Ammortizzatori sociali: una riforma per più diritti e più resilienza

Viene da dire innanzitutto che la centralità del tema Lavoro avrebbe dovuto essere colta con ben maggiore attenzione anche e innanzitutto nella traduzione del “Recovery Plan“ europeo nel Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) italiano, e comunque dovrebbe ora essere recuperata nei concreti progetti da costruire e realizzare per la sua efficace attuazione. A, maggior ragione, quella che è stata chiamata nei tanti anni che la attendono Riforma degli ammortizzatori sociali  doveva e deve ancora essere vista ora come una delle riforme indispensabili connesse al PNNR, al pari di quelle già codificate, e pure in alcuni casi francamente ben più eccentriche, (come la riforma della giustizia ). Se è risultato davvero poco comprensibile voler determinare la fine della normativa d’emergenza senza aver compiutamente delineato e discusso quelli che debbono essere i punti di fondo di tale Riforma, certo ora, in riferimento alle proposta che di nuovo si annuncia e si attende per le prossime settimane sarà necessario discutere non solo delle tante tecnicalità da introdurre, ma innanzitutto delle questioni nuove e strategiche affinché non si tratti solo di un aggiustamento dell’esistente; ma, come appare necessario, di una nuova legislazione per il tempo nuovo.

Ha molto pesato sul confronto su “blocco e sblocco” protrattosi in questi mesi, una considerazione del tema solo in chiave di una uscita dall’emergenza, dunque solo da graduare, per tornare invece più o meno velocemente o lentamente alla precedente normalità mentre occorre vedere le realtà che sono emerse e i ben più lunghi e profondi sommovimenti che si annunciano.

Sarebbe necessario quindi, innanzitutto, che il tema “ Lavoro “ non resti confinato in un capitolo separato del PNRR (come invece è declinato nel capitolo della “ inclusione sociale “ ) ma venisse posto esplicitamente come un “ Asse Strategico “ di un più generale Piano Programma di Rilancio, che, a partire dal PNRR ma anche oltre, deve essere perseguito come un nuovo Piano di Piena Buona e Sicura Occupazione; come del resto doveva e dovrebbe essere secondo la originale visione delle Politiche europee indicata dal grande Jacques Delors come anche Politiche di “Coesione Sociale.

Lavoro e grandi obiettivi di sviluppo

Allora la stessa nozione di Politiche Attive del Lavoro dovrebbe essere assunta e svolta in una dimensione ben più ampia di quella dell’auspicio o indicazione, comunque ancora vaghi , di strutture e strumenti di promozione pur certo importanti (Rinnovamento e sviluppo di Centri per l’impiego, valore della formazione, priorità per giovani e donne etc.etc. ). Dovrebbe connettersi strettamente ai grandi obiettivi del nuovo sviluppo, la Transizione Digitale ed Energetico- Ambientale, la Innovazione e Riconversione di grandi Settori e filiere Industriali, ( impianti energetici, siderurgia, auto, telecomunicazioni etc. ), la qualificazione e l’efficientamento dei Grandi Servizi dell’Amministrazione Pubblica; e cosi contribuire a delineare davvero i processi di Politica Industriale, e di riorganizzazione negli apparati pubblici che nel PNRR non sono in effetti ancora concretamente delineati e che dovrebbero quindi essere definiti nei percorsi della sua attuazione, che non può certo intendersi e svolgersi solo come una gran batteria di “ Bandi “ per centinaia di singoli e frammentati progetti e interventi.

