di passare dal confino al carcere. In alternativa alla fuga, furono spesso sperimentate varie forme di resistenza collettiva alle imposizioni e alle restrizioni, forme adattate ai peculiari ecosistemi naturali e sociali delle piccole isole o dei minuscoli borghi. Nel territorio italiano, per periodi diversi, tra il 1926 e il 1943, funzionarono circa 262 colonie di confino (il numero esatto è incerto, perché vi furono casi di singoli o di pochi confinati non trattati da memorialistica o storiografia locale), collocate per la maggior parte nel Sud Italia.

Le tante isole carcere confino

Isole carcere. Geografia e storia

Con vari regolamenti e commistioni furono in Italia isole carcere confino durante il regime fascista, «terre senza calore e senza sorriso», con maggiori garanzie di sicurezza: Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica (già punti strategici per gli antichi Romani, sedi di colonie di coatti, ottime per la produzione di vini), Lipari (dall’inizio del 1927 la principale, fin dall’età romana anche un luogo di relegazione e di esilio), Ponza, Ventotene, Asinara, San Nicola, San Domino, Pianosa e Capraia, forse altre (e comunque in altre vi erano istituti penitenziari funzionanti e vi furono inviati prima confinati poi incarcerati).

La particolarità del regime dei confinati duraturi nella condizione insulare fu la grave asprezza (certo non incarcerati in un edificio 24h24, ma altro che “villeggiatura”!) connessa anche alla totale incertezza nell’arrivo e nella partenza di esseri umani e oggetti, ai persistenti più forti condizionamenti per libri e corrispondenza (molto patiti da Antonio Gramsci nelle sue sei settimane), a frequenti incensibili angherie e alla inevitabile promiscuità, all’accentuata arbitrarietà nella gestione di orari sociali e spazi comuni, agli obblighi detentivi come il presentarsi all’appello più volte al giorno, all’evidente maggiore difficoltà di vita sociale e autonomia pratica.
(…) A Palermo Gramsci era in un cameroncino con altri compagni destinati al confino: il deputato Conca di Verona, che avrebbe ritrovato a Ustica; l’avvocato Angeloni, repubblicano di Perugia, fu destinato a Lampedusa e poi piuttosto trasferito a Lipari; il deputato Maffi di San Zenone al Po che, prima di arrivare a Ustica dove sarebbe giunto immediatamente dopo la partenza di Gramsci, fu inviato a Pantelleria (e l’uva di Pantelleria fu in qualche modo spedita a moglie e figli di Gramsci nei mesi seguenti, probabilmente dal napoletano Berti, confinato anche lui prima a Pantelleria poi a Ustica e noto corrispondente di Gramsci); successivamente anche il bresciano Pescarzoli, libraio antiquario della Hoepli di Milano, fu confinato a Lipari per tre anni, poi ridottisi a uno; a Ustica e Lipari transitò anche il giornalista socialista milanese Silvestri (iscrittosi al PNF di ritorno dal confino nel 1932).
L’8 novembre era stato arrestato un altro deputato sardo, Emilio Lussu, del Partito Sardo d’Azione (fra i parlamentari dell’Aventino dopo il delitto Matteotti), al quale Gramsci aveva scritto pochi mesi prima (il 12 luglio, libero), inviandogli un questionario sui pastori sardi e proponendogli di pubblicare la risposta sull’Unità, nella prospettiva di cercare un’intesa con il P.S. d’A. (…)

Nella scelta fascista della destinazione si intendeva ovviamente pure evitare luoghi e isole di confino appartenenti alla stessa regione dell’oppositore condannato (sulla molto lontana Ustica, fra i coatti, accanto a settentrionali, centrali, sardi, vi era invero qualche siciliano nel quarto gruppo dei meridionali). Per la Sardegna fu, comunque, usata l’Asinara come isola di confino, spesso per gli antifascisti italiani considerati più pericolosi, vista la storia detentiva dell’isola, già poco abitata, colonia penale e penitenziario dal 1885, prossima alla costa del nord-ovest. Vennero confinati all’Asinara a partire dal 1930 anche notabili senussiti libici (segnalo che alcuni anni prima questi arabi di Cirenaica erano proprio a Ustica e Gramsci ve ne trovò una settantina quando arrivò, anche loro vittime della repressione fascista e con i quali i confinati politici a Ustica avevano costruito buoni rapporti, come vedremo nelle lettere Gramsci parla più volte affettuosamente di uno di loro, Haussiet), a partire dal 1937 alti dirigenti etiopi, tutti imputati o colpevoli di opporsi all’occupazione italiana. (…)

Ustica, Sicilia, Mediterraneo

Ustica non ha mai avuto un’ampia popolazione, sempre solo poche centinaia di residenti, con un picco statistico di 2382 al momento dell’unità d’Italia e poi una progressiva diminuzione, sempre meno di duemila dal 1901, erano 1576 nel 1911, 1195 nel 1921, 1050 nel 1931, 1141 nel 1936, 1249 nel 1951 (cifra fra 1050 e circa 1300 poi stabilizzatasi fino a oggi), dunque più o meno 1000 donne e uomini “civili” quando vi fu confinato Gramsci (lui scrisse “circa 1600 abitanti, dei quali 600 “coatti, cioè criminali comuni che hanno subito più condanne”, provenienti da varie regioni oltre che, come già ricordato, dalla Cirenaica in Libia, questi ultimi anche loro confinati “politici”).

I civili residenti siciliani dell’isola era adusi a convivere abbastanza mitemente e poveramente e liberamente con deportati meno liberi (nel 1926 si aggiunsero via via decine di confinati, divenuti anch’essi però circa quattrocento in pochi anni, con conseguente “sovraffollamento”, per quanto fossero diminuiti i detenuti comuni). Esistevano solo poche botteghe con scarse merci. La popolazione viveva dalla scarsa coltivazione dei campi (con l’aratro a chiodo), di un po’ di pesca, delle rimesse degli emigrati, dei commerci legati a immigrati reclusi e immigrati carcerieri.

Per Ustica erano già passati o passeranno rappresentanze di tutte le opposizioni nella storia internazionale della penisola: patrioti risorgimentali, protagonisti del brigantaggio, anarchici di fine Ottocento e poi pacifisti, resistenti libici, antifascisti, albanesi, croati, sloveni, montenegrini, greci e anche, in epoca repubblicana, italiani vari.

I “coatti” comuni

Secondo Gramsci (Lettera 14 a Sraffa) sarebbe stato per l’amico difficile “immaginare in quale condizione di abbrutimento fisico e morale” finiscano per ridursi i coatti comuni (senza soldi e sottomessi agli usurai, qualche specifico detenuto più ricco evidentemente, “circondati da gruppetti di sicofanti”). Nella Lettera 16 a Tatiana segnala poi “…tra i coatti comuni… “ frequenti “fatti di sangue…”. Gramsci nei primi mesi di epistolario ritornerà più volte sulle differenze fra detenuti politici e detenuti comuni; i terribili viaggi comunque da detenuto coatto, il passaggio dal confino al carcere e l’ulteriore irrigidimento delle misure contro gli antifascisti, renderanno ancor più rimarchevoli i personali straordinari miti brevi giorni a Ustica.
Sul piano etimologico va qui sottolineato l’originario significato giuridico dell’aggettivo e sostantivo “coatto” (domicilio coatto, soggiorno obbligato dei conseguentemente coatti), come qualcosa o qualcuno coactus, obbligato in quella condizione, isolato con la forza, valido per chiunque fosse detenuto. Oggi i coatti sono divenuti un po’ tutti gli individui arroganti, rozzi ed emarginati, con vitali significati nel romanesco e nei film. A quel tempo coatti era sinonimo appunto solo di detenuti, comuni e politici, differenziati nel carattere e negli obblighi connessi alla pena, accomunati talora dal luogo di detenzione (specie se isola).

Un’isola carcere simile e diversa

All’identità antropologica meticcia di Ustica è stato storicamente connesso anche l’uso della condizione insulare come relegazione e doppio isolamento: quando Antonio Gramsci vi arrivò era già una colonia penale da tanto tempo, una delle molte isole carcere, modalità specifica di detenzione sperimentata nel passato remoto e recente, su bacini e mari e specchi d’acqua dell’intero pianeta. Ustica (probabilmente dal latino Ustum, “bruciato”, “terra bruciata”, per la sua dimensione vulcanica; forse anche dal greco Osteòdes, ossario, per le ossa dei coatti morti di fame e di sete) presenta tracce di remoti insediamenti neolitici, fenici greci cartaginesi romani, sempre di non semplice approdo, sempre di complicata stanzialità umana, sempre su rotte pure di navigatori armati e di corsari di ogni epoca.
(…) Nel 1926, dunque, Ustica era già un carcere da tempo, talora detto Colonia penale, forse impropriamente. Nel progetto teorico dei riformatori della prima metà dell’Ottocento, in particolare nel Granducato di Toscana, la colonia penale doveva perseguire finalità rieducative e socializzanti, trovando soluzioni alternative a condizioni dei prigionieri sempre più critiche per problemi di sovraffollamento e di strutture edilizie inadeguate. Probabilmente quelle finalità non furono mai raggiunte in pratica: le colonie erano collocate in terreni incolti e malarici, con condizioni igieniche disastrose e innumerevoli vittime. Tuttavia, andarvi restava spesso un “premio” rispetto alle condizioni delle altre strutture penitenziarie. (…)

Dall’arresto al confino, a Ustica fu una radicale transizione

Si suole indicare in 44 giorni il confinamento di Antonio Gramsci a Ustica, arrivato il 7 dicembre 1926 e ripartito il 20 gennaio 1927, ineccepibile. Per altri versi si potrebbe dire che il periodo di domicilio coatto fu più che doppio. Vi sono due durissimi lunghissimi trasferimenti da confinato (il primo, il secondo da arrestato non condannato), nei quali pesarono enormi disagi materiali per la maggior parte del tempo, accanto presto all’orizzonte poi al ricordo di Ustica.

Gramsci venne arrestato l’8 novembre 1926, formalmente in vista di essere deportato, giunse infine dal confino di Ustica al carcere di San Vittore il 7 febbraio 1927, lì in attesa del processo e della condanna, in tutto 91 giorni, tre mesi di transizione radicale, da una parte personale, dalla lotta politica rivoluzionaria alla detenzione poliziesca carceraria, dall’altra politica, da un avversato regime violento (“Quattro anni di dominazione fascista” era il volume cui Gramsci si era impegnato a contribuire, la cui preparazione “sovversiva” fu poi più volte citata nella sentenza della sua condanna) alla formale dittatura organizzata. Ustica non fu dunque una parentesi, bensì un periodo di radicale transizione, anzi forse la metà mite (44 giorni) di una lunga (91) dolorosa transizione. Era un famoso valoroso uomo di meditata azione, il confino e il carcere ruppero la sua vita e lo accompagnarono fino alla morte, quel che scrisse da prigioniero lo ha fatto poi diventare il pensatore italiano probabilmente più studiato e tradotto al mondo.
(…) Gramsci non sapeva se e quanto sarebbe restato a Ustica, se tutti o parte dei cinque anni di confino previsti, tanto più che le vicende di altri confinati deputati rendevano incerta ogni prospettiva. Non sapeva se e quando sarebbe stato emesso un mandato di cattura, un confinato è comunque alla mercé di chi gestisce informazioni e tempi. Non poteva materialmente conoscere la terribile vita di carcerato che lo avrebbe d’allora in poi accompagnato in una nuova fase della vita, lunga fino alla morte, il cervello funzionante nonostante tutto. La lettura, l’invio delle lettere e, poi, la stesura dei quaderni diventeranno il suo tramite per il distante mondo dove avrebbe voluto continuare a vivere.

