Ferracuti: il mio realismo è uno schiaffo
alla falsità della vita dei social e della tv

Angelo Ferracuti, il tuo nuovo romanzo, “La metà del cielo” (Mondadori), è il resoconto di un frattura, di un passaggio da un “prima” a un “dopo”. Parli di esperienze personali dolorose come la perdita di tua moglie per un tumore, l’alcolismo, i litigi prima della separazione, le frustrazioni della provincia. Inutile dirti che ho trovato il tuo romanzo bellissimo. La prima domande che voglio farti è questa. In te letteratura e vita trovano un equilibrio formidabile. Non ti viene mai però il dubbio che la letteratura non-fiction, quella ostinatamente realistica come la tua, sia una sorta di castrazione delle possibilità creative? In altri termini, questo tuo scrivere solo delle cose che sai, delle cose vere, delle cose viste e vissute, non rischia di essere una sorta di automutilazione, sia pure di natura etica?

No, credo che questa sia la forma delle cose che voglio e posso scrivere. Anzi, questa terribile esperienza della mia vita paradossalmente mi ha dato la possibilità di scrivere il libro che volevo scrivere da anni. Nel senso che non sono capace di inventare o forse, manzonianamente, detesto esteticamente la fiction, mi suona falsa. Già quando inizio a leggere un romanzo troppo inventato, con una lingua enfatica, con personaggi improbabili, non ci credo più e mi delude. E poi “s’inventa da una realtà” come scriveva Bilenchi, l’invenzione pura è del giallo e della fantascienza, della letteratura di genere, nel romanzo ci sono sempre elementi dell’esperienza vissuta o di quella raccontata da altri, che è arrivata a noi per sentito dire. Oggi la letteratura dal vero è la risposta di uno scrittore realista, che si rifà alla tradizione del realismo, al mondo del reality, al fatto che tutto è fiction, a cominciare dalla politica, dalla nostra stessa vita artatamente inventata e “postata” sui social, questo ho cercato di fare sia con questo libro, sia con il reportage, che è la scrittura a me più congeniale. Detto questo, non è che dentro il reportage o nella letteratura autobiografica non ci siano anche elementi d’invenzione o di finzione – anche se io sono sempre fedele al vero per una sorta di rispetto dei fatti e delle persone, di quello che fanno e che dicono – ma già la rielaborazione del parlato, comunque senza tradirne l’essenza, già il ritmo, tutto l’armamentario retorico dello scrittore, i dialoghi, insomma tutto questo non è “giornalistico”, quindi c’è sempre un elemento di fiction anche in queste scritture. Pensa solo alla descrizione delle persone o quelle dei paesaggi, che amo molto fare. I contesti sono fondamentali nei miei libri e mi piace molto descrivere la composizione, mi sono molto allenato sui quadri rinascimentali, l’arte pittorica è fondamentale per scrivere reportage narrativi, così come la poesia, che serve a migliorare la lingua, come pensava Kapuscinsky, che è l’essenza dello scrivere. Per me la letteratura è soprattutto questo, cercare una lingua che mi somigli, una lingua modellata sulla mia voce, nostalgica dell’oralità perduta. Infatti, sono un raccontatore, non un romanziere, un narratore, e come dice Handke “mi piace scrivere, ma non chiedetemi di raccontare una storia”, vuole dire che le storie organizzate, le trame, sono lontanissime dal caos della vita vera, dove le azioni e i pensieri si accavallano, si contraddicono, si mescolano. Insomma, tutto questo per dirti che non credo che scrivere in questo modo sia castrante. Anzi, la forma del reportage – come quella dell’autobiografia – è un ibrido eccentrico, molto duttile, trovo sia la forma di questi tempi.

Dunque ormai ti vengono incontro solo persone, non più personaggi? Nessun personaggio bussa più alla tua porta? Oppure sei tu che non gliela vuoi aprire?

Gli unici personaggi che mi interessano sono persone che hanno fatto vite memorabili, romanzesche. Trovo che le vite vere siano molto più interessanti dei personaggi deboli dei romanzi italiani di oggi. Ne leggo molti anche per lavoro, perché faccio parte di un paio di premi, e spesso sono deludenti, sono romanzi senza lingua. Ti raccontano solo una storia, non c’è letteratura. Ma, ripeto, non ho le caratteristiche del romanziere, del costruttore di trame.