Quanto alla Riforma, poi, a nostro parere la situazione drammaticamente nuova dovrebbe suggerire un paradigma radicalmente nuovo, cominciando dal cambiare pure la visione e forse persino la dizione, riduttiva, di “ Ammortizzatori Sociali “, che mantiene l’idea – d’altro tempo – di interventi di previdenza e assistenza ex post per accompagnare e “attutire“ colpi circoscritti di riduzione del lavoro o di lavoro perduto e mancante. Saremo invece nel pieno di una strutturale crisi “sindemica” nella quale cioè l’emergenza sanitaria ha indotto e ormai proiettato ad un futuro non si sa quanto lungo quella che già si stava svelando come “crisi “ complessiva, economica e sociale, di offerta e domanda, di produzione e consumi (non ingannino le grida assai sopra le righe sulla ripresa americana di cui invece attenti osservatori sono assai più dubbiosi; o quelle sui “rimbalzi” italiani ed europei che pur nelle visioni più ottimistiche promettono di restituirci in Pil la metà di ciò che abbiamo perso, e in lavoro e reddito dunque un difficilissimo attraversamento del meno al quale siamo regrediti; a tacere delle straordinarie dimensioni del debito globale a cui si è ricorsi e di cui non sono prevedibili le dinamiche prossime e future).

Classmates working in the computer room at the university

E’ in questo quadro e non in una prossima facile “Rinascita” che conviveranno per lungo tempo crisi e rilancio, e si svolgeranno a tutte le scale, mondiale ed europea, le scelte e i processi di Grandi Riconversioni e Riorganizzazioni, (certo pure con ulteriori Rilocalizzazioni di cui le rapide scelte di alcune multinazionali sono già segno). Processi spinti ancor più, dagli ineludibili salti organizzativi resi possibili dalle radicali innovazioni tecnologiche in Info–Digitalizzazione ( i Big Data ), automazione e intelligenza artificiale, che caleranno e in modo ancor più accelerato, per rincorrere competitività e spazi di mercati più ristretti, nella manifattura come nei servizi, nella distribuzione commerciale e nella logistica.

Il banco di prova del Next Generation

E’ questo, in tutta chiarezza lo scenario nel quale vuole inserirsi la stessa visione europea di Next Generation, che per questo sarà dunque non un albero di cuccagna ma un grande e ben difficile banco di prova anche e soprattutto per l’Italia, con le sue storiche arretratezze e fragilità. Nella divisione internazionale di lavoro il ruolo per l’Italia non può che essere ancora e di nuovo innanzitutto quello di una manifattura specializzata, nell’ambito di reti internazionali più lunghe ed è per questo che Draghi, a suo modo lucidamente, mette l’accento sulle necessità di salti di produttività. Ma proprio questo salto sarà allora un processo di medio lungo periodo con esiti non scontati e che può esser portato avanti scaricandolo sul lavoro, o con una nuova organizzazione produttiva.

Cruciale sarà dunque nella e per la manifattura italiana il segno e dunque il governo dei processi di ristrutturazione, che richiederanno quindi un mix inedito anche di interventi pubblici: che dovrebbe necessariamente connettere il lato dell’impresa con il lato del lavoro, dunque incentivi e sostegni finanziari per investimenti anche a nuova organizzazione produttiva e del lavoro.

D’altra parte le misure di lockdown delle attività e della socialità hanno mostrato tutta la fragilità ed incertezza dell’attività economica e del lavoro, soprattutto nelle micro e piccole imprese dei settori cresciuti tanto tumultuosamente quanto spesso precariamente ( turismo, commercio, logistica ,intrattenimento, servizi alla persona ) e divenuti volano di un’occupazione altrettanto fragile precaria e sregolata; situazioni, che, con la fine delle misure d’emergenza, possono essere i principali ambiti, di un’onda certa lunga di riduzione e ulteriore precarizzazione del lavoro, quello più debole e innanzitutto femminile ( già mostrano di essere per 2/3 quelli ove si è determinata nei mesi 2020 la prima pesante perdita di posti di lavoro). Qui dunque occorre introdurre strumenti chiari e comuni di salvaguardia, consolidamento, regolarizzazione e protezione sociale dell’occupazione.

