Ambrogio Lorenzetti, un comunicatore politico nella Siena del Trecento

Ci sono dei periodi di crisi: se ci si trova in mezzo, un ceto dirigente deve saperci fare i conti. Se i governanti sono mediocri, si mettono le mani nei capelli; se invece, sono saggi, pensano a cosa fare per uscirne. Per farlo sanno che è necessario avere i cittadini dalla propria parte. Non sto parlando di oggi, né di ieri. Sto parlando della Siena del Trecento e di come, allora, il governo dei Nove seppe far fronte alla crisi, utilizzando le molte intelligenze, e più che altro la grande capacità pittorica di un artista ineguagliabile come Ambrogio Lorenzetti. Tentò di arginare una crisi acuta che, in diverse ondate e forme, poteva rimettere in discussione il loro governo. L’affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, uno dei capolavori più conosciuti e divulgati al mondo, prende forma in questo contesto e con quest’ambizione. Ecco spiegata la costola dalla quale prende forma il volume di Gabriella Piccinni, il cui titolo indica le tracce da seguire per cogliere la complessità della ricerca della studiosa del medioevo (Operazione Buongoverno. Un laboratorio di comunicazione politica nell’Italia del Trecento, Einaudi, 323 pagine, 55 Euro)

Il faro del bene comune

Scrive l’autrice nel Primo capitolo della Quarta parte, laddove forse in maniera più compiuta esprime l’alto valore che l’affresco ha dal punto di vista della comunicazione politica: “La crisi era annunciata ma i Nove non potevano ancora sapere quanto sarebbe stata grave e quanto sarebbe durata. È in questo clima che hanno deciso di supportare il poderoso sforzo di progettualità necessario per andare avanti con una grande opera d’arte che metta in scena le soluzioni politiche possibili, all’insegna della stabilizzazione, che tenga acceso il faro del Bene comune (contro le pericolose menzogne della gente di palazzo) e dia nuovo valore all’idea di unità degli animi molti, rispolverando il principio della reggenza della giustizia (che da troppo tempo si è sciolta in lacrime)”.

Hanno capito bene, i governanti, che tutto ciò va fatto in modo efficace, perché i concetti di Bene Comune, Pace, Giustizia a un osservatore diffidente potrebbero apparire parole dette tanto per riempire la bocca. Bisognava fossero sostanziate da concreti esempi e da messaggi chiari. I governanti mettono dunque nelle mani di un grande artista, Ambrogio Lorenzetti, l’oneroso impegno di tradurre il loro pensiero in immagini, di rendere verosimigliante e comprensibile il motivo del loro agire politico e di farlo comprendere ai tanti diversi pubblici che allora frequentavano quell’importante sala del Palazzo. Così come viene, al contempo, affidata ai poeti la narrazione con il testo di una canzone in volgare e ai giuristi la redazione di nuove leggi comprensibili ai tanti diversi ceti che sostenevano il loro pubblico agire.

L’ardimentosa sfida dell’artista

Un’ardimentosa sfida, dunque. Una sfida vinta dall’artista per l’alto valore pittorico del capolavoro; per i risultati intascati nella contingenza politica di allora; per la forza di trasmettere alle genti che, nei secoli a seguire, hanno veduto in esso l’alto significato del bene pubblico, del buon amministrare, del buon governo, appunto. Fino a farlo assurgere a icona del buongoverno, appunto. Ambrogio Lorenzetti vince questa sfida perché riesce a mostrare con una grande efficacia comunicativa, esponendo come realizzati i tratti dell’utopia politica elaborata dai regimi di Popolo, trasformandola in un racconto circolare che ritorna sia a un pubblico abbastanza colto da apprezzare il gioco ‘letterario’ e le metafore dotte sia a molta parte della gente comune. Lo fa innovando il linguaggio della comunicazione politica. Usa il pennello con una tal maestria che rende non solo visibile ma toccabile con mano il contenuto, offrendo narrazioni di uomini e oggetti, vivificando a tal punti i rapporti da indurre l’osservatore quasi a prenderne parte. Trentasei metri di una pittura che seduce, che sradica il visitatore di oggi dalla quotidianità conducendolo alla comprensione di un mondo, quello del Trecento senese che è parte rilevante della storia europea di quei secoli.

Questa capacità di narrare, allora, innovando il linguaggio diventa indirettamente una lezione per l’oggi. L’autrice l’ha scritto nel libro e ripetuto nel corso di una delle tante occasione in cui è stato presentato il volume: la decadenza della comunicazione politica, oggi, in Italia è segnata dalla povertà del linguaggio e dal restringersi del vocabolario. Si ha un’abbondanza di mezzi, da quelli tradizionali ai nuovi media, ma il fatto è che la politica senza cultura si ritrova oggi priva di lingua, di metafore, di visioni efficaci. Gabriella Piccinni a queste considerazioni così schiettamente contemporanee, “contrappone la storia di una città toscana che negli anni Trenta del Trecento si sentiva ancora in grado di rinnovare i linguaggi della comunicazione politica, dando un fine alle immagini e alle parole, esaltando gli effetti dell’azione, chiedendo a quest’ultima di avere impatto sulla realtà, sulla società, sulle istituzioni”.