Le lettere dall’isola di Ustica a fine 1926

Il primo citatissimo giudizio di Gramsci sull’isola di Ustica nell’autunno 1926 probabilmente non è solo conseguenza della lettura censoria delle sue lettere. Scrive con dettaglio e acume alla cognata Tatiana due giorni dopo l’arrivo. Lettera 5 (continuo a indicare il numero crescente in senso cronologico per contraddistinguere le lettere e faccio ovviamente riferimento alla nuova splendida edizione uscita nel 2020 e citata nella stringata bibliografia). “… La mia impressione di Ustica è ottima sotto ogni punto di vista. L’isola è grande 8 chilometri quadrati e contiene una popolazione di circa 1300 abitanti, dei quali 600 coatti comuni, cioè criminali parecchie volte recidivi. La popolazione è cortesissima: noi siamo trattati da tutti con grande correttezza… Finora siamo 15 amici, tra i quali il marito di Ortensia che ho avuto tanto piacere di incontrare. La nostra vita e tranquillissima: siamo occupati a esplorare l’isola che permette di fare passeggiate abbastanza lunghe, di circa 9-10 chilometri, con paesaggi amenissimi e visioni di marine, di albe e di tramonti maravigliose: ogni due giorni viene il vaporetto che ci porta notizie, giornali, e amici nuovi. Non siamo ancora tutti accomodati: ho dormito due notti in un camerone comune con gli altri amici; oggi mi trovo già in una cameretta d’albergo e forse domani o dopo domani andrò ad abitare una casetta che stanno ammobigliando per noi. Ustica è molto più graziosa di quanto appaia dalle cartoline illustrate che ti invierò: è una cittadina di tipo saraceno, pittoresca e piena di colore. Non puoi immaginare quanto io sia contento di girellare da un angolo all’altro del paese e dell’isola e di respirare l’aria del mare dopo questo mese di traduzioni da un carcere all’altro, ma specialmente dopo i 16 giorni di Regina Coeli passati nel più assoluto isolamento. Penso di diventare il campione usticese nel lancio del sasso a distanza, perché ho già battuto tutti gli amici...”
Ovviamente via via che Gramsci s’insedia e s’inserisce diventa più usticese, dai casermoni (con le sbarre alle finestre) inizialmente destinati ai confinati (ben visibili nelle foto d’epoca) alcuni poterono spostarsi affittando insieme abitazioni private. Un usticese coi seguenti obblighi (riferiti in linea di massima a ogni luogo di confino e a ogni isola confino, a prescindere dalla loro effettività geograficamente e antropologicamente determinata), indicati nella sua La Carta di permanenza del confinato, datata 15 dicembre 1926: “1. Darsi a stabile lavoro. 2. Non allontanarsi dall’abitazione scelta senza preavviso dell’autorità preposta alla sorveglianza. 3. Non uscire il mattino più presto del levar del sole e rincasare non più tardi di un’ora dopo l’Avemaria. 4. Non tenere né portare armi proprie, né altri strumenti atti a offendere. 5. Non frequentare osterie o altri esercizi pubblici. 6. Tenere buona condotta e non dar luogo a sospetti. 7. Presentarsi all’Autorità di P. S., preposta alla sorveglianza, alla domenica e a ogni chiamata della medesima. 8. Portare sempre addosso la presente carta di permanenza ed esibirla a ogni richiesta degli ufficiali e agenti di P. S. 9. Non associarsi ai confinati per delitti comuni. 10. Non oltrepassare i confini della colonia senza permesso della direzione”. La precisione delle informazioni cresce e il giudizio su Ustica s’arricchisce via via di rilievi vitali, talora quasi di cronache giornalistiche con accenti letterari (come nel caso della diseguale comunità dei coatti).

La casa di Ustica

Lettera 8 a Tatiana. “A Ustica erano già arrivati 4 amici… Per qualche notte abbiamo dormito in un camerone: adesso siamo già accomodati in una casa a nostra disposizione, in sei… La casa è composta di una stanza a pianterreno dove dormono due: a pianterreno c’è anche la cucina, il cesso, e un bugigattolo che abbiamo adibito a sala comune di toilette. Al primo piano, in due stanze dormiamo in 4, tre in una stanza abbastanza grande e uno nello stanzino di passaggio; una ampia terrazza sovrasta la stanza più grande e domina la cala. Paghiamo 100 lire al mese per la casa e due lire al giorno per il letto, la biancheria del letto e gli altri arredi domestici (due lire a testa). I primi giorni abbiamo speso molto per i pasti: non meno di 20 lire al giorno. Adesso spendiamo 10 lire al giorno di pensione per il pranzo e la cena; stiamo organizzando una mensa comune che ci permetterà forse di vivere con le 10 lire al giorno che ci ha assegnato il governo; siamo già 30 confinati politici e ancora forse deve arrivare qualcuno. I nostri obblighi sono svariati e complessi; i più appariscenti sono quello di non uscire di casa prima dell’alba e di rincasare alle 8 di sera; non possiamo oltrepassare determinati limiti che sono all’ingrosso rappresentati dal perimetro dell’abitato. Abbiamo però ottenuto dei permessi che ci consentono di passeggiare per tutto il territorio dell’isola con l’obbligo di rientrare nei limiti alle 5 del pomeriggio. La popolazione complessiva è di circa 1600 abitanti, dei quali 600 coatti, cioè criminali comuni che hanno subito più condanne. La popolazione indigena e composta di siciliani, molto gentili e ospitali: con la popolazione possiamo avere dei rapporti. I coatti sono sottoposti a un regime molto restrittivo…

I compagni di confino

Ricorderà poi Marcucci che, per quante fossero eventuali tensioni e le discussioni, “Gramsci era considerato da tutti, compagni e amici, il capo indiscusso del Partito e godeva del massimo rispetto e considerazione. Per qualsiasi questione, anche Bordiga lo interpellava e lo consultava continuamente”.

Gramsci nell’epistolario parla spesso del rapporto con i coatti, il racconto empatico sulla realtà della comune detenzione e su singoli carcerati incontrati diventerà una costante di tutte le lettere del decennio successivo: “…la grande maggioranza, data la piccolezza dell’isola, non può avere nessuna occupazione e deve vivere con le 4 lire giornaliere che assegna il governo. Puoi immaginare ciò che avviene: la mazzetta (e il termine che serve a indicare l’assegno governativo) viene spesa specialmente in vino; i pasti si riducono a un po’ di pasta con erbe e a un po’ di pane; la denutrizione porta all’alcoolismo più depravato in brevissimo tempo. Questi coatti sono rinchiusi in speciali cameroni alle 5 del pomeriggio e stanno insieme tutta la notte (dalle 5 del pomeriggio alle 7 del mattino), chiusi dal di fuori: giocano alle carte, perdono qualche volta la mazzetta di parecchi giorni e si trovano così presi in un girone infernale che dura all’infinito. Da questo punto di vista è un vero peccato che ci sia proibito di avere dei contatti con esseri ridotti a una vita tanto eccezionale: penso che si potrebbero fare delle osservazioni di psicologia e di folklore di carattere unico. Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno, rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo principi che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari più sommersi. Quattro divisioni fondamentali esistono: i settentrionali, i Centrali, i meridionali (con la Sicilia), i Sardi. I Sardi vivono assolutamente appartati dal resto. I settentrionali hanno una certa solidarietà tra loro, ma nessuna organizzazione, a quanto pare; essi si fanno un punto d’onore del fatto che sono ladri, borsaioli, truffatori, ma non hanno mai versato sangue. Tra i Centrali, i romani sono i meglio organizzati; non denunciano neanche le spie a quelli delle altre regioni, ma riserbano per loro la diffidenza. I meridionali sono organizzatissimi, a quanto si dice, ma tra di loro ci sono delle sottodivisioni: lo Stato Napoletano, lo Stato Pugliese, lo Stato Siciliano. Per il Siciliano, il punto d’onore consiste nel non aver rubato, ma nell’avere solo versato del sangue. Tutte queste indicazioni le ho avute da un coatto che si trovava al carcere di Palermo per scontare una pena buscatasi durante il periodo di coazione e che era orgoglioso di avere, secondo il piano prestabilito, procurato una ferita della profondità di 10 centimetri (misurata, diceva lui) al padrone che lo trattava male: era stabilito 10 centimetri, e furono 10 cent., non un millimetro di più – questo il capolavoro, che lo rendeva estremamente orgoglioso. Credi che il richiamo alla novella di Kipling non era esagerato, quantunque dettato dall’impressione del primo giorno…”.

L’organizzazione della vita quotidiana

Si evidenziano presto la dinamica materiale delle restrizioni e la specificità usticese dei problemi. Lettera 9 all’amico caro Piero Sraffa. “Noi abbiamo la facoltà di abitare nelle case private; in sei persone abitiamo in una casetta per la quale spendiamo 90 lire al mese per ciascuno, tutti i servizi compresi. Contiamo di organizzare una mensa collettiva, in modo da poter soddisfare le necessita di vitto e alloggio con le 10 lire giornaliere della mazzetta. Il vitto naturalmente è pochissimo svariato: non si trovano uova, per esempio, ciò che mi annoia assai perché io non posso fare i pasti abbondanti del tipo marinaro… L’isola è piccola (8 Km2) con una popolazione di 1600 abitanti, dei quali 600 circa coatti comuni: esiste un solo gruppo di abitazioni…”.

