“Anna”, survival game pandemico
tra fame, fango e speranza

Annunci a tutta paginona sui quotidiani, lanci multipli sugli schermi di casa con cip cip seducenti, impossibile insomma far finta di niente con “Anna”, la distopica mini-serie in 6 puntate diretta da Niccolò Ammaniti per Sky e tratta dal suo libro omonimo del 2015, con adeguati rimpinguamenti. La robustissima ondata seriale da piccolo schermo che sta facendo concorrenza al cinema di sala offre in questo caso una favolaccia post-apocalittica girata, in una Sicilia mai così isola-isolata e protagonista, poco prima che fossimo costretti a passeggiare in mascherina, come viene sottolineato nei titoli di testa, e che però in tempi di Covid cade a fagiolo.

La pandemia che uccide gli adulti

Gli umani sono stati brutalmente mietuti da una pandemia letale, detta la Rossa, dal colore dei pustoloni che annunciano l’inesorabile discesa verso l’Ade di chi si contagia, cioè tutti (salvo coup de théâtre…). Gli adulti, i cresciuti, muoiono in fretta, mentre rimangono a razzolare tra strade e case in abbandono bambini e pre-adolescenti, finché, ai primi ormoni in circolo, sono condannati a loro volta a salutare la compagnia. Spadroneggia – nelle estetizzanti, lacere vesti shabby chic da sopravvissuti ormai canonizzate da film come “Dune” e “Waterworld” – la banda nomade dei Blu, ragazzetti con mocciosi al seguito, bastardelli e predatori, anche se, a diversi anni dal gran colpo di Falce, da raccattare c’è ben poco.

Si vive random e d’espedienti. Flash back ragguagliano sulla storia pre-pandemica di Anna, quattordicenne sveglia (l’esordiente Giulia Dragotto, brava assai), figlia di genitori separati, amorevole affidataria di Astor (Alessandro Pecorella), un piccolo fratellastro combinaguai. Vivono nella casa fuoriporta della madre separata (l’espressiva Elena Lietti, parlandone da viva), ivi ancora residente ma solo come scheletro, compreso il cranio tempestato di pietre preziose che fa molto Damien Hirst.

Anna, tra non-luoghi deserti, polverose macerie, scalinate e cameroni cosparsi di stracci policromi da installazione Biennale e una natura implacabilmente muta, trova il modo di iniziare una storiella d’amore con Pietro, un figliuolo biondino e miracolosamente motomunito (Giovanni Mavilla) di gentile aspetto e cultore dell’lsd che vive sulle rive di un lago in roulotte e coltiva pomodori, ormai una leccornia rara, e del resto anche l’allucinogeno è agli sgoccioli. L’incongrua parentesi ambientale miracolosamente preservata nei days after – in realtà è il lago di Rosamarina a Caccamo, nel Palermitano, un bacino artificiale nato dallo sbarramento del fiume San Leonardo – sottolinea il dono di un incontro ad alto tasso zuccherino cui seguono subito varie peripezie.

Bambini sperduti

I due sono gli unici col volto simbolicamente pulito, in mezzo a orde disperate impiastricciate ad hoc da un trucco e parrucco sufficientemente lapalissiano. Decisamente tribal de luxe la mise della cattivissima regina Angelica (Clara Tramontano), spadroneggiante nella sua cadente villa, attorniata da una corte infantile che evoca gli indigeni di “Apocalypto”, il film di Mel Gibson, e qui l’ispirazione è diretta, per ammissione dello stesso autore-regista.

Ma “Anna” paga rilevanti e ovvii debiti anche a “La Strada” di Mc Carthy e a “L’ombra dello scorpione” di Stephen King, senza purtroppo ritenerne l’implacabile radiografia post mortem di una civiltà satura e suicidaria. Ammanniti punta dritto – un suo classico – al nervo dolente adulti-bambini, squadernando un Male che marca ineluttabilmente ogni vivente rimasto a giocare in questo Survival Game di fango, fame e, nonostante tutto, speranza, quel sentimento strano che più si rafforza dove meno ce ne sarebbe ragione. Peccato che il terrore o il disagio si avvertano a tratti e prevalga, nelle prime due puntate, tra il lusco e il brusco e nonostante i colpi di scena, un’aria da selvaggia “Guerra dei bottoni”, da bambini sperduti di “Peter Pan” a tratti venata da scoppi di violenza. Spiccano e graffiano Mario e Paolo, i due strepitosi laidi gemelli (Danilo e Dario di Vita) barricati nel supermercatino dei genitori, che sembrano usciti da un una puntata di “Cinico Tv” di Ciprì e Maresco. E molta curiosità, vista la dicotomia drammaturgica adulti/bambini, suscita l’annunciata figura di Picciridduna (Roberta Mattei), adulto ermafrodita sopravvissuto e forse taumaturgico in virtù della sua diversità.

Il tutto è girato con gran profusione di mezzi (la serie Sky Original è prodotta da Wildside, società del gruppo Fremantle, in coproduzione con ARTE France, The New Life Company e Kwaï) e riesce perfettamente adatto al generalismo patinato della maison, si vede con discreto gusto e crescente curiosità. Non poco merito ha il set Sicilia, prodigo nell’offrire luci, ombre e prepotente natura, dallo Stretto di Messina alle scabre pendici dell’Etna, da Porto Empedocle (già luogo iconico della serie di Montalbano) alle vecchie ville di Bagheria, da Salemi a tutta la Valle del Belice, un luogo che col terremoto del ‘68 un’apocalisse l’ha vissuta davvero.