In tal quadro emerge infine una questione ineludibile che interroga direttamente organizzazioni sindacali e sinistra politica: nell’emergenza si è palesato drammaticamente quanto le condizioni di lavoro e di salvaguardia e tutela per il lavoro siano diversificate e frammentate, sino a poter determinare non solo divisioni ma contrapposizioni. Tra lavoro privato e lavoro pubblico. Lavoro “ assicurato “ e no. Lavoro garantito e precario, regolare e irregolare, dignitoso e povero. Un lavoro per il quale la rappresentanza sindacale e politica deve quindi ritrovare nelle sue proposte e azioni, perché siano efficaci convincenti e vincenti, ragioni comuni, ragioni percepibili da tutti come giuste e unificanti. Pena altri passi verso una corporativizzazione ed ogni possibile dispersione e involuzione pure politica, nei tanti populismi, del corpo stesso del lavoro.

Nel tempo che è e sarà ancora per non poco di incertezza nella sicurezza pubblica, e nel quale comunque occorre una reimpostazione e riorganizzazione delle attività con una nuova resilienza rispetto a tutte le problematiche e necessità emerse, si tratta quindi di promuovere una ri-progettazione non solo delle imprese, ma anche di un lavoro più pronto al cambiamento, più flessibile perché più sicuro e meno precario, perché più tutelato e formato.

Si ripropongono dunque, per un paradigma di rinnovamento legislativo, il principio e il fine costituzionali di realizzazione di una Cittadinanza e di una Sicurezza Sociale basata anche sul Diritto al lavoro, al reddito e a una condizione di vita dignitosa.

Una riforma universalista

Occorre dunque una riforma davvero universalista per unire il lavoro con Diritti Comuni. Così pure, se di una Riunificazione politica del lavoro e Diritti Comuni vogliamo seriamente parlare, non si può ignorare anche la necessità immediata o di immediata prospettiva di connettere la riforma degli ammortizzatori alla riforma altrettanto necessaria di altre normative contigue, componendo un nuovo quadro complessivo di legislazione per il lavoro e la protezione sociale. Qui di seguito dunque abbiamo ritenuto utile provare a ripercorrere un’Agenda di tale Riforma, integrandola con le soluzioni che ci sembrano indispensabili in termini concreti.

Va detto e notato che la Riforma deve essere necessariamente e comunque una ampia riforma del Jobs Act, poichè gli attuali “Ammortizzatori “ (Cassa Integrazione Ordinaria Cassa Integrazione Straordinaria, e Indennità di Disoccupazione), sono stati da ultimo disciplinati proprio nei relativi Decreti attuativi; e dunque la Riforma dovrebbe essere appunto, complessivamente, un Nuovo Jobs Act, veramente adeguato al New Deal che il tempo del PNRR dovrebbe realizzare.

E’ possibile ed auspicabile dunque uno slancio che guardi ad una nuova Normativa, per nuovi strumenti di salvaguardia e promozione del “ Lavoro Sicuro e Resiliente”. Una nuova legislazione per il lavoro, non di assistenza al non lavoro. Allora e in primis va davvero ripreso lo spirito trasfuso nella “Raccomandazione“ a ricorrere a soluzioni alternative a riduzioni di organico, con licenziamenti collettivi. Tali del resto sono già le Casse Integrazioni che restano tuttavia facoltative, a discrezione delle decisioni d’impresa. E ben abbiamo visto in tutti questi anni che si sono dovute affrontare centinaia e centinaia di dure vertenze e lotte nei quali i sindacati hanno dovuto conquistare caso per caso la trasformazione dei licenziamenti comminati, in Casse Integrazioni, spesso comunque a zero ore e in molti casi seguite da messa in mobilità, (con i lavoratori fuori dall’azienda e poi sostanzialmente soli a ricercare un precario nuovo destino). Ed a queste soluzioni approda quasi sempre la sempre più defatigante attività ai tanti “tavoli di crisi “ aperti presso i Ministeri e le stesse Regioni, con la paradossale condizione del Ministro e dei suoi funzionari costretti a poter solo raccomandare quando non implorare questa “scelta responsabile all’impresa”, nonostante sia del tutto pagata con i soldi pubblici. Invece se proprio l’emergenza ci ha mostrato che è fondato il principio di “preclusione dell’avvio di procedure di licenziamento collettivo ai datori di lavoro che non abbiano integralmente fruito dei trattamenti di integrazione salariale. Ora si può ben sostenere che la Riforma deve consolidare tale principio.