Lettera 10 a Tatiana: “… Come puoi immaginare, qui le novità sono minime. La vita trascorre sempre uguale; l’attesa del vaporetto, che porta notizie dalle famiglie e giornali, diventa sempre più il problema centrale, data la cattiva stagione e la possibilità sempre incombente che la traversata fallisca… La salute va abbastanza bene. Ho incominciato a trovare delle uova freschissime da bere; d’ora innanzi avremo regolarmente la carne di manzo, ciò che permetterà una maggiore varietà di cibo. La quistione del sonno è ancora da risolvere: devo dormire nella stessa camera con altri due amici, ciò che determina molte occasioni di risveglio e di insonnia. Ci sarebbe una bellissima occasione: avere una stanza da solo in una villetta che potrebbe essere affittata da un amico il quale attende la moglie: ma siccome la villetta e posta di qualche metro fuori dei limiti legali dell’abitato, ci sono delle difficolta non ancora superate…” Lettera 12 a Tatiana. “… Non riesco mai a fare una lista definitiva delle piccole cose che è impossibile trovare qui ad Ustica…

Foto ed escursioni

Esistono vari spunti rilevanti sul piano geografico, storico e personale (anche non contrassegnati dal neretto) che meriterebbero differenti approfondimenti critici, forse vi saranno altre occasioni per tornarci sopra. Di Gramsci a Ustica si conoscono solo un paio di foto (probabilmente scattate da Marcucci con una piccola Kodak che si era fatto mandare da casa), non da solo e in primo piano, bensì in gruppo, collettiva di quasi trenta confinati (una sola donna, la 22enne comunista Candelora Carmignano, arrivata sull’isola legata alla stessa catena di Gramsci), datate presumibilmente fine dicembre 1926 o primi giorni 1927 (altre foto di confinati esistono senza di lui, relative soprattutto ai mesi successivi, oltre ovviamente ad altre foto di Ustica e di usticesi in quei decenni).

Mi pare opportuno riportare almeno la testimonianza proprio di Marcucci su quel che facevano i confinati a Ustica nei giorni di Gramsci: “… Passammo quei primi mesi – che io chiamo scherzosamente il periodo “felice” del confino – a fare delle lunghe escursioni di esplorazione dell’isola, molto bella in verità, col permesso naturalmente del commissario di polizia, direttore della colonia… Gramsci visse con noi la nostra stessa vita. Riposava e leggeva molto. Si mise in contatto con il suo amico Piero Sraffa, professore a Cambridge; si fece mandare libri da sua cognata e, in quanto a noi, ci consigliò di organizzare corsi di studio nella maniera più seria possibile, come era suo costume. Ottenuto il permesso dalla polizia, fu lui stesso ad iniziarli… Furono tre lezioni sulle primitive civiltà fluviali, egiziana e assiro-babilonese…”

Torneremo più avanti sulla scuola di Ustica, vero grande lascito intellettuale e morale degli antifascisti confinati a Ustica.

 Gramsci, le lettere da Ustica a inizio 1927

Si può continuare a descrivere la vita sull’isola con le parole scritte nelle corrispondenze di Gramsci, sottolineando la forte carica espressiva per “trasmettere” sensazioni e emozioni, prendendo a prestito personaggi reali e situazioni letterarie, servendosi di una terminologia che ha molto a che fare con la prosa letteraria, per quanto informale sia lo strumento.
Lettera 14 a Piero (del 2 gennaio, la prima del 1927, dopo una cartolina ai familiari). “… Come puoi pensare, qui non c’è molto da spendere, anzi; mancano talvolta le possibilità di spendere, anche se la spesa e necessaria. La vita scorre senza novità e sorprese; unica preoccupazione e l’arrivo del vaporetto che non sempre riesce a fare le quattro corse settimanali (lunedì, mercoledì, venerdì, sabato) con grande dispiacere di ognuno di noi che aspetta sempre con ansia la corrispondenza. Siamo già una sessantina, dei quali 36 amici di località diverse; predominano relativamente i romani…”
Lettera 16 a Tatiana. “Davvero non posso accettare il consiglio di… trovare dei capricci. Purtroppo, nella condizione in cui devo vivere, i capricci nascono da soli: e incredibile come gli uomini costretti da forze esterne a vivere in modi eccezionali e artificiali sviluppino con particolare alacrità tutti i lati negativi del loro carattere! Specialmente gli intellettuali, o, per meglio dire, quella categoria di intellettuali che in italiano volgare si chiamano mezze calzette. I più calmi, sereni e misurati sono i contadini; poi vengono gli operai, poi gli artigiani, quindi gli intellettuali, tra i quali passano raffiche improvvise di follia assurda e infantile. Parlo naturalmente dei confinati politici, non dei coatti comuni… Siamo entrati nell’inverno anche ad Ustica. Inverno molto mite, perché si può andare in giro senza cappello e senza soprabito; ma piove spesso e soffiano spesso venti molto violenti che turbano il mare e impediscono la traversata. Ma, anche, che magnifiche giornate! Non puoi immaginare quali tinte riesca a prendere il mare e il cielo nelle giornate serene…”

Il cibo e il gioco delle carte

Lettera 17 alla moglie Giulia (l’8 gennaio, è la prima che riesce a rivolgerle; lo aveva scritto a Tatiana più volte sollecitandola a spiegarlo alla sorella; Giulia gli aveva scritto già molto, la difficoltà proseguirà e mesi dopo Gramsci ribadirà a Tatiana: “Sai, nuovamente l’idea della censura epistolare mi toglie la spontaneità, come i primi tempi di Ustica…”). “… Ho cercato di scriverti diverse volte: non sono mai riuscito. Dalle tue lettere vedo che Tania te ne ha spiegato il motivo un po’ puerile, è vero, ma tuttavia decisivo finora. Mi ero proposto di scrivere per te una specie di diario, una serie di quadretti su tutta la mia vita in questo periodo originale e sufficientemente interessante: lo farò indubbiamente. Voglio cercare di darti tutti gli elementi perché tu sia in grado di rappresentarti la mia vita nel suo complesso e nei particolari più notevoli… Io non ho avuto nessun malessere, eccetto quello di dormir poco, cosa non nuova e che, d’altronde, non poteva avere le conseguenze di prima, data l’inerzia forzata in cui ero ridotto…”
Lettera 20, ancora a Iulca. La moglie e la cognata conoscevano ovviamente “il Bordiga”, citato nella prima lettera come il “marito di Ortensia” (per evitare nomi all’inizio della prigionia), uno dei cinque conviventi nell’abitazione presa in affitto. “…Ti voglio descrivere la mia vita quotidiana nelle sue linee più essenziali, perché tu possa seguirla e coglierne di tanto in tanto qualche tratto… io abito insieme ad altri quattro amici… Adesso dormo in una stanza con uno di questi… prima dormivamo in tre… Siamo dunque in cinque, divisi in tre camerette da letto (tutta la casa): abbiamo a nostra disposizione una bellissima terrazza, dalla quale ammiriamo lo sconfinato mare durante il giorno e il magnifico cielo durante la notte. Il cielo sgombro di ogni fumosità cittadina permette di godersi queste maraviglie col massimo di intensità. I colori dell’acqua marina e del firmamento sono veramente straordinari per la varietà e la profondità: ho visto degli arcobaleni unici nel loro genere.

Al mattino, di solito, io sono il primo a levarmi… Io stesso faccio il caffè, se non sono riuscito a convincere il Bordiga a farlo, date le sue attitudini spiccate per la cucina. Incomincia quindi la nostra vita: si va a scuola, come insegnanti o come scolari. Se e giorno di posta, si va sulla marina ad attendere con ansia l’arrivo del vaporetto: se per il cattivo tempo la posta non giunge, la giornata e rovinata, perché una certa malinconia si diffonde su tutti i volti. A mezzogiorno si mangia: io partecipo ad una mensa comune e proprio oggi mi spetta fare da cameriere e da sguattero: non so ancora se dovrò sbucciare le patate, preparare le lenticchie o pulire l’insalata prima di servire in tavola. Il mio debutto e atteso con molta curiosità: parecchi amici volevano sostituirmi nel servizio, ma io sono stato incrollabile nel volere adempiere la mia parte.

La sera dobbiamo rientrare nelle nostre abitazioni alle 8. Talvolta vengono delle visite di sorveglianza per accertare se veramente siamo in casa. A differenza dei coatti comuni noi non siamo chiusi dal di fuori. Altra differenza consiste nel fatto che la nostra libera uscita dura fino alle 8 e non solamente fino alle 5; potremmo avere dei permessi serali se fossero necessari per qualche cosa. In casa, alla sera giuochiamo alle carte. Non avevo giocato mai finora; il Bordiga assicura che ho la stoffa per diventare un buon giocatore di scopone scientifico.

Ho già ricostituito una certa bibliotechina e posso leggere e studiare. I libri e i giornali che mi arrivano hanno già determinato una certa lotta tra me e il Bordiga, il quale sostiene a torto che io sono molto disordinato; a tradimento egli mette il disordine tra le cose mie, con la scusa della simmetria e dell’architettura: ma in realtà io non riesco più a trovar nulla nel guazzabuglio simmetrico che mi trovo combinato…”.

L’arresto del maiale

Lettera 21 a Tatiana. “… Quando non ho argomento per una lettera, e per me ciò è il caso più comune, ti invierò almeno una cartolina, in modo da non tralasciare nessuna corsa postale: la vita trascorre qui monotona, uniforme, senza sbalzi. Dovrei forse descriverti qualche scenetta di vita paesana, se avessi del buon umore a sufficienza. Per esempio, potrei descriverti l’arresto di un maiale, trovato a pascolare illegittimamente per le strade del paese e condotto regolarmente in prigione: il fatto mi ha divertito enormemente, ma sono sicuro che né tu né Giulia vorrete credermi; forse mi crederà Delka quando avrà qualche anno in più e sentirà raccontarsi la storiella insieme alle altre dello stesso tipo (quella degli occhiali verdi, ecc.) ugualmente vere e da credersi senza sorrisi.

Anche il modo di arrestare il maiale mi ha divertito: lo si prende per le zampe di dietro e lo si spinge avanti come una carriola, mentre urla come un indemoniato. Non ho avuto modo di avere precise informazioni sul come sia possibile identificare l’abusività del pascolo e del transito: penso che i sorveglianti all’igiene conoscano tutto il bestiame minuto del paese. Un’altra particolarità di cui non ti ho mai fatto cenno e che non ho ancora visto in tutta l’isola nessun mezzo di locomozione all’infuori dell’asino, magnifico animale invero, di grande statura e di una domesticità notevole, che indica l’indole buona degli abitanti: al mio paese gli asini sono mezzo selvaggi e non si lasciano avvicinare che dai padroni immediati.

Ancora, in linea animalesca: ho sentito ieri una magnifica storia di cavalli, raccontata da un arabo qui confinato. L’arabo parlava l’italiano in modo alquanto bislacco e con molte oscurità: ma nell’insieme il suo racconto era pieno di colore e di forza descrittiva. Ciò mi fa ricordare, per una associazione molto strana, che ho saputo essere possibilissimo trovare in Italia il famoso grano saraceno: degli amici veneti mi dicono che esso è abbastanza comune nel Veneto per fare la polenta…”.

