Anche le catastrofi climatiche creano disuguaglianza

“Madamina, il catalogo è questo” canta Leporello a Donna Elvira nel Don Giovanni di Mozart. Lo fa per dire a Donna Elvira, sedotta e abbandonata dal suo padrone, di non illudersi sulla possibilità di un amore duraturo. E per farlo le dice, appunto: “il catalogo è questo/delle belle che amò il padron mio;/un catalogo egli è che ho fatt’io/”. Quelle belle sono tante e Leporino ne ha registrate ben 2065 tra Italia, Almagna, Francia, Turchia e, soprattutto, Spagna dove sono mille e tre. Di ogni censo e fattezze e età “purchè porti la gonnella”.

Un catalogo di ben altra allegria, i cui contenuti pure non guardano in faccia a nessuno è quello reso noto dalla Organizzazione meteorologica mondiale (WMO- Omm), organismo delle Nazioni Unite. Ed è il catalogo degli eventi estremi registrati sulla Terra negli ultimi 50 anni.

Come è noto, da quando si è diffusa con crescente consapevolezza, la preoccupazione del mutamento climatico in atto, si passano in rassegna non solo le conseguenze dell’aumento delle temperature dallo scioglimento dei ghiacciai all’incremento in altezza della superficie di mari ed oceani alla progressiva sommersione delle piccole isole e delle aree costiere in genere. Non solo queste conseguenze, ma anche, e con preoccupazione immediatamente ancora più sentita, la sempre più costanze ricorrenza di eventi definiti estremi: cicloni, uragani, bombe d’acqua, alluvioni, frane incendi…

Dal 1970 il numero di questi eventi si è quintuplicato arrivando a circa 11mila eventi e la crescita è inarrestabile provocando, mediamente, 40 morti al giorno.
La causa la conosciamo, ma il segretario dell’Omm Petteri Taalas ce la conferma in modo ancora più esplicito: “Il numero di condizioni meteorologiche, climatiche e idriche estreme è in aumento e diventerà più frequente e grave in molte parti del mondo a causa del cambiamento climatico”. Poiché anche la causa del mutamento climatico è ormai sempre più universalmente riconosciuta nelle azioni umane il risultato è molto semplice. E non è vero, come invece dicevo prima, che questi risultati sono il frutto di sconvolgimenti che non guardano in faccia a nessuno. Perché anche in questo caso vi sono differenze tra “ricchi e poveri” dal momento che oltre il 90% dei morti appartiene a Paesi in via di sviluppo. E il catalogo è questo: in 50 anni 2 milioni di morti di cui 650.000 dovuti a siccità, 577.232 a tempeste e uragani, 58.700 ad alluvioni, 55.736 a temperature estreme calde o fredde.

Naturalmente accanto alla dolorosa conta dei morti vi è anche quella delle grosse perdite economiche valutate in oltre 380 milioni di dollari al giorno.
Gli uragani sono i disastri più costosi con una concentrazione massima nel 2017 con perdite complessive di oltre 220 miliardi di dollari: Harvey (97 miliardi), Maria (69), Irma (58).

Che cosa c’entra l’azione umana in tutto questo? Entra molto perché consiste in quell’insieme di comportamenti che, amplificando le dinamiche degli eventi naturali, trasforma le catastrofi naturali in calamità. Certo, vi sono anche fenomeni di “oscillazioni” oceaniche e atmosferiche come El Niño che, con andamento periodico, intervengono ad amplificare la intensità degli eventi estremi. Ma è proprio per questo che le azioni umane dovrebbero essere sempre meno alteranti quelle naturali.

In assenza ci sarebbe da aspettarsi, nota ancora Petteri Taalas “più ondate di calore, siccità e incendi boschivi come quelli che abbiamo osservato di recente in Europa e Nord America. Abbiamo anche più vapore acqueo nell’atmosfera, che sta esacerbando precipitazioni estreme e inondazioni mortali. Il riscaldamento degli oceani ha influenzato la frequenza e l’area di esistenza delle tempeste tropicali più intense”.

L’unica nota “positiva” è che rispetto al decennio 1970-1980 quando morivano mediamente 170 persone al giorno siamo arrivati a 40. Quindi vengono salvate più vite, “ma –come sottolinea Mami Mizutori, capo dell’UNDRR (Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri)- è anche vero che il numero di persone esposte al rischio di catastrofi è in aumento a causa della crescita della popolazione nelle aree a rischio e della crescente intensità e frequenza degli eventi meteorologici”.

È questa la causa dei migranti ambientali. Cioè di un numero enorme di persone sfollate ogni anno a causa di inondazioni, tempeste e siccità. Quindi se è soprattutto nei Paesi poveri e in quelli in via di sviluppo che si verificano i danni maggiori in termini di perdita di vite umane e di risorse economiche, è doverosa e necessaria una efficace cooperazione internazionale per affrontare il problema.
Tenendo conto, afferma ancora Mami Mizutori, “anche della sovrapposizione della pandemia di COVID-19 con molti altri pericoli naturali e causati dall’uomo”.