Dunque la Riforma potrebbe e dovrebbe innanzitutto formulare nuovi istituti, definibili ad esempio “ Contributi di integrazione salariale per la salvaguardia dell’occupazione “ che aggiornino gli attuali attempati istituti delle “Casse integrazioni” e si pongano esplicitamente come alternativi in prima istanza alle riduzioni di organico con licenziamenti collettivi. Da un lato un istituto (per il quale INPS eroghi direttamente attraverso le imprese semplificando ed eliminando i pericoli di ritardi ) di compensazione alla riduzione di salari e stipendi per temporanee riduzioni di orario definite con accordi sindacali derivanti da riduzioni parziali di attività per motivi oggettivi di mercato o di ristrutturazione e riorganizzazione. E, d’altro lato un istituto che sostenga, ove inevitabili e necessari, percorsi di riconversione professionale o di ricollocazione, e che dunque assicuri ancora per un tempo congruo sia il salario/stipendio sia l’impegno formativo.

Modello tedesco

Si tratta non di chimere ma di prendere a riferimento il modello del “Kurz Arbeit “ tedesco, il lavoro breve, cioè con orario ridotto, con salari e stipendi compensati dall’intervento pubblico, esplicitamente posto in alternativa alle riduzioni d’organico consolidato proprio durante il lockdown e adottato anche in Danimarca ed Inghilterra, cosi come il modello sempre tedesco di sospensione dal lavoro per riconversione professionale sul quale è stato pensato l’altro Fondo europeo Sure. che quindi l’Italia non dovrebbe utilizzare solo per sostenere le attuali casse integrazioni.

D’altra parte ci sembra che solo per questa via si può rendere prioritaria e generalizzare la soluzione dei Contratti di solidarietà, sostenuta giustamente da Cgil Cisl Uil, già presente nella nostra normativa italiana, e positivamente sperimentata, ma che lasciata solo all’esito di contrattazione sindacale, è rimasta, e resterebbe, se pure irrobustita con qualche incentivo in più, circoscritta ai casi delle migliori possibilità e di maggior forza. E per questa via potrà essere argomentata anche la riforma della legge 223/93, pur essa da tempo attesa, che disciplina ancora i licenziamenti collettivi, affermando ora che il datore di lavoro deve obbligatoriamente esperire l’uso di tali istituti alternativi o – si aggiunga pure – “dimostrarne l’inattuabilità”. Ma riprendendo allora pure la possibilità ( che il Jobs Act ha eliminato ) di determinare efficacemente una valutazione anche in sede giudiziale dei procedimenti di licenziamento collettivi con reintegra se risultanti illegittimi.

Naturalmente, poi questi nuovi istituti debbono divenire eguali e comuni per tutti i lavoratori sanando il vuoto assoluto, non affrontato dallo stesso Job Act nell’applicazione di CIGO e CIGS in tantissimi settori e il vuoto relativo in altri, per i quali si sono solo stabilizzati gli interventi differenti frammentati e comunque insufficienti dei “Fondi Bilaterali di solidarietà“. Vuoti, sui quali il Governo Conte ha dovuto intervenire tempestivamente nell’emergenza, ma riempiendoli con strumenti necessariamente temporanei come il ripristino della “ Cassa Integrazione in Deroga “ già “ inventata “ da Governo e Regioni nella grande crisi del 2009, e divenuta la Cassa Covid; e infine dovendo improvvisare interventi per le tante situazioni rimaste scoperte ( dai ristori ai lavoratori parasubordinati a partita IVA, a quelli stagionali o a tempo determinato, dello spettacolo, dello sport, al reddito d’emergenza ).