L’ordine di tornare, verso il carcere

Lettera 24 a Tatiana (l’ultima, proprio il 20 gennaio mattina, le successive saranno un telegramma il giorno dopo da Palermo e il 12 febbraio la lettera dal carcere di Milano a Giulia e Tatiana, a loro insieme per quanto non nello stesso luogo di ricezione per “utilizzare meglio le poche lettere” che gli è concesso scrivere, dopo 19 giorni di viaggio, dal carcere vero e proprio, una cella e la repressione permanente in un edificio corazzato chiuso). “… in questo momento ricevo l’ordine di partire in traduzione per Milano. La traduzione è ordinaria, ossia mi dovrò fermare in transito ai carceri di Palermo, Napoli, Roma etc. se non riesco ad ottenere che mi si conceda la traduzione straordinaria, più sollecita e meno disagiata…”
Qui “traduzione” è la tecnica di trasferimento di detenuti da un luogo all’altro, il passaggio da un luogo di detenzione a un altro, viaggi spesso raccontati per esperienza diretta da Gramsci nelle lettere. Il termine ha un doppio significato e anche l’altro ha riguardato personalmente Gramsci in quel periodo usticese, quando inizia a industriarsi nel passaggio da una lingua in un’altra, quelle già conosciute, quelle meno conosciute, ovvero è molto impegnato per occupare il tempo con l’apprendimento di altre lingue e traduzioni (attività che si ritroveranno poi sempre in carcere e nei Quaderni).

Gramsci e le successive lettere su Ustica

Lo scarto fra il turbolento girovago quindicennio precedente e l’inizio della vita stanziale repressa da prigioniero, con i viaggi verso (e da) una piccola isola confino, renderà indimenticabili i quarantaquattro miti giorni effettivamente trascorsi dall’apparentemente gracile Antonio Gramsci sull’isolato suolo di Ustica, un ecosistema umano minimo e straordinario.
Esemplare, in tal senso, la lettera 38 del 25 aprile da Milano a Tatiana: “… È impossibile immaginare la vita di Ustica, l’ambiente di Ustica, perché e assolutamente eccezionale, e fuori di ogni esperienza normale di umana convivenza. Potevi tu immaginare cose come questa; senti. Io sono giunto ad Ustica il 7 dicembre, dopo 8 giorni di interruzione nell’arrivo del vaporetto e dopo 4 traversate fallite. Ero il quinto confinato politico che giungeva.

Fui avvisato subito di farmi una provvista di sigarette, perché la scorta era agli sgoccioli; andai dal tabaccaio e domandai 10 pacchetti di Macedonia (16 lire), mettendo sul banco un biglietto da 50 lire. La venditrice (una giovane donna, dall’apparenza assolutamente normale) si maravigliò della mia domanda, se la fece ripetere, prese i dieci pacchetti, li aprì, incomincio a contare le sigarette una ad una, perse il conto, ricomincio, prese un foglio di carta, fece dei lunghi conti con la matita, li interruppe, prese le cinquanta lire, le guardò da ogni parte; finalmente mi domandò chi ero. Saputo che ero un confinato politico, mi consegno le sigarette e mi restituì le 50 lire, dicendomi che l’avrei potuta pagare dopo aver cambiato il biglietto.

Lo stesso fatto si ripeté altrove ed eccone la spiegazione: – ad Ustica esiste solo l’economia del soldo; si vende a soldi; si spende mai più di 50 cent. Il tipo economico di Ustica è il coatto, che prende 4 lire al giorno, ne ha già impegnate 2 dall’usuraio o dal vinaio e si alimenta con le altre 2, comprando 300 grammi di pasta e mettendoci come condimento un soldo di pepe macinato. Le sigarette si vendono una per volta; una macedonia costa 16 centesimi, cioè tre soldi e un centesimo; il coatto che compra una macedonia al giorno, lascia un soldo di deposito e ne sconta 1 cent. al giorno per 5 giorni. Per calcolare il prezzo di 100 macedonie, occorreva dunque fare 100 volte il calcolo dei 16 centesimi (3 soldi più 1 cent.) e nessuno può negare che questo sia un calcolo discretamente difficile e complicato. Ed era la tabaccaia, cioè uno dei commercianti più grossi dell’isola. Ebbene: la psicologia dominante in tutta l’isola e la psicologia che può avere per base l’economia del soldo, l’economia che conosce solo l’addizione e la sottrazione delle singole unità, l’economia senza la tavola pitagorica.

Senti quest’altra (e ti parlo solo di fatti accaduti a me personalmente; e ti parlo dei fatti che credo non siano passibili di censura): – venni chiamato negli uffici, dall’impiegato addetto alla revisione della posta in arrivo; mi fu consegnata una lettera, a me diretta e mi fu domandato di dare spiegazioni sul contenuto di essa. Un amico mi scriveva da Milano, offrendomi un apparecchio radiofonico e domandandomi i dati tecnici per acquistarlo almeno della portata Ustica-Roma. In verità non capivo la domanda che mi si faceva all’ufficio e dissi di che si trattava; credevano che io volessi parlare con Roma e mi fu negato il permesso di far venire l’apparecchio. Più tardi il podestà mi chiamò per conto suo, e mi disse che il Municipio avrebbe comprato l’apparecchio per conto proprio e perciò non insistessi; il podestà era favorevole a che mi fosse dato il permesso, perché era stato a Palermo e aveva visto che coll’apparecchio radiofonico non si può comunicare.

Potevi tu immaginare tutto questo? No. Dunque nella mia osservazione non c’era neanche l’ombra di una malizia sul tuo conto. Non si può domandare a nessuno di immaginare cose nuove; si può invece domandare (dico così per dire) l’esercizio della fantasia per completare sugli elementi noti tutta la realtà vivente… Tu sai che io sono qui, in prigione, in uno spazio limitato, dove mi «devono» mancare tante cose; pensi al bagno, agli insetti, alla biancheria ecc. Se io ti scrivessi che mi manca uno speciale dentifricio, per esempio, certo tu saresti capace di correre su e giù per Roma, di trascurare il pranzo e la cena, di farti venire la febbre; ne sono sicuro. Ma invece tu mi scrivi annunziandomi una lettera di Giulia; poi mi riscrivi annunziandomene un’altra; poi ricevo una tua lettera (e le tue lettere mi sono molto care), ma non ricevo le lettere di Giulia e ancora non le ho ricevute. Ebbene, tu non sai rappresentarti la mia esistenza, qui in prigione. Non immagini come io, ricevendo l’annunzio, aspetti ogni giorno e abbia ogni giorno una delusione e ciò si ripercuote su tutti i minuti di tutte le ore di tutte le giornate; come io legga e ogni momento salti su dalla lettura e mi metta a passeggiare su e giù e pensi e ripensi e almanacchi e dica spesso: Ah, quella Tania, quella Tania! ...”
Riferimenti a Ustica vi sono in tante altre lettere dal carcere successive al confino, perlopiù riferite ai viaggi tortuosi per arrivarvi o partirvi, ai libri ricevuti e lasciati o alla corrispondenza non arrivata o non ricevuta. Segnalo di seguito solo i riferimenti a caratteri e fatti riferiti al viaggio verso l’isola o al periodo di Gramsci sull’isola.

Ovviamente, nelle lettere cominciano ad apparire narrazioni sul rapporto fra il proprio aspetto fisico e l’immaginario degli altri, un effetto specchio che sarà stato presente alla vita di Gramsci fin dall’infanzia, oggetto poi della nota meditata acuta introspezione e forse di conversazioni private con qualche proprio affetto. In tanti ricordi risalta l’altrui percezione fisica del gracile sardo, una figura meno alta di quasi tutti altri presenti, gibbosa (un dolore fisico per lui, tendenzialmente paraplegico); grande testa, capelli bizzosi, occhialuti occhi vivaci sopra un corpo deforme. A Ustica la rigidità verbale, sarcastica e polemica, del letterato rivoluzionario professionale, inizia a gestire il condizionamento e l’opportunità di un’affettuosa comunicazione scritta del letterato prigioniero politico.
Lettera 27 a Tatiana: “… Io non sono conosciuto all’infuori di una cerchia abbastanza ristretta; il mio nome e storpiato perciò in tutti i modi più inverosimili: Gramasci, Granusci, Grámisci, Granísci, Gramúsci, fino a Garamáscon, con tutti gli intermedi più bizzarri. A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultraindividualista, noto coll’indicazione di «Unico» che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità: «sono l’Unico e basta», ecco la sua risposta. Nella folla che attendeva, l’Unico riconobbe tra i criminali comuni (mafiosi) un altro tipo, siciliano (l’Unico deve essere napoletano o giù di lì), arrestato per motivi compositi, tra il politico e il comune, e si passa alle presentazioni.

Mi presento: l’altro mi guardò a lungo, poi domando: «Gramsci, Antonio?» Sì, Antonio!, risposi. «Non può essere replicò, perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo». – Non disse più nulla, si ritirò in un angolo, si sedette su uno strumento innominabile e stette, come Mario sulle rovine di Cartagine, a meditare sulle proprie illusioni perdute. Evitò accuratamente di parlare ancora con me durante il tempo in cui restammo ancora nello stesso camerone e non mi salutò quando ci separarono.

Un altro episodio simile mi successe più tardi, ma, credo, ancor più interessante e complesso. Stavamo per partire; i carabinieri di scorta ci avevano già messo i ferri e le catene; ero stato legato in un modo nuovo e spiacevolissimo, poiché i ferri mi tenevano i polsi rigidamente, essendo l’osso del polso fuori del ferro e battendo contro il ferro stesso in modo doloroso. Entro il capo scorta, un brigadiere gigantesco, che nel fare l’appello si fermo al mio nome e mi domando se fossi parente del «famoso deputato Gramsci». Risposi che ero io stesso quell’uomo e mi osservò con sguardo compassionevole e mormorando qualcosa di incomprensibile. A tutte le fermate lo sentii che parlava di me, sempre qualificandomi come il «famoso deputato», nei crocchi che si formavano intorno al cellulare (devo aggiungere che mi aveva fatto mettere i ferri in modo più sopportabile), tanto che, dato il vento che spira, pensavo che, oltre tutto, potevo avere anche qualche bastonata da qualche esaltato.

