Il caso Svezia: meno
diritti sociali producono
più xenofobia

Seguendo la campagna elettorale svedese colpisce, tra i molti validi, uno studio della grande confederazione sindacale LO intitolato Högerpopulismen och jämlikheten (Populismo di destra ed eguaglianza). L’alleanza paritaria fra sindacato e sinistra socialdemocratica è stata per oltre un secolo pietra angolare della grande trasformazione svedese da paese fortemente conservatore (se non reazionario), povero e fortemente conflittuale ad avanguardia di democrazia e socialismo.

Siccome nulla è irreversibile né dipende da fissità antropologiche, la LO oggi deve affrontare la realtà di una fortissima deriva a destra dei propri iscritti: operai e ceto medio. La destra sono gli Sverigedemokraterna, xenofobi con origini anche neofasciste, venature omofobe e maschiliste: un partito che prevale ormai nettamente su quelli liberalconservatori e che nei sondaggi potrebbe diventare primo alle prossime elezioni del 9 settembre.

Cosa accade? Intanto il contesto: si verifica un chiaro aumento della diseguaglianza nei paesi nordici, il che si correla (come dovrebbe essere noto) ad una ridotta mobilità sociale. Quest’ultima dipende dalla vicinanza fra redditi medio-bassi ed elevati, e quando essa si arresta la legittimazione di chi è in alto (compresa la rappresentatività della politica, specie socialista) si riduce agli occhi di chi arretra. Una sinistra che non combatte esplicitamente questo, come non avviene da venti anni (a volte persino credendo che maggiore disuguaglianza serva al dinamismo economico-sociale) non comprende la propria funzione storica, e non capisce che così mette a repentaglio non solo i diritti sociali ma anche i diritti civili e delle minoranze.

Nilsson e Nyström, gli autori dello studio, sono consci che la LO ha il fine di fare ricerca vera, per correggere il proprio corso e soprattutto quello della socialdemocrazia che con il governo Löfven (dal 2014) ha, per volere osservare avanzi di bilancio anche con finanze sane, solo di poco corretto le politiche dei precedenti governi “borghesi” (1991-93 e 2006-2014). Un esempio: Nilsson e Nyström rilevano che la diffidenza verso gli immigrati non è affatto aumentata negli ultimi lustri, ad aumentare è la decisione di un maggiore numero di elettori a trarne conclusioni elettorali. Al principio degli anni 1990 il 55–65 % degli svedesi era negativo verso l’immigrazione, contro il 40–45 % attuale. Solo al culmine della crisi dei rifugiati (2015) si ritornò ai risultati maggioritari degli anni 1990, per poi tornare a livelli più modesti.

Occorre quindi riflettere su come declini la cultura politica: la socialdemocrazia, se arretra la sua riforma del capitalismo verso una maggiore eguaglianza, deperisce innanzitutto come soggetto e produttore di cultura politica, determinante nel limitare l’effetto di diffidenza e xenofobia che da lustri (l’immigrazione in Svezia era elevatissima anche 30 anni fa) riguardavano le inclinazioni (ma non le decisioni politiche) addirittura di una maggioranza della popolazione. Se i temi e le aspettative realistiche verso la riforma sociale arretrano nel dibattito, guadagnano terreno temi di tipo identitario. Infine, se la riforma del capitalismo perde credibilità quale metodo di promozione di tutti (minoranze e soggetti di nuovi diritti assieme alla massa dei lavoratori “autoctoni”) le problematiche sempre esistite in ogni società ad alta immigrazione per molti divengono principale criterio di protezione, e quindi di scelta politica. Il risultato, peraltro, è che alla fine anche la socialdemocrazia al potere ha dovuto inseguire la dinamica, e rinnegato la tradizionale apertura verso i rifugiati: dal 2015 la sua politica è molto più incentrata su “legge e ordine”.

Del resto, un tempo la politica di immigrazione e accoglienza molto generosa era però parte di un’identità nazionale ben evidente, in cui si fondevano modello sociale e interesse nazionale: verso l’estero la Svezia si era resa non assimilabile al capitalismo né al totalitarismo sovietico, e in quanto tale cooperava con paesi in via di sviluppo senza richiedere una contropartita in termini di dominio. Accogliere profughi e lavoro dai paesi più poveri era quindi parte di tutta questa identità, che però come è evidente sul piano interno escludeva molto più di oggi ogni concorrenza sui salari. Che tale concorrenza sia una percezione o meno conta poco rispetto al fatto che il modello socialdemocratico significava innanzitutto costringere la controparte a competere con salari sempre più elevati e tendenza verso la piena occupazione. Il fatto incontestabile è che queste politiche tendenziali non esistono più, e la sensazione di declino o minaccia avvertita da vasti strati sociali diviene così inevitabile. Le conseguenze si fanno sentire in termini, come abbiamo detto, non di maggiore diffidenza verso l’immigrazione, ma di maggiore tendenza a trarne conseguenze radicali e votare per la destra.

Interessante che la crisi di consenso riguardi anche di più i liberalconservatori del partito Moderaterna (nei sondaggi terzi al 15%) e le loro classi professionali o del commercio in declino. Il precipizio del centro destra classico in tutto l’Occidente pare confermare che le forze liberal-conservatrici riescono a comporre riforma economica neoliberale e civiltà democratica solo se (e fino al punto che) il contesto di eguaglianza rimane fortemente condizionato dalla riforma socialista. Oltre quel punto, anche le loro classi di riferimento perdono sicurezze, e rifiutano le inibizioni nel cercare riferimenti in culture politiche più “selvagge”.

Lo stesso vale per tutta Europa. E non ci si può meravigliare valga anche per noi.
Da noi anzi il processo di arretramento sociale è cominciato da un livello iniziale più basso: la “prima repubblica” aveva operato una fortissima ma ancora incompleta riforma sociale, soprattutto riguardo disoccupazione e mercato del lavoro. Forse, per la verità, alcune sue culture politiche avevano poco chiara questa incompletezza, nonché il nesso fra riforma del capitalismo, welfare, mobilità sociale ed innovazione.

Difficile, altrimenti, spiegarsi la scomparsa totale della “subcultura rossa” in così poco tempo, a favore di Renzi e poi della Lega. Ciò si connette ad una ancora maggiore difficoltà: l’ossessiva volatilità di sigle ed espedienti elettorali delle nostre formazioni di sinistra, la loro rapidissima dissoluzione dai quartieri e dalle periferie per divenire sigle istituzionali. Se partiti con oltre cento anni di vita ed egemonia decadono quando non assolvono alla propria funzione storica, cosa possono fare delle sigle caduche e ideologicamente improvvisate?