Anatomia poetica del cervello in fuga: il grande vuoto che avvelena il ritorno

Ci sono canovacci di storie che vengono continuamente riproposti dai media: cambiano i nomi, i volti, i luoghi, ma le trame sono sempre le stesse. In questo ripetersi dei medesimi schemi narrativi è possibile riconoscere una certa visione del mondo, che si imprime nelle menti del pubblico. Tra i tanti canovacci che possiamo trovare nel flusso di informazioni di oggi, c’è quello dell’espatriato: in questa immagine, il punto di partenza viene sempre descritto come il luogo dei limiti, delle costrizioni, dell’inaridimento di ogni possibilità esistenziale, mentre, al contrario, il luogo di arrivo è sempre aperto, ricco di opportunità. L’Italia è vittima di questa narrazione, purtroppo non sempre a torto, poiché viene dipinta come un paese in decadenza, che non riesce a mettere a frutto le potenzialità dei propri giovani e che è, per tale motivo, costretta a lasciarsi svenare dall’inesorabile processo di emigrazione. Il movimento dall’Italia verso l’estero non è solo spaziale, ma anche emotivo: si passa dalla frustrazione, la depressione, la tristezza, se non proprio la rabbia, alla soddisfazione, il successo, la felicità. Tuttavia, in questo particolare tipo di racconto, si cela una visione neoliberale dell’esistenza, che non è meno tossica di certi problemi che attanagliano il nostro paese. Per approfondire la questione, vorrei partire dai versi di Pierluigi Lanfranchi, tratti dalla sua raccolta Il tempo che trova:

 

Ritorno

 Il tempo è venuto. Ritorni

nel posto da dove una volta
partisti. Non c’è più nessuno
che accenni un saluto, nessuno
che ti riconosca, nemmeno
il lago oleoso sul quale
galleggia il tuo volto che l’onda
confonde e deforma. Ti siedi
al bar a guardare gli svassi,
le vele, il battello che salpa
e quello che torna da un’altra
per te irraggiungibile sponda.
Uno di qui ti chiede d’accendere,
ti prende per uno straniero,
lo chiede in inglese. Ma dirgli
che c’è un malinteso non vale
la pena. Una pena più grande
ti pesa. Riaccosta il battello,
risalpa e nel nulla scompare.

 

Nel mito dell’espatriato di successo è presente una visione dell’esistenza in cui l’intera vita viene appiattita sul futuro. Quel che conta è aumentare i propri margini di azione, indipendentemente dai legami che possono essere stati intessuti nel passato. È come se nella vita di un individuo contasse soltanto l’età adulta o, meglio, l’età produttiva, in cui le proprie competenze possono essere sfruttate per elevare la propria condizione. Per quanto non ci sia nulla di male in tutto ciò, nel mito dell’espatriato viene meno l’infanzia, quel periodo improduttivo che, però, permette lo sviluppo di una dimensione emotiva avulsa da ogni idea di performance. Nell’infanzia a essere importante non è il proprio ruolo sociale, bensì la condizione di radicamento, un affetto che si genera dalla presenza, dal ripetersi di gesti quotidiani che servono a cementificare le amicizie e i legami parentali.

Il mito di Ulisse

Nel mito di Ulisse, il ritorno a Itaca è possibile perché c’è ancora qualcuno capace di riconoscerlo: nonostante siano passati molti anni, il nuovo Ulisse non ha rotto i legami col suo vecchio mondo. La sua identità resta radicata nel suo passato: possono essere sorti nuovi rami, ma la base resta la stessa. L’Io poetico rappresentato da Lanfranchi, invece, ha spezzato ogni legame: egli è irriconoscibile. È interessante notare come non sia l’io narrante a smaterializzarsi, ma tutto ciò che gli sta intorno: è circondato da “nessuno”. L’io poetico c’è, è presente, ma non sembra avere valore per ciò che lo circonda: la sua unica interazione avviene in inglese, che qui ha la funzione di lingua franca, e sembra perdere ogni sua tridimensionalità, per diventare un essere qualunque utile solo per chiedere un accendino.

Nella scena finale, colui che è tornato vede gli altri partire e sembra avere l’occasione di guardare in terza persona la sua stessa esistenza. Il battello che «nel nulla scompare» è l’immagine dell’espatriato dal punto di vista del luogo di partenza: colui che parte rischia sempre di diventare un “nulla” per chi resta. Il mito dell’espatriato, nel mondo contemporaneo, è una narrazione individualista, dove a contare è solo il successo del singolo. Il mito di Ulisse, al contrario, è il racconto di un individuo che lotta per la conoscenza, ma che conserva una propria dimensione comunitaria: la vittoria conseguita altrove diventa una vittoria anche per il proprio luogo di origine. E non si tratta di alimentare un ricatto emotivo ai danni di chi, giustamente, abbia cercato altrove ciò che non è riuscito a trovare in patria: si tratta di ripristinare l’importanza dell’atto del “riparare”, contro quello del “gettare”: il viaggio deve essere un modo per poter combattere i limiti della propria infanzia, non un modo per dimenticarli o, peggio, ignorarli.

 

Pierluigi Lanfranchi, Il tempo che trova, Sannicola, I Quaderni del Bardo, 2021.