A un certo momento, il brigadiere, che aveva viaggiato nel secondo cellulare, passò in quello dove mi trovavo io e attaccò discorso. Era un tipo straordinariamente interessante e bizzarro, pieno di «bisogni metafisici» come direbbe Schopenhauer, ma che riusciva a soddisfarli nel modo più bislacco e disordinato che si possa immaginare. Mi disse che si era immaginato sempre la mia persona come «ciclopica» e che era molto disilluso da questo punto di vista. Leggeva allora un libro di M. Mariani, l’Equilibrio degli egoismi, e aveva appena finito di leggere un libro di un certo Paolo Gille, di confutazione al marxismo. Io mi guardai bene dal dirgli che il Gille era un anarchico francese senza nessuna qualifica scientifica o d’altro: mi piaceva sentirlo parlare con grande entusiasmo di tante idee e nozioni disparate e sconnesse, come può parlarne un autodidatta intelligente ma senza disciplina e metodo. A un certo punto cominciò a chiamarmi «maestro». Mi sono divertito un mondo, come puoi immaginare. E così ho fatto l’esperienza della mia «fama». Che te ne pare? …”
Lettera 30 a Tatiana (i detenuti poteva non averli incontrati necessariamente sull’isola, sicuramente a Ustica il sedicenne calabrese che gli aveva forse rubato le galline): “…Riprenderò a narrarti le mie avventure di viaggio e a descriverti qualche figurina che ho incontrato. Ti devo ancora parlare del mio amico calabrese, il contadino Salvatore Chiodo, che ha ammazzato la moglie, e del mio protettore, il contadino salernitano di cui non so il nome che ha ammazzato il suocero e ne ha ereditato le sostanze (– ho ammazzato ed ho ereditato – era il suo intercalare) e del mio secondo protettore, il fornaio napoletano Gaetano Parise che ha ammazzato il seduttore della sorella, e del capobanda calabrese Domenico Vilella, di 16 anni, al quale ho ceduto le scarpe e una maglia (aveva i piedi senza calze infilati in due stracci cuciti a due pezzi di cartone e nessuna biancheria) e che mi ha solennemente promesso di non rubarmi mai le galline; e del soldato napoletano Scarpato che mi ha narrato tutta la storia di Rolando e Scalabrino e dei Reali di Francia e discuteva con un calzolaio messinese se le imprese di Ganellone di Maganza e di Malagigi potessero essere opera di singoli essi o fossero un panachage storico; il messinese era per il panachage, lo Scarpato invece era persuaso che tanto Ganellone quanto Malagigi fossero capaci anche di altre imprese; e questo calzolaio messinese che mi raccontò tutte le avventure di Sindbad il marinaio nella versione siciliana, quale l’aveva intesa dai suoi nonni e non volle credere (io non insistetti) che fosse una novella delle Mille e una Notte; e l’accademia di recitazione che in mio onore tennero alcuni detenuti romani, con la Scoperta dell’America di Pascarella e altre poesie romanesche…

Il custode del magazzino mi ha assicurato che il soprabito non e arrivato. Poiché ormai non saprei che farne, se lo rintracci tienilo. Non mi hai più scritto del mio abito e delle scarpe. L’abito che indosso resiste ancora. A Ustica un amico mi ha date le sue scarpe che sono ancora buone; quelle che avevo portate da Roma ormai erano rovinate completamente e le ho regalate al piccolo calabrese ladruncolo di salami e galline. Di biancheria sono abbastanza provvisto: non mi occorre niente per ora…
Lettera 32 a Tatiana: “… La tua lettera mi ha fatto ripensare alla vita di Ustica, che certamente tu immaginavi molto diversa da quello che era realmente; in avvenire forse riprenderò a narrarti la mia vita di quei tempi, e allora ti farò un quadro di essa; oggi non ho voglia e mi sento un po’ stanco…”.
Lettera 35 a Tatiana: “… Il 7 dicembre, arrivo a Ustica. Conosco il mondo dei coatti: cose fantastiche e incredibili. Conosco la colonia dei beduini di Cirenaica, confinati politici: quadro orientale, molto interessante. Vita di Ustica. Il 20 gennaio, riparto. 4 giorni a Palermo…”.
(…) Lettera 157 a Tatiana, maggio 1929, da Turi: “… Attendo con ansia le babouches beduine; mi pare che devano andare bene perché le ho viste ad Ustica durante un ricevimento presso i beduini che erano là confinati. A proposito, sai che uno di questi beduini, un certo Haussiet, veniva quasi ogni giorno a trovarmi per vedere la fotografia di Delio; egli aveva lasciato un bambino a Bengasi e si maravigliava che una fotografia potesse essere così espressiva, dolente che la sua religione proibisse di riprodurre la figura umana. Gli dissi che Kemal adesso permetteva di fotografarsi e allora disse che la moglie era troppo stupida per sapere cos’era la fotografia e che l’avrebbe ripudiata. Gli dissi che Kemal proibiva la poligamia e allora si afflisse, perché nonostante tutto, per lui Kemal era come il papa del maomettanesimo…”
Lettera 221 alla mamma Giuseppina Marcias, dicembre 1930: “Carissima mamma, ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto, in cui passai il Natale del ’26 ad Ustica, era ancora una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di avere arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Del resto non ho perduto il gusto della vita: tutto mi interessa ancora e sono sicuro che se anche non posso piú «zaccurrare sa fae arrostia» tuttavia non proverei dispiacere a vedere e sentire gli altri a «zaccurrare»…”
Lettera 226, a Giulia, gennaio 1931: “… Quando il 19 novembre 1926 mi fu comunicata l’ordinanza della polizia che mi assegnava 5 anni di deportazione in Colonia, il comandante del carcere mi comunicò che io ero stato assegnato alla Somalia; agli altri miei colleghi fu comunicata come destinazione la Cirenaica e l’Eritrea. Mi persuasi, conoscendo come si viaggia per i luoghi di pena, che forse non sarei neanche arrivato vivo (quasi due mesi di viaggio con le catene, col passaggio dell’Equatore) e che in ogni modo non avrei vissuto a lungo.

Mi concessero di scrivere, ma per circa 12 ore fui in dubbio: non era meglio non scrivere a nessuno e sparire come un sasso nell’oceano? Poi mi decisi a scriverti, molto brevemente, e se ricordi in quelle poche parole, nonostante tutto, traspare un po’ della mia convinzione d’allora. Scrissi a casa e una mia sorella, quando ero ad Ustica, perché il ’26 a Napoli ci fu comunicato ufficialmente che non si andava più in Africa, mi scrisse che la mia lettera le era sembrata un testamento. Ora rido di ciò, tuttavia e stata una svolta morale nella mia vita, perché mi ero abituato all’idea di dover fra breve morire…”.
Lettera 233, a Tatiana: “Io avevo creduto alle tue promesse e adesso mi dispiace di averti creduto: vuol dire che sono stato ingenuo, ingenuo come uno dei primi poeti italiani che ha scritto: Molte sono le femmine che hanno dura la testa. Ma l’uomo con parabole le dimina e ammonesta. Altro che parole: ci vorrebbe qualche «bellissimo kurbasc» come diceva sempre un beduino confinato a Ustica quando mi parlava dei suoi rapporti con le mogli e le donne della sua kabila. Non so se puoi uscire di casa per fare delle commissioni…”
Lettera 483, a Giulia, dicembre 1936, da Roma: “Non riesco più a immaginarti bene, sebbene pensi sempre al passato. Mandami delle fotografie; sono poca cosa, ma aiutano. Quando ero a Ustica confinato, un beduino mi si era affezionato molto: era confinato anche lui; veniva a trovarmi, si sedeva, prendeva il caffè, mi raccontava novelle del deserto e poi stava zitto per delle ore a guardarmi leggere o scrivere: invidiava le fotografie che io avevo e diceva che sua moglie era così stupida che mai avrebbe pensato a mandargli la fotografia del figlio (non sapeva neanche che i mussulmani non possono ritrarre la sembianza umana e non era stupido). Tu non diventerai mica «la moglie del beduino»? …”.

Gramsci nel 1924-1927

Di Antonio Gramsci sapete moltissimo, anche su di lui la bibliografia è sterminata, recentemente stanno uscendo ulteriori testi biografici e anche sulle settimane a Ustica è uscito qualcosa. Limitiamoci qui a pochi essenziali dati ufficiali sulle premesse e sull’attuazione del confino a Ustica.
Gramsci viene candidato alle elezioni politiche che si svolgono il 6 aprile 1924 nella lista di Unità proletaria; ottiene 6584 preferenze su 41 059 voti di lista in Piemonte e 1585 su 32 383 in Veneto, risultando eletto deputato in quest’ultima circoscrizione, ha 33 anni, è nato ad Ales il 22 gennaio 1891, ha manifestato già piccolissimo il morbo di Pott (una tubercolosi ossea extrapolmonare non riconoscibile né riconosciuta), è vissuto poveramente a Ghilarza dall’autunno 1898 e lì è riuscito finalmente a frequentare le scuole elementari, sempre fisicamente segnato dalla malattia e dalla gracilità. Completerà gli studi in Sardegna e frequenterà l’Università a Torino, partecipando poi alla storia del Partito Socialista (fino al gennaio 1921) e del Partito Comunista, con ruoli anche internazionali. (…)
In tutti questi anni 1924-26 Gramsci (legatosi definitivamente a Giulia Schucht dalla fine del 1923) sosta a Ghilarza solo pochi giorni nell’autunno 1924 (vi mancava dal dicembre 1920), si occupa assiduamente dell’Unità (impostata nell’estate 1923, pure nella denominazione), riesce a seguire la nascita del primo figlio Delio Delka (10 agosto 1924), co-dirige il Partito (in forte conflittualità con Bordiga), partecipa continuamente a riunioni del Partito e della Internazionale Comunista, in Italia e all’estero (anche nella “illegalità” ovviamente rispetto al regime fascista), attende un secondo figlio (Giuliano Iulik Julik nascerà il 30 agosto 1926). Nel novembre 1926 sta per compere 36 anni e ha intensi legami familiari parentali amicali a molta distanza fisica (nella natia Sardegna, nella neonata Unione Sovietica, in molte città italiane ed europee), che, da allora, si spezzano in presenza e restano ancorati alla dinamica degli epistolari. (…)

Il trauma della detenzione

Non ho finora sottolineato lo scarto emotivo in Gramsci. Nelle sue lettere non vi è traccia dell’identità politica profonda del confinato, che pure occupava tutta la sua vita prima dell’arresto, da più di un decennio. Fosse a Regina Coeli o altrove, fosse a Ustica o altrove, le prime settimane di detenzione sono per Gramsci come un trauma sconfinato, un terremoto o un infarto, sul piano psichico oltre che fisico. Ed è certo che le sorti del mondo continuano a occupare quasi tutti i suoi pensieri, in particolare le cruente vicende nell’Internazionale Comunista e nel Partito negli ultimi mesi.

Quando arriva in carcere a Roma e in confino a Ustica ha ancora pienamente sulle spalle il peso di mille preoccupazioni politiche, strutturali e quotidiane per un militante di professione, quelle in corso con la violenta repressione fascista di ogni opposizione (non solo per quanto lo riguarda personalmente), quelle delle lotte sociali e di classe da anni in corso, quelle di strategie e tattiche politico-istituzionali (prima 24h24 in testa alle sue azioni e ai suoi scritti), quelle sorte all’indomani del contrasto con la centrale sovietica (conseguenti anche agli sviluppi postrivoluzionari in Russia, dove vivono moglie e figli), quelle proprie dei connessi mondi dell’informazione e della cultura italiane (di cui sa bene di fare molto parte).

Decine, centinaia, migliaia di persone sono abituate a tener conto giorno per giorno delle sue manifestazioni di pensiero, dopo aver letto un articolo o un saggio, dopo aver discusso con altri dirigenti, dopo aver partecipato a una riunione, dopo averlo incontrato. Non è più così, non sarà mai più davvero così (per quanto le sue opinioni contingenti si troverà il modo di farle un poco contare). Le lettere contribuiscono alla sopravvivenza materiale ma raccontano solo una piccola parte dei suoi pensieri vitali, anche se forse il doppio isolamento di Ustica in questo caso un poco lo aiuta. Gramsci è costretto a cambiare totalmente passo di vita.