Nel tuo libro si parla, inevitabilmente, di malattia. Cos’è per te la malattia? Sembra una domanda semplice, e invece penso che la malattia sia un’idea o un’esperienza sempre unica.

La malattia fatale, quella che sai che probabilmente ti porterà alla morte e che ha colpito mia moglie, non è qualcosa che ti indebolisce parzialmente per un periodo della tua vita, è proprio una specie di crollo, di rottura, dopo entri in un’altra dimensione corporea e mentale. Essendo stato per molti anni un ipocondriaco militante, davvero con scene epiche di viaggi al pronto soccorso – la più memorabile delle quali durante la proiezione de “La montagna sacra” di Jodorowsky, quando interruppero la proiezione, mi sentii male e arrivarono i portantini nella sala – posso immaginare che subentra una ossessione per il corpo che deperisce. Vedersi spegnere, osservarsi quotidianamente allo specchio in questo deperimento, immaginare la lotta molecolare, mentre scrivevo il libro pensavo che mia moglie avesse provato queste cose terribili, impronunciabili. Ma è una mia proiezione. La malattia fatale è un corpo cattivo dentro il tuo, qualcosa che si è incistato dentro di te come un animale e che ti sta uccidendo, ti sta togliendo la vita. Un tarlo che scava nel legno.

Nel tuo libro sei spesso ferocemente critico verso la provincia. Tuttavia la tua grandezza di scrittore la devi anche ai tanti personaggi e alle tante storie di provincia che hai raccontato. Al di là degli umori di un momento o di un periodo, che sono comprensibili, come mai hai deciso di esplicitare questo fastidio, finanche questo disprezzo per la provincia?

E’ una vecchia questione che riguarda molta letteratura del ‘900, ma non solo, è il microcosmo dell’”Antologia di Spoon river”, “Winesburg Ohio” di Sherwood Anderson, “Gente di Dublino”, un altro è “Corrono voci” di Hugo Claus, per esempio. La letteratura racconta quello che non si può dire, o vedere, l’inconfessabile, l’invisibile, i nostri spazi esistenziali segreti, le nostre miserie, i fallimenti, che è un altro tema forte del mio libro. Cosa diresti allora dei romanzi di Bernhard? Del suo sguardo spietato sugli uomini, sul potere, o di Céline, Joyce, o dei personaggi dei grandi romanzieri russi? Per rimanere nelle Marche, basterebbe Leopardi, di cui cito nel libro questa frase esemplare: “L’uomo è tanto cattivo quanto gli bisogna”. Detto questo, la provincia italiana globalizzata è da tempo un luogo che ha perso la propria identità profonda, un luogo consumistico ed egoistico, dove prosperano razzismo, rancore e competizione sociale. Basta aprire le pagine di cronaca di un quotidiano locale per capire in quale gorgo siamo precipitati. La provincia dell’anima, quella idialliaca raccontata da Piovene nel suo “Viaggio in Italia”, è solo una nostalgia, non esiste più da almeno venticinque anni. Dedicai un libro alla fine di quel mondo, “Attenti al cane”, un romanzo a cornice, dove cercavo di innestare la prosa breve italiana con quella americana della mia formazione, Sherwood Anderson, Cheever, Carver. Era un libro che già nel 1999 raccontava l’Italia di oggi. Comunque nella provincia restano le radici, certo non più come in quel passo di Pavese, “Un paese”, da “La luna e i falò”, un senso di appartenenza profonda, un legame viscerale, che per esempio io sento con il paesaggio, le colline fiabesche che vedo dalla mia finestra, un paesaggio morbido, particolarissimo. Credo che gli anni più belli siano stati negli anni ’60, io li ricordo come un piccolo paradiso.

Quanto coraggio ci vuole a pubblicare un libro come questo? Che rischio è, in generale, la tua letteratura?

Tutta la buona letteratura è una letteratura che rischia, che si mette in gioco, sia dal punto di vista dei contenuti che della forma. Tutto il resto, quasi la totalità, è una letteratura rassicurante, che non deve disturbare il lettore, generalista. La letteratura che rischia, rischia prima di tutto la marginalizzazione, la nicchia, come si dice in termine dispregiativo in ambienti editoriali. Nel mio caso certo più che a pubblicare questo libro, che poi è stata una conseguenza, il rischio è stato quello scriverlo nel modo in cui l’ho scritto, senza fare sconti a nessuno, a cominciare dall’io narrante e protagonista che coincide con l’autore. Pensa che una delle mie figlie ha saputo certe cose di me leggendolo. Certo è il mio punto di vista, naturalmente, e come la mia memoria l’ha conservato, sempre considerando che la memoria inventa, a volte mente.