L’invenzione di nuovi linguaggi

Ambrogio Lorenzetti: Allegoria del Buon Governo (1338-1339), Parete di fondo della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena

La vera novità del libro – che è un libro di storia, è bene ripeterlo, come fa, l’autrice – è avere colto in profondità come Ambrogio Lorenzetti si sia fatto strumento di nuovi linguaggi “che utilizzassero tanto i principi e i fatti che attenevano alla sfera pubblica (le immagini delle virtù, dei vizi della politica e degli effetti civili) quanto le parole (i tituli e i testi della Canzone), proponendosi come il mediatore tra la cittadinanza senese e i propri committenti, che sembrano aver capito quanto la collaborazione attiva della gente fosse l’ingrediente decisivo e necessario per il successo di ogni tentativo di conservazione dell’assetto politico e sociale ereditato da una cinquantina di anni di governo dei mercati “della mezza gente”.
Il grande talento che premette di volgarizzare il pensiero dei governanti e di renderlo comprensibile e assorbibile dai cittadini. Per questo ritrae ciò che i senesi vivono tutti i giorni, ma lo collega alle grandi allegorie, ai pensieri che circolavano nel sapere più alto e più colto. Così come riesce a far scattare alla perfezione la macchina della propaganda, quella che tende a demonizzare, diremmo oggi, il nemico. Se la vita del governo comunale offre lo scenario di una vita ordinata e serena, governata dalla pace e dalla giustizia, di contrappunto, e senza bisogno di far ricorso a forti allegorie, il pittore mostra quali potrebbero essere i nefasti effetti di un passaggio al governo del tiranno. Così sono descritti nel libro: “Le fiamme che bruciano i raccolti, i borghi crollati, i palazzi urbani semidistrutti, i furti e le violenze subite da gente inerme dentro e fuori le mura sono monito per qualcosa che forse qualche volta è già accaduto. Che altrove accade. Che potrebbe accadere di nuovo anche qui. Che accadrà, se la Tirannia e la Superbia, prevarranno sulla giustizia e il bene comune se chi governa perseguirà solo il proprio bene o quello dei propri loschi consiglieri”.

Un libro di storia che si misura coi nuovi linguaggi

Ambrogio Lorenzetti: Personificazione della Pace, dettaglio dall’Allegoria del Buono e Cattivo Governo e dei loro Effetti, Palazzo Pubblico, Siena

Un’ultima annotazione: questo è un libro di storia; un libro che si misura certo con i linguaggi delle altre discipline – come la storia dell’arte, la giurisprudenza, la politologia e via dicendo – ma è un libro di storia che ci fa capire i veri motivi che portarono alla realizzazione di questa imponente opera e ne svela, per la prima volta in maniera così esplicita, l’alto valore sul versante della comunicazione politica.

Tante cose sarebbero da dire a chi si appresta a leggere questo denso volume pieno di riflessioni frutto di lunghi studi e ricco d’immagini che lo rendono anche prezioso. Io scelgo di soffermarmi sull’aspetto che più ho sentito, nel leggerlo, come mio: d’altronde è quello che fa ogni lettore quando si appropria dell’opera prodotta dall’autrice. Anche perché il volume ci offre lo spaccato in cui l’assoluta genialità dell’autore dell’affresco, raccontandolo in modo superlativo, come se fosse una star dei nostri giorni, produce un capolavoro che può essere considerato come il frutto di un’operazione collettiva, nata dall’humus culturale di una comunità civica e politica cui l’artista partecipa e di cui esprime, con magnifica inventiva e perizia, le aspirazioni e gli intenti: quelli di governare col consenso una società non pacificata alle prese con la crisi di un’economia e una politica in trasformazione”. Il ciclo diventa, così, un prodotto di una sedimentazione, dall’humus culturale della comunità civica e politica di cui Ambrogio è erede e insieme protagonista: con la sua magnifica inventiva, la sua abilità tecnica e con una notevolissima capacità retorica nel presentare come risolta la relazione consequenziale tra le idee (e la stessa parola idea si tinge così di una sfumatura progettuale) e la loro realizzazione, tra i principi, le virtù e i vizi della politica e i loro civili effetti. Il prodotto di una società raffinata che sa comunicare con le immagini e con le parole e che, anche per questo, mostra il suo volto anticipatore, essendo, appunto, anche un ipertesto.