La scuola dei confinati

A Ustica Gramsci e Bordiga organizzano subito una scuola tra i confinati: Gramsci dirige la sezione storicoletteraria, Bordiga la sezione scientifica. Sraffa gli invia alcuni libri di economia e apre per lui un conto illimitato presso la libreria Sperling & Kupfer di Milano. Lui legge, studia, pensa in modo diverso che nel passato. L’obbligatoria impossibilità di poter essere un punto di riferimento fuori dai confini dell’isola è un dato oggettivo, scuote altre abitudini e i relativi pensieri.

Poi, senza che lui lo sappia, il 5 gennaio 1927, con l’entrata in vigore di ulteriori provvedimenti per la difesa dello Stato, i suoi fascicoli passano al Tribunale militare di Milano; il 14 il giudice istruttore Enrico Macis firma un mandato di cattura. Il 20 gennaio Gramsci è arrestato e lascia Ustica diretto a Milano, al carcere giudiziario di San Vittore. Compie 36 anni all’inizio del trasferimento. Il viaggio, in “traduzione ordinaria”, dura diciannove giorni, con soste nelle carceri e nelle caserme di Palermo, Napoli, Cajanello, Isernia, Sulmona, Castellammare Adriatico, Ancona, Bologna. Qui è avvicinato da Dante Romani, sedicente sindacalista-anarchico, che ritroverà nel carcere di Milano.

A san Vittore

Il primo febbraio 1927 entra in funzione il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il 7 febbraio Gramsci giunge a San Vittore. Ha una cella a pagamento (1° raggio, 13° cella), ma è soggetto al regime di isolamento sino a novembre. Il 9 febbraio viene interrogato per la prima volta da Macis. Lo stesso giorno chiede di poter acquistare alcuni quotidiani («Corriere della sera», «La Stampa», «Il Popolo d’Italia», «Il Giornale d’Italia», «Il Secolo»). L’11 febbraio richiede una visita medica. Il 17 Macis spicca contro di lui un secondo mandato di cattura. Dalla cella del carcere gli viene concesso di scrivere due fogli da lettera ogni settimana. Simili restrizioni lo condizioneranno nella corrispondenza (per esempio a Turi gli era concesso un solo foglio) e, in parte, nella scrittura per il resto della vita carceraria, aldilà degli ulteriori “cattiverie” cui fu sottoposto per regola o per scelta, degli altri patimenti fisici e relazionali, dei momenti di tensioni e di sconforto, della progressiva perdita di salute.
Irrispettoso qui analizzare la complessità delle ricostruzioni storiche e biografiche successive al confino (anche per questo ho espunto dalle citazioni puntuali delle lettere alcuni riferimenti che necessiterebbero di approfondimenti critici). Certo, risalta la peculiarità della condizione affettiva gramsciana, già evidente nel periodo di Ustica, dove gli altri confinati affrontano in modo oggettivamente diverso da lui la questione dei familiari: da loro in vario modo arrivano o tentano di arrivare molte mogli, episodicamente o stabilmente (Molinelli, Bordiga, Conca, ecc.) e altri parenti.

Come per tutti gli altri confinati, peraltro, emergono e crescono altri legami, spesso con nuovi amici e compagni che diverranno talora richiamati nella corrispondenza (per esempio, il citato giovane Virginio Borioni, confinato a Lampedusa, Pantelleria, Ustica, Ponza, Lipari e nominato sul campo da Gramsci ricercatore, raccoglitore e consegnatario di libri e lettere che aveva dovuto lasciare a Ustica).

L’insularità per Gramsci

Un’altra peculiarità in futuro da riprendere è l’insularità, una condizione per la quale la grandezza della singola isola non è mai completamente discriminante. Oggi, a fine aprile 2022, siamo sulla grande isola Sardegna e parliamo della piccola isola Ustica appartenente alla grande isola Sicilia. Gramsci non era un continentale, era sardo, percepì e studiò la specificità degli ecosistemi insulari, che non sono prigioni per natura. Nel primo quaderno (cartaceo del carcere) fra le 16 questioni principali la nona è significativa: la quistione meridionale e la quistione delle isole. E, poi, c’è una citazione significativa dalla Lettera 479 al secondo figlio Giuliano: “… Quando ero ragazzo gli inglesi mi attraevano molto perché erano grandi marinai e avevano tante isole dove avrei voluto abitare…”!

 Isole carcere e confino, prima e dopo il fascismo

Il confino (anche a Ustica, anche su altre isole) non è stato inventato dal regime fascista; ha una storia più lunga e non solo italiana. Per quanto riguarda il nostro territorio già oltre 2300 anni fa lo praticarono gli antichi romani, nel volume “Isole carcere” provo a raccontare la geografia e la storia del doppio isolamento insulare come fenomeno umano, millenario e ubiquitario sul pianeta.

Per quanto riguarda la più recente Italia iniziò già con la legge Pica del 1863 sul domicilio coatto (da cui i coatti di gramsciana memoria), una misura di deportazione preventiva che poteva essere proposta dalle autorità di polizia e imposta anche senza regolare processo.
Poi il regime fascista fece del confino di polizia uno strumento ordinario e di massa per neutralizzare ogni opposizione democratica. La denominazione fu trasformata in confino nel 1926 e la distinzione chiave divenne fra sanzione politica e sanzione comune, sempre di domicilio coatto.

Il confino politico fu la situazione di relegamento imposto agli oppositori politici, sinonimo di messa al bando dalla società civile e di reclusione di fatto in remote località della nazione, dove vi erano poche vie di comunicazione (e di fuga). Il confino politico fascista non era una pena inflitta da un Tribunale in seguito a una condanna. Era, piuttosto, una sanzione amministrativa volta astrattamente alla “prevenzione” dei reati: poteva colpire le intenzioni e si basava su sospetti, non su fatti.

Vi finirono in maniera sistematica e capillare sia antifascisti che fascisti dissidenti, forzatamente bloccati su poca terra in mezzo al mare o in minuscoli borghi montani spopolati e poveri, cosi da separarli fisicamente e moralmente dal resto del mondo e dalle proprie radici sociali (…).

L’isolamento amministrativo diventa sistematico

Resta il fatto che, durante il ventennio fascista, l’isolamento detentivo divenne sistematico, soprattutto sulle isole. (…) Nel contempo, lettere e memorie segnalano che, soprattutto nelle isole, la lontananza e le privazioni inducevano i confinati a sentirsi peggio fisicamente ma meglio con sé stessi, a capire di essersi spesi totalmente per ciò in cui credevano, a imporsi e imporre dignità. Gli effetti, inattesi dal regime, furono incontrare altri sodali, pensare il nuovo (sconosciuto prima) e trasmettere pensieri nuovi, sperimentare forme di autogestione (scuole e corsi di studio, biblioteche, mense, attività artigianali).

Non a caso, è rimasta celebre la scuola di Ustica impostata da Gramsci e Bordiga e Ventotene viene considerata la patria dell’idea dell’attuale Unione Europea (con il «Manifesto», opera dei federalisti Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann): il confinamento come fucina di idee “inconcepibili” nel crogiuolo cruento della politica contingente.

Più di dodicimila confinati in  diciassette anni

Complessivamente, gli inviati al confino tra 1926 e 1943 furono 12.330; 177 confinati politici antifascisti morirono durante il periodo di isolamento. Le isole tirreniche laziali sono tutte celebri per i confinati politici del regime fascista. Ponza (Pontia), la maggiore e più popolosa delle isole Ponziane (o Pontine) raggiungibili da Anzio e Terracina, e Ventotene (Pandataria) erano isole carcere e confino da millenni. Dopo l’annessione al Regno d’Italia, il domicilio coatto venne abolito, ma a Ventotene continuarono ad arrivare prigionieri fin dopo la Prima guerra mondiale, mentre il fascismo ripristinò il confino a Ponza già nel 1928 (prima era complicato perché l’isola era sede di uno stabilimento penale per militari).

Vi furono confinati Amendola, Basso, Nenni, Scoccimarro, Romita, Secchia e Terracini. Per ironia della sorte, toccò anche a Mussolini, due giorni dopo la caduta del fascismo, dal 27 luglio al 7 agosto 1943, prima di essere trasportato al Gran Sasso, nella stessa stanza in cui era stato imprigionato precedentemente il Ras di Etiopia. A Ventotene negli anni Trenta risiedeva una popolazione di mille persone, cui si aggiungevano forze di sicurezza e militi, 350 effettivi a sorvegliare fino a 800 confinati. Occorre poi considerare Santo Stefano, carcere non confino, mitico penitenziario borbonico “Ergastolo”, oggetto oggi di un decisivo progetto di ristrutturazione e storicizzazione.
Solo nel periodo bellico il numero dei confinati costantemente presenti nelle colonie in Italia era di quasi dieci mila. Alcune isole hanno continuato a essere (od ospitare) carceri in epoca repubblicana e in qualche caso sono attive ancor oggi. In Italia ci sono 69 isole “minori” (fino a 100 km2) abitate, anche se, talora, con una residenza minima: in teoria oggi esiste un solo residente civile a San Clemente (laguna veneta), a Vendicari (Sicilia, comune di Noto), a Budelli (Sardegna, comune La Maddalena), a Gorgona (carcere attivo), all’Asinara (ex carcere) e meno di dieci in una quindicina, la più popolosa delle quali risulta naturalmente Ischia. (…)

Nell’isola da prigioniero

Il viaggio di Antonio Gramsci per arrivare a Ustica e il successivo soggiorno, ovvero quanto è spesso abbastanza difficile e comunque straordinario o “radicale” vivere su un’isola lontana, molto di più e sempre se si va e si torna sull’isola carcere da prigionieri.
Lettera 8 a Tatiana sui tentativi falliti e sulle penose condizioni del viaggio su un’isola lontana per viaggiatori da far soffrire: “… Da Roma partii al mattino del 25 col primo accelerato per Napoli, dove giunsi alle 13 circa; viaggiai in compagnia di Molinelli, Ferrari, Volpi e Picelli, che erano stati anch’essi arrestati l’8. Ferrari pero da Caserta fu distaccato per le Tremiti: dico distaccato perché anche nel vagone eravamo legati insieme a una lunga catena. Da Roma in poi rimasi sempre in compagnia, ciò che produsse un notevole cambiamento nello stato d’animo: si poteva chiaccherare e ridere, nonostante che si fosse legati alla catena e con ambedue i polsi stretti dalle manette e che in tale grazioso abbigliamento si dovesse mangiare e fumare. Eppure si riusciva ad accendere i fiammiferi, a mangiare, a bere; i polsi si gonfiarono un po’, ma si ebbe la sensazione del quanto la macchina umana sia perfetta e possa adattarsi a ogni circostanza più innaturale.

Nel limite delle disposizioni regolamentari, i carabinieri di scorta ci trattarono con grande correttezza e cortesia. Siamo rimasti a Napoli due notti, nel carcere del Carmine, sempre insieme e siamo ripartiti per via mare la sera del 27 con mare calmissimo. A Palermo abbiamo avuto un cameroncino molto pulito e arieggiato, con bellissimo panorama del monte Pellegrino; trovammo altri amici destinati alle isole… Sarei dovuto partire da Palermo il 2, invece riuscii a partire solo il 7; tre tentativi di traversata fallirono per il mare tempestoso. È stato questo il pezzo più brutto del viaggio di traduzione.