Nel libro emerge anche l’ossessione per la letteratura, un terrore nevrotico per il “fallimento letterario”. Sei uno degli scrittori più stimati d’Italia, eppure hai questa percezione di te come di scrittore trascurato, non perfettamente riuscito. Sei consapevole che si tratta di una nevrosi, e non di un dato di realtà?

Faulkner, Beckett, potrei fare mille citazioni… scrivere è qualcosa a volte di disperato, lo sai benissimo. Si alternano momenti d’euforia ad altri di completo disincanto, quando inizi a scrivere un libro è come una lotta contro i fantasmi. A volte penso di aver sbagliato tutto, lo credo veramente, trascorro giornate di assoluta depressione, ho passato tanto tempo della mia vita dentro una stanza a scrivere in maniera ostinata, forse inutilmente, ma questo credo che lo pensano tutti quelli che scrivono in maniera onesta. Ne valeva davvero la pena? Non era meglio fare altro? Sul fatto che sono uno degli scrittori italiani più stimati, avrei dei seri dubbi, ma lo dico sinceramente, io non mi percepisco così, però il fatto che uno scrittore che stimo come te lo dica mi fa enormemente piacere. Sicuramente la mia condotta è stata nel tempo molto rigorosa, di questo vado abbastanza fiero, ho cercato sempre di essere coerente con il mio mondo interiore, anche con quello sociale da dove provengo, e mi sono tenuto sempre a debita distanza dai luoghi mondani. Ma il fallimento non è carrieristico, non è perché a 60 anni non sono mai finito in una cinquina di un premio importante, non ho uno solo dei miei libri in edizione economica, non sono tradotto, se non in catalano, non è questo, quando penso al fallimento è proprio l’idea che avrei potuto scrivere meglio i miei libri, lavorarli di più, farli diventare più potenti, meglio costruiti, magari se avessi potuto fare solo lo scrittore. Mi consolo quindi pensando al fatto che per sbarcare il lunario ho dovuto sempre fare anche altre cose, non ho mai avuto tutto lo spazio degli scrittori che scrivono a tempo pieno, la mia condizione umana, sociale, non mi ha mai permesso questo perché per sopravvivere e far crescere le mie figlie, farle studiare, soprattutto quando sono rimasto vedovo, mi sono dovuto occupare soprattutto d’altro, e scrivevo nei ritagli di tempo, di notte quando ancora riuscivo, all’alba, la domenica. Da una parte mi consola, dall’altra mi fa una certa rabbia. Ma a volte penso che sia solo un alibi.

Ne “La metà del cielo” racconti anche la storia d’amore con la donna che fu tua moglie. E ricordi un viaggio in Norvegia, e l’incontro con Luigi Di Ruscio. Mi ha sempre colpito questa tua proiezione paterna di Di Ruscio. Chi era per te Di Ruscio, a livello inconscio? Che fosse anche un grande scrittore ormai lo sappiamo. Ma dentro di te, ecco, come agiva la sia figura, la sua presenza?

Sì, fu un momento memorabile quel viaggio, e abbastanza incredibile l’incontro con Luigi Di Ruscio a Oslo in quell’estate del 1987. Luigi era emigrato insieme a mio zio Cesare, il marito della sorella di mia madre, che gli aveva lasciato il suo posto nella fabbrica di chiodi, la Spigerverk, quindi diciamo che la sua storia così è entrata anche nella mia. In una città come Fermo, così aristocratica, così classista, il fatto che un operaio fosse stato in grado di diventare un poeta riconosciuto, un poeta di una certa grandezza, amato persino da un Premio Nobel come Quasimodo, mi ha dato sempre forza, anche perché anch’io vengo dal basso e ho fatto studi irregolari, quindi sono stato sempre visto con una certa diffidenza.

Luigi Di Ruscio

Ma con Luigi era abbastanza difficile entrare veramente in intimità, anche per la scontrosità e la ruvidezza, aveva fatto una vita difficile, era un uomo abbastanza isolato, viveva in una città dove quasi nessuno leggeva quello che scriveva, o aveva cognizione di chi fosse davvero, i suoi famigliari non hanno mai letto un suo solo verso e non parlano italiano. Mi è sempre piaciuta la sua intransigenza, la sua coerenza persino stoica, l’essere rimasto fedele al suo mondo e a se stesso fino alla fine. Ormai da qualche anno sto raccogliendo testimonianze e parte dell’epistolario, vorrei ricostruire la sua leggenda, soprattutto nella postura autoriale, la sua lotta contro il mondo culturale del suo tempo.

