Angela Merkel
e l’Europa
fu vera gloria?

Chi è, chi è stata Angela Merkel? La cinica affamatrice del popolo greco o l’ispiratrice della clamorosa svolta europea in favore della comunitarizzazione del debito per rispondere alla pandemia? La garante politica della disciplina di bilancio come la intendevano i falchi della Bundesbank o l’angelo custode che coprì con le sue ali Mario Draghi quando da presidente della BCE s’inventò il quantitative easing? La statista generosa e lungimirante che dette una lezione alle classi dirigenti d’Europa accogliendo un milione di profughi dalla Siria e dicendo alla sua gente, più che scettica e reticente, “siamo forti, ce la faremo”, o la tessitrice del sordido accordo con il despota turco perché i siriani che avrebbero voluto continuare ad arrivare sulla rotta balcanica se li tenesse in casa a suon di miliardi dei contribuenti europei? La bonaria e rassicurante sora Cecioni in versione teutonica che i media chiamavano per nome, con nomignoli confidenziali come Angie e tanti, orfani di altri affetti politici, addirittura Mutti (mammina) o la politicante abile e senza scrupoli che iniziò la sua resistibile ascesa al vertice della CDU mettendo alla gogna sul giornale più serioso della Repubblica il mentore cui doveva tutto, Helmut Kohl (il quale non si sarebbe mai più riavuto dal tradimento di quella che chiamava la sua “ragazzina”), e la continuò sbarazzandosi uno a uno dei concorrenti con metodi spicci e non sempre commendevoli?

Contraddizioni

Ai posteri l’ardua sentenza, come disse Manzoni d’un Grande che era stato grande davvero. Ora che esce di scena, senza l’afflato tragico d’un Napoleone Bonaparte ma lasciando nondimeno una certa sottile ansia sul futuro della patria in un’opinione pubblica duramente segnata dalla sciagura della Malattia e dalle incertezze sempre crescenti del disordine nello stato del mondo, sulla cancelliera che per sedici anni ha riempito le cronache della Germania, dell’Europa e anche del resto del mondo si scatena la ridda dei commenti e dei giudizi epocali.

È abbastanza ovvio che poiché il personaggio era immerso nelle contraddizioni anche il racconto che se ne fa lo sia. Forse allora va cercato un filo rosso che guidi l’analisi e uno può essere, certamente, il rapporto tra la Repubblica federale e l’Europa, intesa sia come il resto d’Europa, gli altri paesi, sia come le istituzioni dell’Europa, l’Unione. La Germania di Angela Merkel come ha interpretato questo rapporto, come lo ha fatto vivere? Il giudizio è controverso, ovviamente, ma certi elementi appaiono evidenti e quelli negativi – va detto – paiono prevalere.

Per almeno dieci anni, dal 2005 in poi, l’opinione pubblica europea è stata portata a identificare nella cancelliera Merkel l’incarnazione del principio dell’austerità di bilancio a tutti i costi, dietro alla quale si nascondeva non soltanto un’ideologia, quella ultraliberista e monetarista, ma anche un corpo di solidi e per niente ideologici interessi economici dell’industria e soprattutto della finanza tedesche. A parte le esasperazioni polemiche, c’era molto di fondato in queste critiche. I danni dell’austerity sono evidenti a posteriori, ma lo erano già abbastanza presto per chi li voleva vedere, in termini di problemi sociali determinati dai tagli e dalla mancanza di investimenti, nonché in termini di immagine e di consenso all’idea d’Europa e della sua integrazione nell’opinione pubblica continentale. Anche, in parte, quella tedesca.

La gabbia dell’austerity

Ma la gabbia allo sviluppo rappresentata dall’austerity, che venne costruita con il consenso della grande maggioranza dei ceti dirigenti degli altri paesi dell’Unione, pure – purtroppo – quelli che si ritenevano di sinistra, e fu fatta propria, con qualche debole esitazione dalle istituzioni di Bruxelles, determinò, secondo il parere ormai prevalente tra gli osservatori, danni seri anche all’economia tedesca.

La crescita della Repubblica federale negli anni del merkelismo è stata tutto sommato abbastanza debole rispetto alle potenzialità e, soprattutto, è rimasta prigioniera di due gravi problemi strutturali: il peso eccessivo delle esportazioni (che induce a sua volta a un certo “imperialismo” finanziario) e la debolezza della domanda interna, determinato da un basso livello dei salari.

Si può dire che l’altra faccia dell’austerity è stata l’abdicazione della Germania al suo ruolo naturale di paese industrializzato al centro dell’Europa, quello di traino dell’economia europea. Altro che locomotiva…La missione dell’egemonia economica nell’interesse di tutti è diventata alla fine un mero esercizio di prepotenza.

Si può discutere se Frau Merkel fosse la consapevole responsabile di questa distorsione o non si facesse piuttosto trainare dagli interessi industriali e finanziari e, soprattutto, dall’impostazione molto ideologica della Bundesbank, con la sua propensione a considerare se stessa e anche la BCE come cani da guardia dell’inflazione (peraltro in tempi in cui il pericolo di inflazione non esisteva proprio, anzi). Ed è vero che da un certo momento in poi il peso della Bundesbank e dei politici più “rigoristi” come il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble cominciò ad essere contenuto dalla cancelleria, fino alla svolta segnata nel 2015 con la non scontata e a suo modo coraggiosa copertura offerta a Mario Draghi e al suo azzardo con il QE.

La svolta, però, non venne portata alle sue naturali conseguenze. Non solo sul piano della politica finanziaria e di bilancio, ma neppure su quello politico-istituzionale a livello dell’Unione europea. Il superamento dell’austerity, per quanto assai parziale e comunque oscurato dal mantenimento delle tagliole sui bilanci, avrebbe dovuto portare con sé un impulso alla ripresa del processo di integrazione, ma è qui che l’iniziativa di Angela Merkel è stata fallimentare: prima esitante e contraddittoria e poi decisamente negativa. Le vicissitudini dell’asse franco-tedesco con il susseguirsi di vertici abbastanza inutili, di proposte vaghe e quasi sempre dimenticate dopo poco tempo ma – a Parigi ci fossero Chirac, Sarkozy, Hollande o Macron – la comune, inscalfibile difesa del principio del voto all’unanimità nel Consiglio europeo, sono state abbastanza penose fino alla svolta, questa sì vera, imposta dalla tragedia della pandemia.

Nel documento comune presentato a maggio del 2020 Emmanuel Macron e Angela Merkel posero le premesse del Recovery Fund che la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, creatura politica della cancelliera, avrebbe concretizzato con la straordinaria novità del finanziamento mediante l’emissione di bond europei. Sembravano passati anni luce da quando le parole “debito” ed “europeo” messe una accanto all’altra suonavano come una bestemmia anche alle orecchie di Frau Merkel…

Basta questo tardivo ravvedimento, originato dall’ immane tragedia che forse le ha aperto gli occhi, per salvare l’onore “europeo” di Angela Merkel? Difficile dirlo. In ogni caso le va riconosciuto che, nonostante un certo appannamento della sua forza d’iniziativa nei momenti più duri della lotta al Covid e i pasticci combinati nella scelta per la propria successione, la fu “ragazzina” è benvoluta da una forte percentuale di tedeschi che, se lei non avesse deciso di farsi da parte probabilmente l’avrebbero rieletta. Il che vuol dire certamente qualcosa.