Pensa: sveglia alle 4 del mattino, formalità per la consegna dei denari e delle cose diverse depositate, manette e catena, vettura cellulare fino al porto, discesa in barca per raggiungere il vaporetto, ascesa della scaletta per salire a bordo, salita di una scaletta per salire sul ponte, discesa di altra scaletta per andare nel reparto di 3a classe; tutto ciò avendo i polsi legati ed essendo legati a una catena con altri tre. Alle sette il vaporetto parte, viaggia per un’ora e mezza ballando e dimenandosi come un delfino, poi si ritorna indietro perché il capitano riconosce impossibile la traversata ulteriore.

Si rifà all’inverso la serie delle scalette, ecc., si ritorna in carcere, si viene nuovamente perquisiti e si ritorna in cella; intanto e già mezzogiorno, non si e fatto a tempo a comandare il pranzo; fino alle 5 non si mangia, e al mattino non si era mangiato. Tutto ciò quattro volte con l’intervallo di un giorno…
Ho già segnalato nelle lettere successive i continui riferimenti a tutti i corrispondenti circa la crucialità delle teoriche quattro corse settimanali del vaporetto Palermo-Ustica, perlopiù il piroscafo “Pantelleria” allora, non solo per arrivare ma poi per sopravvivere sull’isola (viveri e notizie), con i rituali dell’attesa, spesso inutile causa mare mosso, in tutte le stagioni e soprattutto in inverno, come per Gramsci. (…)
Antonio Gramsci trascorse a Ustica quarantaquattro intensi giorni, per quel che si sa, “straordinari” per l’isola e per lui. Ho sopra riportato le sue descrizioni delle lettere (Gramsci spedì anche molte cartoline e alcuni telegrammi da Ustica) e, ovviamente, la cronaca del confino è stata comparata sul piano storico con altri confinati, con altri epistolari e con le vicende complessive dell’isola. Segnalo qui ancora una volta la testimonianza di Marcucci: “… Organizzammo anche una mensa, anzi diverse mense, e Gramsci volle persino partecipare ai turni di servizio di essa. Ma accadde una solo volta!” Si trovavano e facevano quasi sempre solo lenticchie e “Gramsci non poteva sopportare quel cibo e il più delle volte non assaggiava nulla, ed era una pena e un imbarazzo per tutti. Le sue condizioni di salute già allora non erano buone. Soffriva di insonnia ed anche di stomaco; fumava notte e giorno quantità di sigarette… In casa passeggiava lungamente per la stanza e parlava… Con me fece lunghe passeggiate sull’unica strada che da paese conduceva al porto… Talvolta durante le passeggiate, alternando il serio al faceto, ci divertivamo a gareggiare nel tirar sassi verso il mare, gara in cui egli era imbattibile e che gli ricordava l’infanzia nella sua terra sarda…”
In quei 44 giorni il naturale respiro usticese largo e tranquillo, la buona intesa insulare nell’arte di arrangiarsi, la dimensione sociale prevalentemente distesa, il clima cameratesco tra i confinati, il rispetto per il gracile Gramsci sono abbastanza acquisiti. Non conosciamo davvero tutto, mancano lettere sue e di altri, sono esistite altre testimonianze, serve uno studio comparato rispetto alla quantità e qualità dei corrispondenti e alle parallele vicende storiche internazionali e nazionali, del fascismo e dell’opposizione. (…)
L’autunno e l’inverno 1926-27, un breve periodo “straordinario”.

(…) Furono mesi, circa un anno, “straordinari” per gli usticesi di allora e delle generazioni successive. Vi sono cenni in tal senso in tutte le interviste o i colloqui svolti nei decenni successivi: i confinati parlavano italiano correttamente, erano educati, interloquivano seriamente, nel complesso si presentavano in modo diverso dagli altri detenuti comuni, erano riconoscibili e riconosciuti, anche Gramsci.

Il documentario “Gramsci 44”

Quasi un secolo dopo, lo hanno confermato le testimonianze raccolte ancora nel 2015-16 in vista della preparazione di sceneggiatura e regia dell’ottimo film documentario Gramsci 44: i pescatori attuali segnalano che la maggior parte dei loro padri aveva imparato a leggere e scrivere grazie alle lezioni di Gramsci e, comunque, degli “insegnanti” nella “scuola” impostata da Gramsci, Bordiga e dagli altri confinati politici arrivati nell’autunno 1926. Lo stesso Gramsci lo aveva subito intuito, nella Lettera 14 a Sraffa scrive: “… la nostra venuta ha determinato un mutamento radicale nel luogo e lascerà larghe tracce!” (in quella sede, controllata, si riferisce esplicitamente a servizi pratici ma essenziali su un’isola come la luce elettrica, l’orologio del campanile, la banchina).
Il confino fra carcerati, carcerieri e usticesi sull’isola di Ustica risultò un breve cruciale periodo anche per l’esistenza di Gramsci. “Straordinarie” quelle settimane lo furono perché iniziò una detenzione che Gramsci intuiva lunga (anche in dissenso con altri confinati), cambiò completamente vita fino alla morte (aggiornò sempre per iscritto sulla sua situazione finanziaria personale, all’inizio da Ustica nelle Lettere 8 e successive, nella Lettera 16 chiese a Tatiana 200 lire perché aveva generosamente prestato soldi a nuovi confinati e avuto altre spese impreviste), elaborò un piano esistenziale per il futuro da prigioniero che in larga parte prefigurò quel che poi riuscì effettivamente a scrivere.

Tutto ciò non solo soggettivamente. Terminò un ruolo pubblico contemporaneo per uno dei principali dirigenti comunisti mondiali degli anni venti, almeno un quinquennio in cui la sua personalità si era imposta a livello internazionale, in confronto contrasto dialettica con personalità che continueranno a svolgere quel ruolo spesso ancora per decenni (nel bene e nel male); cominciarono oltre dieci anni di prigionia durante i quali il pensiero di Gramsci trovò il modo per tradursi in scritti (al di là delle voci e dei contatti sulle sue opinioni contingenti) che ne fanno una delle personalità intellettuali più fertili del Novecento, conosciuto teoricamente e rispettato moralmente ancor oggi in tutto il mondo, tramandatosi nella storia attraverso almeno quattro giovani generazioni successive.
A Ustica i Quaderni del carcere non erano “in nuce”, iniziano però a crearsi le condizioni perché ne emerga l’esigenza (frequenti riferimenti al fatto che lo attende il carcere non la libertà, al fatto che vuole presto dedicarsi a uno studio determinato e sistematico). La condizione terribilmente e concretamente penosa della prigionia politica si era affermata subito nei fatti dei primi mesi, per quanto non escludibile teoricamente e parzialmente metabolizzabile da un militante severo.

Qui cominciano le Lettere dal carcere

Abbiamo già accennato alla qualità intensa e pratica della corrispondenza con Tatiana Schucht, alla continua richiesta di libri e agli scambi colti della corrispondenza con Piero Sraffa, alla timidezza necessaria della corrispondenza con la moglie Giulia (puerpera, il secondo figlio Giuliano era nato il 30 agosto, il padre non lo vide mai) e con i parenti sardi. Iniziano di fatto quei caratteri che fanno delle raccolte editoriali postumi, via via ampliatesi e ancora incomplete, un capolavoro letterario, le Lettere dal carcere. La necessità e la qualità della scrittura delle lettere di Gramsci trova la sua spinta originaria a Ustica. Le prime due lettere, abbastanza brevi, le invia doverosamente a moglie e mamma da Roma il 20 novembre 1926 dodici giorni dopo l’arresto (rivolto a Iulca inizia così, a futura memoria: “Ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l’ultima lettera che io ho ricevuto e letto). Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di vedere insieme crescere i nostri bambini”); le due successive sono per la padrona della casa romana, ancor più sintetiche seppur premurose, a motivare la partenza improvvisa dell’amico affittuario. La quinta a Tatiana da Ustica, è la celeberrima del 9 dicembre già citata, inizia lì il vero e proprio epistolario, drammaticamente magnifico.

Autunno 1926-autunno 1927, la scuola di Ustica

L’attività della scuola usticese chiama in causa una dinamica generale rilevante per le isole carcere: i rapporti sociali fra detenuti coatti; fra detenuti, carcerieri e autorità responsabili della detenzione; fra detenuti, carcerieri e popolazione civile (i rispettivi obblighi e le rispettive libertà); fra tutti i residenti a vario titolo sull’isola carcere e l’ecosistema esterno separato dalla terraferma. La scuola impostata da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga risulta così esemplificativa di un fenomeno generale, esistente durante altre esperienze detentive successive (e talora precedenti), pure “apripista” di esperienze analoghe durante il fascismo. Vi fu un passaparola epistolare e colloquiale su quanto stava avvenendo a Ustica che portò a una spinta simile (più o meno indipendente) in altri luoghi di confino collettivo.
Della scuola di Ustica vanno richiamati alcuni aspetti storicamente determinanti: la scuola fu un progetto collettivo di sopravvivenza per una comunità oggettivamente coesa di confinati (non automaticamente con rapporti idilliaci fra loro), l’esperienza era autogestita da quasi tutti maschi abituati a leggere e studiare sia da discenti che da ascoltanti (moderando inevitabili tensioni e capricci), un ruolo propulsivo lo ebbero due alti dirigenti comunisti diversi e da anni in dura lotta politica fra loro (nota seppur interna al loro movimento), la scuola era considerata pericolosa e “attenzionata” dalle autorità ministeriali.

Sia Gramsci che Bordiga avevano una propria colta identità culturale: a Ustica, in quanto entrambi comunisti e oppositori del fascismo, il complicato rapporto sviluppatosi negli anni della nascita del Partito Comunista e dell’Internazionale Comunista si arricchì necessariamente delle nuove prevalenti dinamiche del comune destino, della convivenza privata e permanente, della collaborazione affettuosa (non solo per necessità). Gli altri confinati non erano tutti loro devoti, né tutti comunisti e intellettuali come loro, nemmeno tutti scolarizzati, inoltre per mesi continuarono ad arrivarne tanti di nuovi. I confinati cercarono subito insieme un camerone adatto e riuscirono presto ad affittare e allestire stanze adibite solo a lezioni scolastiche, all’inizio in un unico edificio sulla piazza poi sparse nel piccolo tessuto urbano usticese.
Nelle lettere di Gramsci gli accenni alla scuola iniziano sin dal primo istante, come “ginnastica razionale”.

