Ambiente, il tempo stringe e non si fanno passi avanti

È passato un altro 5 giugno. È stata ricordata un’altra “giornata mondiale dell’ambiente”. È stato anche ricordato che sono trascorsi 50 anni dalla prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano a Stoccolma nel 1972.

Credo inutile ripetere giudizi (che personalmente ritengo non positivi) sull’utilità di questi incontri (Stoccolma1972, Rio de Janeiro1992, Johannesburg 2002). Nel senso che sono stati utili come iniziative, ma inconcludenti come risultati. Sino a quando, riuniti a Parigi nel dicembre 2015, i Capi di Stato e di governo o i loro rappresentanti di 196 Paesi hanno preso atto che negli oltre 40 anni precedenti si era riusciti a realizzare solo pochi degli obiettivi prefissati per migliorare la situazione del Pianeta (l’unico che abbiamo come ricorda lo slogan del 5 giugno OnlyOneEarth, Una sola Terra). Presone atto, hanno deciso che bisognava fare qualcosa di più concreto e in tempi brevi per porre fine al progressivo suicidio dell’umanità.

Poiché il tempo stringe e tra pandemia Covid-19 e guerra russo-ucraina i passi in avanti sono perfino rallentati.

Cinquant’anni spesi invano dalla Conferenza di Stoccolma a oggi

La conferenza di Stoccolma sull’all’ambiente del 5 giugno 1972

Dalla conferenza di Stoccolma sono passati 18.250 giorni senza contare qualche giorno in più per gli anni bisestili. Sono tanti. Ma quelli che contano sono i giorni che abbiamo avanti e “We have 1028 days left”. Sono poco meno di tre anni (1.028 i giorni) che abbiamo a disposizione per correre ai ripari.

Non ce lo comunicano le Nazioni Unite né gli scienziati cha a migliaia lavorano all’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul mutamento climatico che dal 1988 le Nazioni Unite hanno riunito in due importanti organismi: l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente allo scopo di studiare l’andamento del riscaldamento globale.

Non loro. Ci ha invece avvertito, sempre a Parigi, una giovane ambientalista, la ventiduenne Alizèe, la quale durante il terzo set dell’incontro di tennis al Roland Garros tra Casper Ruud e Marin Cilic, è scesa in campo e si è incatenata alla rete con un cartello nel quale c’era proprio questa scritta . Cioè ci “Restano altri 1028 giorni”. Tre sono gli anni che secondo David King cui la giovani si ispira, ci restano a disposizione per risolvere concretamente i problemi che minacciano l’estinzione dell’umanità. “Il conto alla rovescia è iniziato il 28 marzo 2022, fine dell’ultimatum inviato da Last Renovation al governo e data in cui i cittadini sono entrati in resistenza civile. La Francia è stata condannata dai suoi stessi tribunali per inerzia climatica. Il futuro di questo Paese è letteralmente distrutto. Perdere tempo è morire”. Così si legge nel sito di Dernierrenovation. Dal canto suo Alizée ha spiegato il perché del suo gesto: “Siamo nel 2022 ed è tempo di affrontare la realtà, il mondo in cui ci mandano i politici è un mondo in cui il Roland Garros non potrà più esistere. Oggi sono entrata in campo perché non posso più correre il rischio di non fare nulla di fronte all’emergenza climatica”.

Il ruolo dei giovani ambientalisti

Greta Thunberg

Questa è la cronaca. Ma le cose stanno abbastanza così. Gli anni a disposizione saranno verosimilmente parecchi più di tre, ma sono certamente pochi i giorni a disposizione perché si possa cominciarne la conta.

Ed è importante che siano i giovani e giovanissimi a spingerci a contare. E che dopo Greta Thunberg e Vanessa Nakate e le loro sempre più numerose compagne e compagni del “Fridays for future”, ci sia Alizèe, e quanti come loro ci urlano di fare presto dopo 50 anni di sostanziali chiacchiericci.

Ricordiamo Greta? «Ricostruire meglio: bla, bla, bla. Green economy: bla, bla, bla. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla». Voleva dire che quelle della politica sul clima erano essenzialmente parole prive di azioni concrete.

Poiché il futuro – quello definito sostenibile – si costruisce per chi verrà dopo di noi, la speranza che non si perda più tempo l’alimentano proprio quanti hanno già un piede nel futuro. E ce l’hanno sapendo bene che essi stessi devono far passare e passare dalle parole ai fatti. Perché il futuro ipotizzato a Parigi sette anni fa (2.555 giorni per intenderci) si costruisce per i nipoti di quanti il 31 dicembre del 2100 avranno 80 anni.

Sono sicuro che ce la faranno.