Salvatore Quasimodo

 

Semmai questa cosa che dici tu della “proiezione paterna” l’ho sentita invece fortemente con il fotografo Mario Dondero, il quale mi ha accolto come un figlio. Per anni ho avuto il privilegio di fare tanti reportage con lui in giro per l’Italia, soprattutto per il “Diario”, e anche un paio di libri, tra i quali “Il costo della vita”, che uscì da Einaudi con una cinquantina di suoi scatti.

C’era un rapporto affettuoso tra noi, ci siamo voluti molto bene, e abbiamo fatto dei viaggi indimenticabili, tra i quali uno sulle tracce di Beppe Fenoglio ad Alba e molti altri. Pensa, quando è morto mio padre, che aveva il suo stesso nome di battesimo, al funerale una mia amica ha detto una cosa bellissima: “Hai avuto due padri, e tutti e due si chiamavano Mario”.

Tu sei marchigiano. E le Marche sono in queste settimane piegate dall’epidemia del coronavirus. Come stai vivendo questo periodo? Hai paura?

No, non ho paura. Come scrivo nel libro, dopo la morte di mia moglie molte paure sono scomparse, come quella di volare. A volte quasi mi sorprendo, forse sto davvero invecchiando, o forse il viaggiare in paesi dove la gente muore moltissimo, anche per cose davvero futili, in Africa o in America Latina, mi fa vedere tutto in modo diverso. Ho accettato con mitezza la clausura, vivo tra i miei libri, leggo, scrivo qualche articolo, sto riscrivendo i miei reportage dalla Foresta Amazzonica, il libro dovrebbe uscire con le foto di Giovanni Marrozzini il prossimo anno. Certo la cosa più angosciante di questo virus subdolo è che si muore soli, intubati in terapia intensiva, senza il conforto, senza un’ultima carezza, questo è terribile. E poi che molte famiglie sono allo stremo, piccoli commercianti, artigiani, gente che non ha più neanche i soldi per mangiare. Ma come ci ricorda Quammen, l’autore di “Spillover”, “quando noi umani interferiamo con i diversi ecosistemi, quando abbattiamo gli alberi e deforestiamo, scaviamo pozzi e miniere, catturiamo animali, li uccidiamo o li catturiamo vivi per venderli in un mercato, disturbiamo questi ecosistemi e scateniamo nuovi virus”. Tutto questo è anche il risultato del fatto che l’economia predatoria del capitalismo ha violentato la natura, il consumismo produce inquinamento, forse sarà il caso di ripensare i nostri stili di vita? Ripensare la società? Io credo di sì, e in questi giorni mi sono interrogato molto su questo.

Cosa stai capendo degli italiani e dell’Italia attraverso i suoi comportamenti in questo periodo di emergenza? Siamo davvero un grande Paese, come ci diciamo un po’ tutti, magari per darci coraggio?

Intanto si conferma che la sanità italiana, nonostante i tagli trasversali degli ultimi dieci anni, è una delle migliori del mondo. Questa mi pare già una buona notizia, così come il fatto che non c’è stata nessuna esitazione a proteggere e curare tutti, cercare di salvare tutti, anche forse per quella cultura cristiana che resiste per coazione a ripetere nella società e in ognuno di noi, e voglio sperare anche quella solidaristica della sinistra, dei sindacati, nati come Società di mutuo soccorso. Su questo credo ci sia un comune sentire. Non so se siamo un grande paese, abbiamo tanti problemi, ma con tutti i limiti, io che non sono un nazionalista e per niente patriottico, però ho sentito con orgoglio un paese dove resiste più forte che altrove il vincolo comunitario. Invece le sceneggiate della classe politica, le stupidaggini dette da Zaia, le speculazioni ciniche di Salvini, la mascherina appesa all’orecchio di Boccia, le battute da bar della Meloni, l’inadeguatezza di Fontana, Bertolaso che arriva nelle Marche indossando una mascherina inadatta e infetta mezza giunta regionale, ecco in queste figure mi pare di rivedere i personaggi della Commedia dell’arte: Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Pantalone. Quello dei politici, soprattutto della Lega, non è un bello spettacolo.

 

Andrea Di Consoli