Lettera 5 a Tatiana: “… Qui ho stabilito questo programma: 1° star bene per stare sempre meglio di salute – 2° studiare le lingue tedesca e russa con metodo e continuità – 3° studiare economia e storia. Tra noi faremo della ginnastica razionale, ecc. ecc…”. La Lettera 9 del 21 dicembre, dopo due settimane, esplicita i punti essenziali dell’intera vicenda: “…Siamo ad Ustica in 30 confinati politici: abbiamo già iniziato tutta una serie di corsi, elementari e di cultura generale, per i diversi gruppi di confinati; inizieremo anche delle serie di conferenze. Bordiga dirige la sezione scientifica, io la sezione storico-letteraria; ecco la ragione per cui ho commissionato determinati libri. Speriamo così di trascorrere il tempo senza abbrutirci e giovando agli altri amici, che rappresentano tutta la gamma dei partiti e della preparazione culturale…”.

L’impianto dei corsi creati nei primi giorni sotto il coordinamento di Gramsci e Bordiga (rimasto poi più o meno intatto fino alla chiusura) viene così riassunto nella Lettera 14 a Piero del 2 gennaio, 25 giorni dopo l’arrivo: “… Siamo già una sessantina, dei quali 36 amici di località diverse; predominano relativamente i romani. Abbiamo già iniziato una scuola, divisa in vari corsi: 1° corso (1a e 2a elementare), 2° c[orso] (3a elem[entare]), 3° c[orso] (4a-5a elem[entare]), corso complementare, due corsi di francese (inferiore e superiore), un corso di tedesco. I corsi sono stabiliti in relazione alla coltura nelle materie che possono ridursi ad un certo corredo di nozioni esattamente determinabili (grammatica e matematica); perciò gli allievi dei corsi elem[entari] frequentano le lezioni di storia e geografia del corso complementare, per esempio. Insomma, abbiamo cercato di contemperare la necessita di un ordine scolastico graduale col fatto che gli allievi anche se talvolta semianalfabeti, sono intellettualmente sviluppati. I corsi sono seguiti con grande diligenza e attenzione. Con la scuola, che è frequentata anche da alcuni funzionari e abitanti dell’isola, abbiamo evitato i pericoli di demoralizzazione che sono grandissimi…”.

E più sinteticamente a Tatiana il giorno dopo nella Lettera 15: “…Posso leggere e studiare. Abbiamo inoltre organizzato una scuola di cultura generale; io insegno la storia e la geografia e frequento il corso di tedesco. Mi sono abbonato a tre quotidiani e ad una quindicina di periodici; il servizio ha già cominciato a funzionare…”.

Nuovi corsi complementari

Con l’aumento dei confinati e delle materie lo schema iniziale venne ampliato con nuovi corsi complementari. Una parte dei confinati era sia docente che scolaro, riuscire a insegnare ad altri veniva opportunamente considerato un valore pedagogico quanto imparare: ognuno ha molto che non sa e altro da aggiornare, ognuno si mette a disposizione in ogni modo, ognuno capisce come si impara da come si insegna e viceversa (nel luglio 1927 furono introdotti anche esami di qualifica), ognuno era lì per collocazione politica e serviva un andamento da circolo sodale per consolidarla (si riverberano nell’impostazione molte convinzioni gramsciane non “borghesi” su educazione e pedagogia).

L’andamento della scuola dipendeva tanto dalla preparazione individuale e dal numero dei confinati, quanto dalle autorità della colonia. Le lezioni si svolgevano alla presenza di militi o carabinieri che spesso, seguendo corsi inadeguati alla loro preparazione (per esempio su lingue straniere), coglievano possibili note sovversive che venivano prontamente notificate all’autorità superiore. Vi furono così interruzioni e perquisizioni, fino agli arresti e alla sostanziale chiusura dell’ottobre 1927.
Certo è che Gramsci a Ustica, anche attraverso il progetto collettivo tra confinati, avviò senso e prospettiva delle Lettere dal carcere e impostò alcuni fili dei pensieri ingabbiati, poi rintracciabili, affinati e allargati, nei Quaderni del carcere. Le lettere (vergate di getto a mano da un individuo per un altro individuo legato affettivamente o amico, poi spedite tramite non amici, e molti giorni o mesi dopo forse recapitate, lette, commentate, sottoposte a replica) costituiscono un’unilaterale straordinaria testimonianza di laica dignità umana, un autoritratto concepito nelle condizioni concesse, compromesso dalla censura, dalla vigilanza del carcere, dai tempi di scrittura, dalle cadenze obbligate degli spazi e degli invii, dai disagi e dalle malattie, e riescono di rado a far luce piena sulla vita quotidiana del carcerato.

Sono un capolavoro assoluto della letteratura italiana di tutti i tempi e del Novecento in particolare. Averle citate molto e diffusamente in questo contributo è un dovere contingente e un valore permanente.

Le lezioni di Gramsci

Come già accennato, Gramsci aveva probabilmente avuto modo di svolgere alla scuola di Ustica tre lezioni inaugurali del corso di storia sulle primitive civiltà fluviali, egiziana e assiro-babilonese. Fin da subito non si limitò alle lezioni elementari dei suoi corsi. Segnalo a esempio il suo antico interesse per il teatro di Pirandello. Nell’ambito della scuola di Ustica, Gramsci si era impegnato a inviare (se e quando trasferito) degli appunti per una conferenza sul teatro contemporaneo e in particolare su Pirandello. (…)
Bisogna tener presente che ancora molti mesi dopo la partenza Gramsci continuò a ricevere a Milano da Ustica lettere e cartoline che gli erano arrivate lì dopo il 20 gennaio, interloquì pur nella difficoltà di scrivere spesso e molto in carcere. La corrispondenza e gli epistolari legati a Ustica durarono molto più dei 44 giorni. Degli sviluppi della scuola i confinati rimasti (Bordiga, Berti e vari altri) continuarono a informare Gramsci con frequenti lettere. Come noto, l’epistolario gramsciano è in parte impossibile da ricostruire totalmente, per quanti encomiabili sforzi siano stati fatti, in particolare con l’ultima ottima edizione delle Lettere dal carcere: le lettere ancora mancanti sono certamente molte decine. Non sono calcolabili con assoluta precisione quelle perdute del periodo di Ustica e di San Vittore.

I corrispondenti più o meno assidui fanno puntualmente riferimento a missive di Gramsci da loro ricevute e ancora non ritrovate, se ne evince che la dispersione e stata tutt’altro che irrisoria, difficilmente misurabile e colmabile. Segnalo qui per inciso che, comunque, nell’ultima edizione sono una ventina (su 489 totali) quelle inviate nei 44 giorni del confino di Ustica (su oltre 3800 giorni totali di carcere), conferma pure quantitativa che ci fu un rilevante incipit usticese della necessità e dei caratteri dell’epistolario gramsciano.
Secondo gli studi di Alessandro Fellegara pubblicati nel 1999 Gramsci inviò poi 22 lettere dal carcere San Vittore di Milano a Ustica (corrispondenti: Berti, Bordiga, Borioni, Lauriti, Silvestri, Tucci, Ventura), di cui soltanto 7 sono state ritrovate e pubblicate; il numero di quelle davvero scritte potrebbe credibilmente essere molto maggiore (forse anche con qualche altro diverso corrispondente?); delle 15 certamente disperse vi sarebbe una datazione abbastanza probabile per 11.

Inoltre, nell’archivio della Fondazione Gramsci sono tuttora conservate 21 lettere e 49 cartoline inedite provenienti dalle isole di confino e dal carcere palermitano e indirizzate a Gramsci recluso a San Vittore (1927-1928); anche in questo caso quelle inviategli davvero potrebbero essere di più. E le stesse cartoline di Ustica inviate da Gramsci (che secondo lui non rendevano bene l’idea) dovrebbero essere comparate con l’insieme delle immagini dell’epoca; l’evoluzione fotografica di Ustica, di altre isole carcere italiane e dei rispettivi abitanti; in movimento e in posa, o senza posa.

 Saluti da Ustica. Il viaggio di Gramsci verso il processo a Milano

Antonio Gramsci venne costretto a partire da Ustica nella mattinata del 20 gennaio 1927, di lì a due giorni avrebbe compiuto 36 anni, abitando carceri per tutti i successivi compleanni. Secondo una testimonianza di Bordiga raccolta nel 1967: “Quando Antonio partì andammo tutti sulla riva a salutarlo. Non sapeva lui, non sapevamo noi dove andava, ma una cosa sapevamo per certo: che il tribunale speciale lo attendeva. Rimanemmo sulla riva a lungo finché scomparve il battello, poi rientrammo a casa in silenzio. Non potevamo fare niente per lui. Io scrissi a sua madre, in Sardegna, era la sola cosa che potessi fare”.

Analogo il ricordo di Marcucci nel 1977: “… lo seguimmo muti mentre ammanettato tra i carabinieri scendeva verso il porto reggendo a fatica il pacco della roba, libri soprattutto. Attendemmo la partenza del battello, poi dal punto più elevato della strada prospicente il porto, a grandi cenni, qualcuno di noi alla voce, a lungo lo salutammo finché potemmo scorgerlo e il piroscafo non scomparve all’orizzonte”. (…)

Gramsci e le sue carceri: inizia un’altra vita, inizia un’altra storia. Nel dicembre 1926 arriva sull’isola carcere di Ustica un gracile comunista sardo, una delle personalità più importanti della politica nazionale e internazionale della prima metà del Novecento, un rivoluzionario abituato a vivere in presenza, in frenetiche mobilità e attività, marito e padre affettuoso, con idee, pensieri, affetti, relazioni, azioni, scelte. Vi resta solo 44 giorni. Iniziano lì per lui oltre dieci anni di penosa prigionia, nei quali azioni e scelte inevitabilmente tendono quasi a ridursi alla materiale sopravvivenza quotidiana, affetti e relazioni mutano di senso ed evolvono a distanza, le idee restano abbastanza coerenti e salde rispetto a quelle maturate nella vita libera, i pensieri (in vario complicato modo scritti) acquistano una gittata vitale di lungo periodo, fertile in contesti molto diversi nello spazio e nel tempo, fino a oggi e nel prevedibile futuro. Grazie a Gramsci.

* Questo il testo non integrale della conferenza tenuta mercoledì 27 aprile per la commemorazione della morte di Antonio Gramsci, su “Ustica e altre isole di confino”. Tra gli altri appuntamenti della Settimana gramsciana organizzati dalla Casa museo di Gramsci di Ghilarza , “Gramsci e la musica”, alla presenza di Fabio Francione e Maria Luisa Righi, curatori di A. Gramsci, Concerti e sconcerti. Cronache musicali, 1915 – 1919, Antonello Mattone, Presidente dell’Ente Concerti, Marialisa De Carolis e Felice Todde, musicologo. Venerdì 29 aprile conferenza “Le donne di casa Gramsci”, con Eleonora Lattanzi, Università La Sapienza di Roma. Sabato 30 aprile conferenza “Gramsci e la giustizia italiana”, con Leonardo Pompeo D’Alessandro, Università Statale di Milano; Carlo Renoldi, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria; Antonello Spada, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Oristano. Più tardi Michele Filippini, autore del libro “Gramsci globale: guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo”, dialogherà con lo scrittore Danilo Lampis.