Salvini assolve
l’assessore leghista
assassino

“Quanto tempo è rimasto all’interno del locale?”
“Un secondo”
“Disturbava gli altri avventori?”
“No”.
Così ho registrato il dialogo di ieri mattina tra il gestore (cinese) di un bar di Voghera e il bravo inviato del Tg3 Lombardia. Qualche ora prima, poco dopo le ventidue di martedì, davanti a quel bar, un immigrato marocchino di 39 anni, Youns El Bossettaoui, cadeva a terra, ferito mortalmente vicino al cuore con una pallottola esplosa da una pistola, forse impugnata con il colpo in canna, non si sa, da un assessore alla Sicurezza della Lega, forse ancora nella fondina, una pistola che, improvvisamente, misteriosamente, in automatico, ha lasciato partire il colpo. Un formidabile centro. “E’ successo cadendo”, ha spiegato l’assessore. Cioè l’assessore cade e la pistola si mette a sparare.

Il servizio del Tg3 Lombardia continuava. Un cittadino raccontava dell’uomo ucciso: “L’abbiamo visto spesso girare qui attorno. Una volta ha attraversato la strada nudo. Sembrava alterato”. Una volta si sarebbe detto: “matto”.

Uno che rovesciava i portacenere

Un altro avventore testimoniava: “Veniva qui e rovesciava i portacenere”. Ci sono altre voci, riportate altrove: “Importunava una ragazza”.
Non esiste la pena di morte per chi rovescia mozziconi per terra o per chi passeggia nudo e neppure per chi disturba una giovane. Tuttalpiù lo si cura in un centro per la salute mentale, magari con un tso, trattamento sanitario obbligatorio, a cura della pubblica amministrazione, come previsto dalla legge.
Per Youns El Bossettaoui non è andata così: una pistola che “accidentalmente” spara e una vita disgraziata che se ne va. Youns era uno dei tanti “senza fissa dimora” che popolano paesi e soprattutto città in ogni parte del mondo, senza un lavoro, senza un permesso di soggiorno, senza alcuna protezione, con alcuni procedimenti alle spalle. Un fantasma nella nostra società, un disturbatore secondo l’assessore con la pistola, detto lo “sceriffo”, e per molti come lui, in prima fila il “capo”, Salvini. Qualcuno tra quanti lo vedevano a Voghera proverà pietà. Molti altri di sicuro si lasceranno andare secondo gli insegnamenti del “capo”: “Uno di meno”.

Il capo Salvini, con la sicumera e l’arroganza sfacciata che lo contraddistinguono, ha già sentenziato che si tratta di legittima difesa. Ovviamente Salvini dovrebbe rileggersi qualche articolo del codice penale: c’è sempre di mezzo la proporzione da rispettare tra l’offesa e la risposta. Uno spintone (versione dell’assessore) non giustifica la pistola. Infatti lo sparatore, l’assessore leghista alla Sicurezza in una giunta di centrodestra,

avvocato che vanta altri titoli, ora agli arresti domiciliari, è stato indagato per eccesso colposo in legittima difesa.

Adriatici dovrebbe saper bene che cosa questo significhi. In una intervista ad un giornale locale, la Provincia Pavese, aveva spiegato: “”L’uso di un’arma deve essere giustificato da un pericolo reale, per la persona che la usa, per le sue proprietà o quelle altrui. Ma questo non significa farsi giustizia da soli. Ovvero, la legittima difesa si configura se sparo per evitare che qualcuno spari a me, o non ci sono altri mezzi per metterlo in fuga ed evitare che rubi. Sparare deve essere l’extrema ratio, l’ultima possibilità da mettere in atto se non ne esistono altre”. Servirebbe precisare, in tema di furti, come pare stia a cuore all’assessore, “quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione” (articolo 52 c.p.).

Tra Youns e l’assessore non erano una questione tra pari

I giornali e i siti on line scrivono di “discussione” e di “lite”. Sono cose che succedono, per lo più tra “pari” o abbastanza “simili”. Non riesco immaginare l’assessore, ”autorità”, che discute con il marocchino, clandestino, poveraccio, sporco (anche la maglietta lurida abbiamo scorto da una telecamera di sorveglianza) e per di più “alterato”.

Non sappiamo altro. Toccherà ai carabinieri e ai magistrati ricostruire l’episodio, testimonianze, perizie balistiche. Per ora siamo a un crudo titolo (lo citiamo da un giornale): “L’assessore alla sicurezza di Voghera ha ucciso un uomo in piazza”.
Di questa storia colpiscono la fine nel sangue di una vita disgraziata, disperata, nell’abbandono, e la oscena tranquillità di un assessore alla Sicurezza che dovrebbe proteggere tutti i cittadini con gli strumenti che la funzione gli assegna (non sono previste armi da fuoco), ma che evidentemente non riteneva tra i suoi compiti proteggere e magari “aiutare” quell’immigrato clandestino, sporco e “alterato”: non lo considerava evidentemente un “cittadino”. Lo considerava un intruso molesto: che se ne tornasse a casa sua. Il degrado culturale e morale di questo paese, che ha trovato numerosi promotori e cultori, imbecilli di ogni età, opportunisti di ogni genere, insieme con tempo e mezzi per la più becera propaganda e per la più volgare contraffazione dei fatti, ha cancellato la pietà e la solidarietà e ha restituito corpo (e corpi attivi) al razzismo.

Una vita che non è stata lieve

Se non ci fosse di mezzo un morto, quel signore che gira con la pistola in tasca (ha, dicono, un regolare porto d’armi) ci farebbe pena e ci sembrerebbe semplicemente ridicolo (per restare in argomento: per sgominare la movida vogherese ha vietato ai baristi di conservare in frigo le bevande alcoliche dopo le ventidue). Si potrebbe riscattare chiedendo scusa e respingendo le offerte di sostegno degli amici suoi. L’assessore verrà sentito dai magistrati e fornirà la sua versione, concordata con penalisti di valore. Youns non potrà invece ribattere, in silenzio per sempre.

Che la terra ti sia lieve come non lo è stata la vita, hanno scritto i suoi amici in un cartello accanto al mazzo di fiori deposto davanti al bar di Voghera.