Altro che populismo,
questo è un movimento
molto cosciente e maturo

Le Sardine sono un grattacapo per molti opinionisti, abituati come sono a un’opinione politica che è fatta solo di partiti (che tra l’altro sono ormai solo delle congreghe parlamentari, senza piedi nella società e gestiti da arroganti e onnipresenti leader plebiscitari). Quel che si muove fuori dei partiti è annusato con naso arricciato come il cattivo odore: con diffidenza. La diffidenza dell’antipartitismo.

E così leggiamo che le Sardine sono un nuovo “Uomo Qualunque”, perché non prendono posizione sulle “cose”; che non sono di sinistra ma sono fatte di gente indistinta e non partigiana. E poi leggiamo che sono una forma di populismo gentile — che è da solo un ossimoro, poiché se è gentile il populismo non è più tale. Viene da chiedersi: la diffidenza verso la democrazia è tanto radicata da non farla riconoscere quando si manifesta? Così sembra. E tutto quel che si muove nella piazza viene identificato col populismo quando non del qualunquismo. Tra i problemi della democrazia italiana, quello non secondario è proprio correlato alla diffidenza verso la democrazia di tutti coloro che nei media gesticono il discorso pubblico e ci dicono che cosa è giusto interpretare e che cosa non lo è.

Le Sardine scivolano via a queste incrostazioni antidemocratiche o diffidenti della democrazia. La quale non è solo nelle istituzioni e non è solo quella gestita dai partiti al fine di selezionare candidati e amministrratori, di far eleggere politici e conquistare seggi parlamentari e, infine, il governo. Questa democrazia istituzionale e dei partiti, che è importante e sacrosanta, riposa — questo non lo dovremmo mai dimenticare — su una società civile politica che opera non soltanto come “giudice” di quel che avviene dentro le istituzioni, ma anche come “censore” e “stimolatore”. La corrente di idee e sentimenti tra lo Stato e i cittadini è un’energia vitale, un tonico essenziale. Senza di esso, senza questa cittadinanza attiva, la democrazia è solo governabilità. E se non sappiamo orientarci fuori della governabilità il problema è nostro, solo nostro, non dei cittadini che liberamente si associano, esprimo le loro preoccupazioni e rivendicazioni, senza — badiamo bene — voler prendere il posto di chi sta dentro le istituzioni.

Le Sardine sono il segno, anzi la prova, della maturità della democrazia italiana, di settant’anni di pratica di autogoverno politico. Chiedono che vengano rispettate le “regole del gioco”, come direbbe Norberto Bobbio: strigliano chi è responsabile delle istituzioni perché fa male il suo lavoro, e invece di comunicare con il pubblico attraverso i canali istituzionali, entra quotidianamente nell’arena e cerca audience. Le istituzioni sono così vendute nell’arena del consenso extra-istituzionale e perdono di credibilità agli occhi dei cittadini.

Le Sardine sono un movimento anti-populista moderno: non lottano contro il populismo salviniano diventando a loro volta populiste, ovvero gridando, offendendo, attaccando le persone. Dimostrano, anzi, che per atterrare il populismo bisogna non scendere sul suo terreno, non cadere nella trappola populista. Scendono in piazza ricordando che la democrazia rappresentantiva non è democrazia dell’audience. Questa è democrazia della più bell’acqua: che non grida “vergognatevi” o “vaffanculo” ma si appella alle regole democratiche. Se è così difficile decifrare le Sardine la colpa è non delle Sardine, ma di chi davvero ha pochissima dimestichezza con il movimento e il governo democratici, con la politica nella fase emergente e la politica nella fase istituzionale. Questa delle Sardine è una richiesta di ritorno alla Costituzione, alle regole del gioco democratico. Spetta ai politici non fascisti e non leghisti dimostrare che hanno capito e che sanno fare il loro lavoro come rappresentanti politici. A ciascuno la propria parte.