La Nuova Legge dovrà essere quindi compiutamente universalista estendendo a tutti i settori gli istituti per la salvaguardia dell’occupazione, e pure assorbendo sia pure progressivamente ma inevitabilmente anche i tanti “Fondi bilaterali” creati e cogestiti da Associazioni imprenditoriali e Organizzazioni sindacali, per erogare succedanei ridotti di cassa integrazione.

Diritto ad una vita dignitosa

Infine certo con la Riforma si dovrebbe far diventare istituto generale, sia pure articolato, l’attuale indennità di disoccupazione, (la Naspi anch’essa disciplinata dal Job Act,) convertendola in un’Indennità Universale, e quindi allargandola in forme congrue alle interruzioni del lavoro parasubordinato o al lavoro autonomo, entro certo ambiti di reddito, cosi come del lavoro a tempo determinato e agli inoccupati in cerca di lavoro, proprio per contrastare il fenomeno in questi mesi cresciuto dell’abbandono e dell’inabissamento. Appare opportuno quindi riconnettere ad essa lo stesso Reddito di cittadinanza e così accompagnare allo stesso modo a tutti i percettori di questa Indennità, compresi i percettori dell’ex RdC, opportunità e obblighi anche condizionali di formazione, ben più efficaci anche per il controllo di qualsivoglia altra attività ispettiva. Non si può invece far arretrare ora il Reddito di cittadinanza a sussidio di povertà, finendo per rinunciare all’intervento in tutto il variegato mondo del lavoro povero iper precario e semi o del tutto irregolare, intervento che dovrebbe essere rafforzato e qualificato per promuoverne l’emersione la regolarizzazione e la possibile qualificazione.

Infine anche da questa necessità di una Riforma riunificante di tutti gli strumenti di salvaguardia dell’occupazione, e di protezione sociale dalla disoccupazione, appare la opportunità di una conclusiva sanzione legislativa che dia corpo, finalmente, al Principio Costituzionale del diritto all’esistenza dignitosa dell’Art.36, nella nozione di un minimo vitale concretizzato in una soglia di reddito che dunque sia innanzitutto un riferimento unificato delle diverse previdenze sociali, e della stessa soglia dell’incapienza fiscale, oggi ancora incomprensibilmente diversificate.

Non sembrano invece feconde e sostenibili altre vie, che dimentichino il diritto al lavoro in nome del miraggio di un imprecisato e generale diritto al reddito. Le forme di povertà, per la più parte divenute anche sofferenza sociale ed emarginazione, hanno bisogno certo di un ancor più largo e robusto sostegno e permanente, dunque di un altro rinnovato intervento legislativo. Ma che allora non può essere una “ Carta Inps “ per i vari redditi “di emergenza “ fin qui pur meritoriamente improvvisati, ma lo sviluppo di un intervento complessivo, di sostegno al reddito accompagnato da cura e assistenza per la protezione e il reinserimento sociale; che quindi deve incardinarsi e svilupparsi, gestito anche per la parte economica, sull’intervento dei Servizi Sociali dei Comuni, assieme alle tante Reti di solidarietà sussidiarie.

Appare evidente che dentro e nel tempo che proseguirà ancora, drammaticamente incerto, della “ sindemia “ sanitaria ed economica, un grande processo di rilancio con la resilienza per essere tale e per essere veramente sostenuto non può essere cieco e anarchico. Sacrosanta dunque è l’idea di affermare un governo reale e condiviso di tale processo innanzitutto tra Governo e Parti Sociali, che del resto è missione ineludibile della sinistra progressista e delle organizzazioni sindacali. Tale missione richiede ora non solo appello alla concertazione e attenzione alla gestione di quanto sembra già disegnato, ma un impegno straordinario di visione e lotta per scelte e pratiche veramente nuove di politica industriale e di politica del Lavoro. Se davvero niente può restare come prima, se non ora, quando?