Antifascismo, una fede civile alle radici della Costituzione

Se iniziassimo a leggere la nostra Costituzione ci accorgeremmo che le parole “fascismo” e “antifascismo” non compaiono mai, se non nella dodicesima disposizione transitoria finale riguardante l’impossibilità di ricostituire il partito fascista.

Eppure studiando a fondo questo magnifico testo, ci rendiamo conto di come ogni articolo ci riporti alla barbarie del Ventennio attraverso delle parole che non solo sono un monito, ma che esprimono anche i principi e valori fondanti dell’antifascismo.

Un esempio lampante è l’articolo 3, in cui troviamo la parola “razza”. Per noi questo è un termine orrendo, anche perché oggi l’antropologia e le scienze sociali ci insegnano che gli essere umani sono tutti eguali e che possono dividersi, al limite, in etnie differenti. Eppure questa parola ha un senso ben preciso, poiché ci richiama al Manifesto della razza emanato nel 1938.

I richiami alle leggi fasciste

Se proseguiamo nello studio della Costituzione e ci soffermiamo sull’articolo 22, invece, troviamo le seguenti parole: “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. Questo articolo, invece, contiene un esplicito richiamo alle leggi fascistissime e ci ricorda che durante il fascismo se eri comunista o liberale non eri più italiano.

Ho deciso di iniziare con questa premessa poiché ritengo che sia importante riflettere sul fondamento antifascista della nostra Repubblica, il quale secondo molti è venuto meno nel momento in cui la senatrice a vita Liliana Segre ha dovuto cedere il posto al neo Presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa, dirigente storico della destra missina e post-fascista, figlio di un gerarca e notoriamente nostalgico del ventennio mussoliniano.

È vero: negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un’opera di “semplificazione” dell’antifascismo, che sia da un lato che dall’altro è stato quasi ridotto ad un fatto di facciata. Di questo sono colpevoli anche gli ultimi arrivati, quelli “post ideologici” e populisti, che hanno contribuito non soltanto all’imbarbarimento del dibattito pubblico, ma anche alla messa in discussione della più grande forma di garanzia democratica, ovvero il parlamentarismo. Siamo arrivati ad approvare un taglio alla nostra democrazia, già di per sé in difficoltà, anziché cercare di rafforzarla attraverso una maggiore sollecitazione delle coscienze.

L’antifascismo in Costituzione

L’antifascismo, però, non è soltanto una “fede civile”, ma è un modo di vivere, perché significa perseguire l’eguaglianza e l’equità, il rispetto della diversità, la cooperazione e l’integrazione. Tutte parole che non sono semplice retorica dei buoni sentimenti, ma che rappresentano la perfetta sintesi della nostra Costituzione, che Giuseppe Saragat nel suo discorso d’insediamento all’Assemblea Costituente definì “il volto umano della Repubblica”.

Dunque la Costituzione è molto di più, è il Dna di noi italiani poiché ci racconta la nostra evoluzione, partendo proprio dal ventennio mussoliniano fino ad arrivare a ciò che siamo oggi.

Pertanto non possiamo accettare che qualcuno dica che è venuto meno il fondamento antifascista della nostra Repubblica, ma dobbiamo proseguire nel ricordare e studiare la storia perché il nostro presente dipende dalla conoscenza di quello che fu. Di certo non possiamo dichiarare morto l’antifascismo proprio nel centenario sulla marcia su Roma, un anno in cui, necessariamente, abbiamo il dovere di raccontare cosa avvenne in Italia in quegli anni bui.

Voglio concludere con un ricordo di mio nonno, che il fascismo, quello vero, lo ha vissuto e che una volta mi disse che il fascismo non era stata la scelta di un popolo, ma la catastrofe di un mondo intero. Magari al Presidente La Russa sarebbe servito fare due chiacchiere con lui.